Calcio
20 Giugno 2025

Je suis Comolli

Il diritto al godimento e altri argomenti a partire dalla Juventus di oggi.

Può sembrare una notizia satellitare, nulla di fondamentale nel marasma delle notizie di mercato, una curiosità aneddotica. Eppure, quanto riferito da Sandro Sabatini a proposito della telefonata tra il direttore generale della Juventus, Damien Jacques Comolli, e il nuovo allenatore della Roma, Gian Piero Gasperini, avvenuta nella giornata di riflessione che il tecnico di Grugliasco si era preso per decidere se accettare o meno la corte dei giallorossi – è un epifenomeno decisivo per capire lo stato attuale dei bianconeri.

Ecco la conversazione (riporto fedelmente le parole del giornalista), la “telefonata d’ingaggio” tra dirigente e tecnico, organizzata in tutta fretta a seguito del diniego di Antonio Conte, con successiva sua conferma sulla panchina del Napoli, di tornare alla Continassa:

Mister Gasperini, mi dica perché io dovrei prenderla alla Juventus, mi convinca.

Guarda, sei te che mi hai telefonato, non viceversa.

Gelo totale e, ovviamente, niente di fatto per l’incursione juventina su Gasperini che, infatti, ha poi firmato con la Roma. Comolli, occitano cinquantaquattrenne e piglio ammericano, in carica da inizio giugno, ha collezionato così la sua prima figuraccia. Nel calcio italiano, così restio alle novità, affezionato ai patron scorbutici e che rigetta ancora la nuova aristocrazia dei manager stranieri (sono molto riconoscibili: abiti di sartoria, salvaschermo di The Wolf of Wall Street, aria da so-tutto-io e la sottile idea, sempre presente, che il calcio, in fin dei conti, faccia loro schifo) – queste figure stanno faticando terribilmente a imporsi. La fallimentare esperienza di Ghisolfi alla Roma è solo l’ultimo degli esempi.



Eppure, quello del dirigente bianconero è un buon pedigree tecnico. Dopo essere stato, giovanissimo, nello staff di Arséne Wenger all’Arsenal come osservatore capo, ha proseguito la sua carriera da direttore sportivo al Saint-Étienne, tra alti e bassi, con una decente parentesi triennale al Tottenham. Poi tre anni anche al Liverpool, uno e mezzo al Fenerbahce e poi il salto di qualità: la RedBird Capital Partners (a guida Gerry Cardinale, vedasi Milan) compra il Tolosa e lo nomina addirittura presidente. Il quinquennio è buono: la squadra francese, della stessa regione di nascita di Comolli, viene promossa in Ligue 1, mantiene la categoria e vince addirittura una Coppa di Francia. Insomma: buona esperienza, molti ruoli ricoperti nel mondo della dirigenza calcistica, risultati oltre la sufficienza; allo stesso tempo, però, parecchi rimproveri, ovunque sia stato, per le spese eccessive. Un uomo di luci e ombre, quindi, perfetto per la Juventus attuale – fatta di scelte incoerenti, di progetti contraddittori e di andamenti ondivaghi.

Difatti, l’inizio del nuovo corso juventino, coinciso con la scelta dell’allenatore per la stagione 2024/2025, è scoraggiante. A maggior ragione, considerando che l’imbarazzante telefonata con Gasperini (già lui seconda scelta dopo Conte) è poi culminata, qualche ora dopo, nel frettoloso rinnovo di contratto con Igor Tudor. Il tecnico croato, subodorando il benservito, a fine campionato aveva dichiarato di non voler andare al Mondiale per club senza conoscere il suo futuro per la prossima stagione.

Il fumantino Tudor, però, era stato smentito il giorno seguente dal suo agente, il più scafato Anthony Saric, che presentendo l’occasione di far rimanere il suo assistito alla Continassa, onestamente senza grandi meriti ma dato lo scansarsi di tutti gli altri pretesi pretendenti – sembrava pronto a più miti consigli: “Quello di ieri è stato uno sfogo. Rispetterà l’impegno preso” (cioè quello di guidare la squadra negli Stati Uniti d’America al di là della conferma per il campionato). Parole che rivelavano la dilettantistica programmazione della Juventus, per la quale, evidentemente, poteva esserci anche la possibilità di affidare all’attuale tecnico il torneo e poi cambiare, a metà luglio, allenatore.



Ma questo, che suona come un campanello d’allarme per i tifosi juventini, poco importa a Saric e Tudor; che l’allenatore di Spalato sia chiaramente un tecnico già di terza scelta, ri-scelto solo dopo il grottesco tentativo con Gasperini, non fa molta differenza per loro. Poco importa perché, anche se probabilmente perdente, un biglietto della lotteria non si rifiuta mai. Tudor, al momento, è un traghettatore al quadrato perché lo è fin dall’inizio della stagione; è un Caronte sì, ma della sua stessa anima (calcistica). Insieme, gondoliere e turista. Il che, per la Juventus, sembra una toppa peggiore del buco, un ripiego comodo pronto a essere scaricato per qualcosa di meglio. Ma mentre il primo tratto dello Stige tudoriano passa per la Coppa del mondo per club FIFA – il fiume delle lacrime della juventus sembra essere già stato attraversato del tutto.

Sì, la Juventus è negli inferi calcistici e fatica terribilmente a trovare il suo Virgilio.

Difficile che Comolli si trasformi nel vate di cui la Vecchia Signore avrebbe bisogno per interrompere il periodo (cinque anni!) in cui non compete per lo Scudetto. La cosa è rara, rarissima: un lustro senza mai entrare davvero nella lotta per il titolo si trova col lanternino nella storia juventina – e se si dovesse andare oltre con le stagioni fallimentari potrebbe diventare un assoluto record negativo.

Per farvi capire quanto sia insolito questo deserto fatto di stagioni insipide – è accaduto solo altre tre volte: dopo Calciopoli (2005/2006), pur se con un secondo e un terzo posto e calcolando anche l’anno in Serie B, poi a cavallo tra anni Ottanta e Novanta (la Juve di Marchesi, Zoff e Maifredi) e, andando a ritroso, nel periodo pre-bellico. A non cimentarsi nella sfida al primo posto per cinque anni di fila non erano bastati neanche i contraccolpi del triennio Oliviero/Puppo/Depetrini a metà degli anni Cinquanta o del quadriennio di Virginio Rosetta nei Trenta. Subito dopo, la Juventus si era ripresa ed era tornata al vertice.


IL CASO ROSETTA


A proposito di Rosetta, o meglio del Cavalier Virginio Rosetta, a volte riportato, per rimanere in tema, come Virgilio Rosetta (vedasi, per esempio, “La Domenica Sportiva” del 1933) [1], c’è una parentesi da aprire. È interessante notare come proprio l’allenatore della Juventus tra il 1935 e il 1939 – sia stato al centro del primissimo scandalo del calcio italiano. Poco più di cent’anni fa, nella stagione 1923/1924, infatti, scoppiò quello che venne definito già all’epoca ‘Caso Rosetta’ (e non c’è bisogno di sottolineare che protagonista ne fu la Juventus).

Fino a quell’annata i bianconeri avevano vinto un solo scudetto – sempre che si vogliano contare i ‘campionati’ dal 1898 al 1929, anno dell’istituzione del girone unico con 18 squadre, cioè della Serie A; nel trentennio precedente, quelli che noi immaginiamo come campionati a tutti gli effetti e che in qualche albo d’oro vengono mostrati con vanto esagerato (e paraculo), talvolta vedevano la partecipazione di una manciata di squadre, duravano anche solo un giorno e videro vincere, tra le altre, 9 volte il Genoa e 7 volte la Pro Vercelli: insomma: si può a malapena definire paleocalcio quello in cui, per esempio, il Genoa fu capace di prevalere al Velodromo Umberto I, in una polverosa periferia di Torino, al termine di un quadrangolare a eliminazione diretta sulle tre compagini del capoluogo piemontese, cioè Internazionale Torino, Ginnastica Torino e Torinese.



Dicevo: la Juventus, al tempo dello scandalo, aveva vinto un solo scudetto — e lo aveva fatto nel lontanissimo 1905. Questo per sfatare il mito secondo il quale i vincitori sono i più invidiati e quindi i più odiati e di conseguenza vengono invischiati loro malgrado, a causa di macchinazioni dei gelosi perdenti, in vicende cui sono estranei – atte solo a screditare i loro successi e a diffamare. Questa narrazione, spesso opera proprio di chi è protagonista di vicende poco chiare, è del tutto infondata per molte ragioni. Ne elenco solo due per evitare la noia: 1. i vincitori, solitamente, attirano simpatie, altroché antipatie, soprattutto in una nazione come l’Italia; 2. spesso i vincitori, sportivi o meno che siano, operano invece in una zona limbica tra il legale e l’illegale, un po’ qua e un po’ là, che diviene talvolta la causa stessa della vittoria, il bandolo della matassa, l’aspetto decisivo, la furbata risolutiva, il trucco determinante.

La Juventus, insomma, non era affatto una grande squadra all’epoca. E men che meno era considerata la più forte compagine della storia del calcio italiano, come è oggi. Semmai lo erano il Genoa, con nove titoli nel palmares, come già detto (curiosamente gli stessi che ha ancora ora); il Milan, il cui dirigente di spicco, all’epoca, era Ulisse Baruffini, avvocato e socio della società nonché, per il triennio 1921-1924, presidente della neonata Lega Nord (sic!), organizzazione scismatica contraria alla Figc che gestiva i gironi settentrionali del calcio italiano, con conseguente leggerissimo conflitto d’interessi (tipico della storia milanista, vedi Berlusconi); la Pro Vercelli (ultima volta in Serie A nel 1935), nobile decadutissima del nostro calcio, il cui declino fu parte integrante dello scandalo e che aveva il suo presidente, Luigi Bozino, a capo anche della Figc di cui sopra.



In estrema sintesi — ecco la storia. Parte 1: 1923, la Pro Vercelli non ha più una lira; i calciatori protestano (seppure non esistesse ancora il professionismo, vietato espressamente dalla Figc, percepivano nella stragrande maggioranza delle squadre compensi sempre più lauti sottobanco – tranne, appunto, alla Pro Vercelli); il presidente Bozino invita formalmente tutti i giocatori scontenti ad andarsene; i due giocatori più forti, Gay e Rosetta, si dimettono e chiedono di andare altrove; per giocare in una squadra, negli anni Venti, bisogna risiedere nella stessa provincia e per cambiare società si deve essere inseriti nella lista di trasferimento (né Gay né Rosetta, malgrado le dimissioni accettate, vengono listati); il Milan prende il primo, Gay, con una truffa: fa produrre dalla fabbrica Richard-Ginori un documento che attesta che Gay lavora nella sede sul Naviglio Grande e vive a Milano da due anni (documento marchianamente falso dato che Gay giocava nella Pro Vercelli e, quindi, doveva forzatamente risiedere nella provincia piemontese); il 24 ottobre la Lega Nord accetta il trasferimento farsa e a firmare l’autorizzazione è il presidente dell’organizzazione nonché… dirigente del Milan, Baruffini; il patron della Pro Vercelli, Bozino, su spinta dell’inferocita tifoseria, inoltra reclamo al presidente della Figc, sempre Bozino; il 3 novembre, però, viene messo in minoranza per palese conflitto d’interessi e perde il ricorso.

Fin qui abbiamo il Milan che scippa un giocatore fregandosene del regolamento e, attraverso un suo dirigente, si legittima istituzionalmente la malefatta. Nihil sub sole novum. Ma la Juventus? Eccoci.

Parte 2: il 24 luglio 1923 la famiglia Agnelli rileva il club bianconero, Edoardo Agnelli diventa il primo della famiglia a guidare la squadra; dopo qualche mese decide subito di farsi notare per il suo stile e, forte del Gay-gate, prova a tesserare Rosetta violando, come detto, il regolamento dei trasferimenti vigente all’epoca; Baruffini (ripeto: dirigente del Milan, presidente della Lega Nord e fautore del passaggio illegale di Gay alla sua squadra) nega il permesso procedere dichiarando che Rosetta non possiede nessun certificato; a quel punto, e solo per andare contro la Lega Nord, la Figc che aveva dichiarato inammissibile quanto fatto con Gay, pur con Bozino dimissionario, concede al contrario il benestare a Rosetta. Una follia dopo l’altra.

Così, la Juventus prende e schiera Rosetta, inizia a vincere e vince spesso. Le altre squadre, però, fanno ricorso e lo vincono; alla Juventus vengono tolti e ridati e ritolti e ridati e ritolti punti, in un valzer che ricorda drammaticamente quanto accaduto pochi anni fa, con la penalizzazione prima di 15 e poi di 10 punti per il processo relativo al ‘Caso plusvalenze’, sempre con la Juventus di mezzo. La Figc, a quel punto, viene commissariata dal Coni, cambia sentenza molte volte, il dimissionario Bozino viene incredibilmente rieletto e si stabilisce definitivamente di dover finire quella stagione con le regole stabilite all’inizio dell’anno: Rosetta, pur avendo giocato nella Juventus tutta la stagione, è da considerarsi della Pro Vercelli perché il trasferimento è avvenuto contro le norme.

La Juventus, però, viene graziata e qualcuna delle vittorie con Rosetta in campo viene comunque riconosciuta (non si sa bene perché). Le vengono ridati alcuni punti, quanti bastano per evitarle la retrocessione e l’esclusione dal campionato successivo.

Fine della storia. O quasi – perché ci sono ancora due cose interessanti da dire. 1. Al termine del campionato, la Vecchia Signora, all’epoca ancora molto giovane, tesserò effettivamente Rosetta (offrendogli uno stipendio da capogiro come ragioniere a Torino, non esistendo ancora quello da calciatore); Bozino, di nuovo infuriato, dopo molte minacce, venne convinto a rassegnarsi con un assegno da 50.000 Lire – e questa si può ben considerare come la prima transazione di calciomercato della storia. 2. A causa del clamore suscitato dal caso, cadde il vincolo, per i calciatori, di risiedere nella provincia della squadra per cui giocavano e, soprattutto, divenne lecito corrispondere loro una somma per fornire le proprie prestazioni sportive.

Quindi, grazie allo scandalo nacquero sia calciomercato sia professionismo. Oggi, noi siamo abituati a dare per scontato questi effetti del ‘Caso Rosetta’ – ma cent’anni fa si riteneva indegno sia pagare un calciatore per farlo trasferire, come fosse una merce, sia stipendiare qualcuno per giocare a pallone. Si diceva: si giochi a calcio nella città in cui si lavora e lo si faccia a latere del lavoro, come passatempo, punto. Poi qualcosa è cambiato e, badate bene!, non c’è nulla di male nel cambiamento di per sé.

Magari c’è qualcosa di male, in questo caso, nelle modalità in cui questa mutazione si è declinata – ma non è che il calciomercato e il professionismo siano sbagliati a priori, non voglio arrivare a dire questo. Allora qual è il punto?

Ci arrivo, ci arrivo. Ma per esprimere bene ciò che mi interessa ho bisogno del povero Jacques II de Chabannes (Il Monsieur de La Palice, morto a Pavia il 24 febbraio 1525, per la cronaca, è stato davvero sfortunato; è stato vittima due volte, la prima quando è stato tranciato durante una battaglia tra spagnoli e francesi; la seconda quando la seconda parte del suo epitaffio, che recitava così: Ci-gît Monsieur de La Palice. Si il n’était pas mort, il ferait encore envie, cioè Qui giace il signore di La Palice, se non fosse morto, farebbe ancora invidia, è stato trascritto male in: serait encore en vie, cioè se non fosse morto, sarebbe ancora in vita — creando tutta quella sequela di canzonature dei successivi secoli e facendo diventare la parola ‘lapalissiano’ sinonimo di banale, evidente, scontato, assodato).

La Palice mi serve per tirare fuori qualche ovvietà. Ecco a voi la lista: A. Il fatto che la Juventus, dopo il ‘Caso Rosetta’, abbia vinto sei scudetti in dieci anni, dimostra che comprare giocatori forti ti fa vincere (anche se non lo fai nel pieno rispetto delle regole). B. Dare tanti soldi di stipendio aiuta a vincere (anche se non lo fai nel pieno rispetto delle regole). C. Quando c’è qualcosa di oscuro, di liminale, quando si viaggia sulla soglia della legalità, la Juventus c’è sempre, fin dal 1923. D. Basta sbrodolarsi nel dire che fare plusvalenze è bello, è sano, è responsabile. Al di là di ciò che viene professato in pompa magna dal giornalismo sportivo italiano, effettuare una plusvalenza nel calciomercato è tutt’altro che sportivamente virtuoso.

Mi spiego: se si compra un giocatore a un prezzo e lo si rivende a un prezzo maggiore significa, nella stragrande maggioranza dei casi, che si cede un giocatore migliore di quando lo si è acquistato; lo si dà via contemporaneamente, quindi, ai suoi migliori risultati, e quindi si procura un danno sportivo alla squadra, non un progresso. Chiaramente non è una regola assoluta, ci sono delle eccezioni, ma nel panorama calcistico italiano sembra che effettuare delle plusvalenze (cosa buona per i bilanci) si tramuti automaticamente in qualcosa di buono per i risultati.

Ma non è così. Sfatiamo il mito delle plusvalenze perché fondare tutto su questo meccanismo significa rinunciare all’aspetto sportivo, competitivo, del calcio, sostituendolo con l’aspetto economico, finanziario. Ed ecco, allora, dove sta la macchia indiretta nel ‘Caso Rosetta’, ecco che cosa lo trasforma nella pietra dello scandalo, nella mela dell’Eden del pallone in Italia: non il calciomercato di per sé, non il professionismo di per sé – bensì l’inversione, nella gerarchia del calcio, del fatto sportivo col fatto economico. Alla fine, a Bozino sono bastate 50.000 Lire per ritenere chiusa la vicenda – ma poi la Pro Vercelli è caduta nel dimenticatoio, mentre la Juventus è diventata la più importante squadra d’Italia. Difficile, anzi impossibile, sistemare oggi questa inversione dei poli. Ma ora, almeno, sapete quando è cominciata e chi sono i responsabili. [2]


COMOLLI: RITORNO AL PASSATO


Dopo la storia, magari noiosa, torno all’attualità. Sono obbligato dall’occasione perché parlare degli insuccessi della Juventus è cosa così rara che, quando accade, è obbligatorio farlo. La rarità, infatti, trasforma un semplice accadimento in un eccezionale evento – e l’evento chiama la notizia. Il rendimento atroce (sempre a partire dalle attese, sia chiaro!) dei bianconeri nell’ultimo quinquennio va oltre la cronaca: 4° posto a -13 dalla prima, 4° posto a -16, 7° posto a -28, 3° posto a -23, 4° posto a -12 – non proprio una marcia trionfale.

E con Tudor, parliamoci chiaro, la situazione non è destinata a migliorare. Comunque, in linea di massima, diffido da chi fa previsioni sui risultati delle stagioni ancora da giocare. Sono la versione calcistica della masturbazione — con la differenza che nel calcio c’è di mezzo il sentimento.

Decidendo di non occuparmi del futuro, allora, dopo il passato remoto vado all’oggi – e il presente ci racconta dei bianconeri alla Coppa del mondo per club FIFA. Si può discutere sul perché e sul percome della presenza di una squadra come la Juventus, dato l’ultimo lustro, alla competizione per le squadre più forti del mondo dell’ultimo quadriennio – ma scavando oltre questo fatto, pur importante, ce n’è un altro un po’ nascosto ma molto più avvincente: la Juventus non è lì per vincere. Non c’è possibilità che lo faccia, ha dimostrato che non ne ha le capacità e non ci andrà neanche vicino (mi smentisco subito dal paragrafo precedente esponendomi in questa previsione).

I bianconeri sono negli USA, quindi, come sparring partner. L’imbarazzante visitina allo Studio Ovale da Donald Trump con Gianni Infantino e annessa lode dell’“amico John Elkann, un fantastico uomo d’affari”, prima che il presidente rispondesse (con i giocatori alle sue spalle) alle domande sull’Iran – ne è una conferma inequivocabile. La Vecchia Signora sarà, per una volta, un “macaco senza storia” — per dirla alla Paolo Conte. Funziona così quando sei uno dei tanti, quando non primeggi, quando galleggi invece di nuotare. E finché ci sei abituato, alla sciapezza dell’esistenza, alla sciatteria della mediocrità, magari non ti fa male, ma quando sei la Juventus immagino sia un vero calvario. Perché se il tuo motto ricorda a tutto il mondo che vincere è l’unica cosa che conta, possiamo dire con certezza che ultimamente la Juventus sta contando davvero poco. E al Mondiale per club se ne accorgerà, appunto, tutto il mondo – al di là, ovviamente, degli scontri con squadre improponibili.



Un’ultima cosa – a partire da un calcolo: la metà degli italiani amano il calcio e si autodefiniscono tifosi. Di questa metà, circa un terzo sono juventini. Visto che siamo il paese più fratturato del mondo, dato che facciamo della dicotomia l’unica nostra via – gli altri due terzi sono decisamente anti-juventini. E se la contentezza degli altri (ahinoi siamo davvero poco cristiani – checché ce ne professiamo) è quantomeno divisiva, il fallimento di un nemico, solitamente, mette tutti d’accordo.

Il che fa comprendere, in fin dei conti, perché ci sia moltissimo brio calcistico in questo periodo di sconfitte bianconere. Lo dico senza retorica: per dare gaudio a un numero più ampio possibile di tifosi italiani — basterebbe far perdere la Juventus più spesso. In questo senso, non c’è niente di male nel tifare contro, nel godere delle sconfitte degli avversari. Anzi: è quasi una questione sociale, di collettività, Jean-Luc Nancy (filosofo che dovremmo tutti leggere di più) direbbe di co-esistenza. Parliamoci chiaro: in un regime comunista — la sconfitta della Juventus sarebbe sancita per legge. Ma ancor più che un affare politico — ne faccio una questione morale. Faccio un salto indietro e poi chiudo: Roberto Baggio, a proposito del rigore sbagliato contro il Brasile nel 1994, dichiara, forse per consolarsi, lui che ha una weltanschauung molto spiritualista, che quell’errore ha creato in realtà più felicità che tristezza – dato che fece sì disperare 56 milioni di italiani, ma anche esultare 161 milioni di brasiliani. Così è con la Juventus: le sue sconfitte mettono al mondo più gioia che afflizione. Consiglio, quindi, vivamente a Comollì di continuare così.


[1] Per gli amanti del retrò, qui la copia del settimanale illustrato della “Gazzetta dello Sport” del 10 dicembre 1933 in cui è riportata, in uno specchietto, la notizia della nomina a Cavaliere di Virginio Rosetta: http://dlib.coninet.it/bookreader.php?&c=1&f=5043&p=16#page/4/mode/2up

[2] Il poro Virginio Rosetta, comunque, era un gran bel giocatore, terzino metodista, grande regista arretrato. Qui il suo palmares da calciatore, per giustizia: con l’Italia 1 Mondiale, quello un po’ discusso del 1934, 1 bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam 1928, 2 Coppe Internazionali (gli antenati degli Europei), 8 scudetti spartiti tra Pro Vercelli e Juventus e l’ombra gigantesca di un altro scandalo, il Caso Allemandi del 1927, che portò alla revoca del titolo al Torino per un’accertata combine nel derby contro… la Juventus. Vittorie e scandali – una ricetta che divenne da quel momento tipica per i bianconeri e che permise a Rosetta di sedere sulla panchina juventina per quattro stagioni, dopo averne vestito la maglia per 13 anni (1923-1936), con un anno, addirittura, da allenatore-giocatore.

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