Lo stadio alla prova della (perduta) libertà.
Le nostre libertà sociali sembrano abbastanza compromesse. E il silenzio dell’opinione pubblica sul nuovo occhio elettronico di ultima generazione che, dopo un periodo di test nella scorsa stagione, nella prossima controllerà l’ingresso dei tifosi allo stadio San Siro di Milano – dimostra quanto la cosa ci importi poco. Le nuove modalità di rilevazione biometrica sono diventate realtà nel silenzio generale.
Grande eco, invece, ha avuto la notizia che grazie alla stessa tecnologia, per imbarcarsi negli aeroporti italiani, e presto in tutta l’area Schengen, non servirà presentare nessun documento d’identità. La questione però è leggermente diversa da come è stata posta dai media generalisti (tutti sbavanti ed esultanti per la grande innovazione). Non è che non serva più il documento – è che col documento elettronico associato alla nostra carta d’imbarco, le telecamere per il controllo biometrico riconoscono la nostra identità avallando o meno il nostro passaggio fin dal primo passo in aeroporto. Non è la mancanza di un controllo divenuto improvvisamente superfluo – è il cambio di passo, automatizzato, dalla verifica alla sorveglianza. E come su tutto, il calcio è stato il laboratorio di questo salto di qualità.
Per sviare le norme europee sulla privacy, allo stadio, si utilizzerà un sotterfugio: i dati non saranno disponibili in tempo reale, bensì in differita e solo in caso di reati commessi all’interno dell’impianto sportivo. Per il momento al Meazza, e solo nei settori più caldi, sono oltre duecento le telecamere che indiscriminatamente scattano foto a chiunque entri. Per Luigi De Siervo (che come rivelato in questo nostro articolo propone la norma da almeno cinque anni), amministratore delegato della Serie A, l’unico scopo è quello di “identificare con certezza i responsabili di eventuali disordini”.
La biometria ha fatto passi da gigante nell’ultimo ventennio. I dati biometrici di una persona sono inimitabili e intrasferibili, non ne esistono due identici in tutto il mondo. Questo li rende appetibili come forma di controllo, più o meno lecita. Il riconoscimento tramite la registrazione dei tratti, della struttura del viso o dell’andatura del passo, in alcuni luoghi sensibili è ormai consuetudinario. Le telecamere di ultima generazione che, registrando la morfologia di chi viene ripreso, riconoscono e autenticano la sua identità personale, portano con sé grandi comodità (non si deve quasi più esibire il passaporto negli scali aeroportuali romani, per esempio) ma anche prevedibili rischi per il diritto alla privacy.
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La Cina in una decina d’anni si è prodotta in una mappatura facciale di massa e senza regole, una vera e propria videosorveglianza della popolazione (mezzi pubblici, hotel, ingressi dei locali, intere zone delle città), solo in parte corretta all’europea con qualche limitazione sulla privacy. In Europa, infatti, come negli USA, la capillarità della video-vigilanza è ancora smussata a causa di resistenze culturali. Eppure, in una fase in cui il mondo degli stadi italiani vive uno storico tempo di relativa calma, con zuffe e incidenti in diminuzione, è quantomeno interessante che la dirigenza del calcio nazionale si sia concentrata proprio sull’aumento della sorveglianza.
Al contrario, non una parola netta sul vero scandalo contemporaneo legato al pallone nostrano: la mafia calabrese all’interno delle curve di Inter e Milan e i rapporti diretti con le due società. Lo tsunami appena intravisto pochi mesi fa con l’inchiesta ‘Doppia Curva’ della Procura di Milano, che ha portato all’arresto dei capi delle tifoserie meneghine e alle prime sentenze di giugno scorso, avrebbe suggerito sforzi in un’altra direzione.
La requisitoria del pubblico ministero antimafia Paolo Storari, durissima, parlava di ultrà utilizzati come “milizia privata, legittimata dai rapporti con istituzioni e club”; i due leader, condannati a dieci anni di reclusione, Andrea Beretta e Luca Lucci, sempre stando a Storari, erano i capi di Milano.
Parliamo di due delle società calcistiche più importanti d’Italia – eppure le istituzioni calcistiche hanno preferito un profilo basso, se non bassissimo, nel commentare (o meglio nel non commentare) la vicenda. Invece, ciò che interessa è la scansione biometrica a tappeto dei tifosi all’ingresso degli stadi. Per un’antipatica strategia repressivo-preventiva basterebbe, come per altro Inter e Milan stanno facendo, ai limiti della costituzionalità, impedire il rinnovo dell’abbonamento a elementi ritenuti rischiosi. Ma come mai si aumenta nuovamente il controllo proprio ora? Il calcio è nuovamente utilizzato come banco di prova di provvedimenti di più ampio respiro?
Già nel 2009 era arrivato un primo esperimento di controllo sociale. Attraverso la direttiva di Roberto Maroni, all’epoca Ministro dell’Interno del Berlusconi IV, venne imposta la ‘tessera del tifoso’ – con cui si tentò di sottomettere l’ingresso alle partite a un preventivo lasciapassare della questura, certificato dal possesso di una carta di credito specifica rilasciata da istituti bancari. Un tentativo di picconare i diritti civili connettendoli obbligatoriamente all’economia e subordinandoli al controllo preventivo delle forze dell’ordine.
Esperimento quasi fallimentare che trovò la ferma opposizione non solo del mondo ultras e del celebre avvocato romano Lorenzo Contucci, ma anche dell’allora commissario tecnico della nazionale azzurra, Marcello Lippi, del presidente dell’Uefa, Michel Platini, di Urbano Cairo, di Beppe Grillo, dell’ordine dei giornalisti e di parte della politica.
Oggi, della triangolazione spettacolo-controllo-economia non ci sorprendiamo neanche più: il biglietto nominale comprato on-line con una carta di pagamento è la normalità, così come esibire il proprio documento all’ingresso, per esempio, di un concerto. La cosa è ritenuta normale, dovuta. Probabile lo diventi anche la schedatura biometrica per un qualsiasi evento, con controindicazioni intuibili ma senza nessun dibattito pubblico sul caso. Probabilmente, davanti a una notizia del genere, la sociologa Shoshana Zuboff non si sarà scomposta.
Il suo ‘Il capitalismo della sorveglianza’ è la chiave di lettura della società occidentale attuale. Il suo capitalismo funziona tramite l’accumulazione dei dati sulle esperienze umane prodotte soprattutto all’interno del mega mondo dei social network. Questi dati vengono poi trasformati in strumenti capaci di predire (indirizzare) le scelte future degli utenti-clienti. Il controllo biometrico ai tornelli degli stadi, oltre a sgominare i cattivi, potrebbe andare proprio in questa direzione.
Comunque sia, l’unico che ha commentato la novità è Luigi De Siervo. 56 anni, fiorentino, laureato in Legge, ex amministratore delegato di Rai Trade ed ex presidente e amministratore delegato anche di Infront Italy prima di diventare, a fine 2018, Ceo della Serie A. Per capire qualcosa in più del calcio italiano, e del capitalismo della sorveglianza a esso applicato, servirebbe comprendere come mai sembra naturale, fisiologico, che l’ex presidente della sezione italiana di Infront ne sia l’amministratore da sette anni. Ma che cosa fa l’azienda svizzera? Grazie a 40 uffici in 17 paesi si occupa di marketing sportivo gestendo i diritti mediatici di eventi sportivi. Più semplicemente: le federazioni calcistiche si rivolgono all’azienda di Zurigo per vendere il loro prodotto.
Dati gli anni trascorsi ad amministrare Infront, il lavoro di De Siervo da ceo della Serie A sarà stato agevolato, in termini di know-how, nel trattare condizioni e contratti, soldi e postille, valore e prezzo del massimo prodotto calcistico italiano. E la triangolazione di cui sopra, immaginando un futuro prossimo con tutti gli stadi italiani attrezzati per la rilevazione biometrica per riconoscere chi entra, pare sempre più salda – con buona pace per il diritto, se non già alla privacy, intanto all’anonimato.
foto di cottonbro studio