Editoriali
16 Ottobre 2025

Il pubblico non ha bisogno delle soubrette

Per farla finita con un certo modo di pensare il giornalismo.

Io non ti voglio più vedere sul muro
davanti ad un bucato
dove qualcuno ci ha disegnato
pornografia a buon mercato

🎼 L. Battisti, Ma è un canto brasileiro


Virtuosamente scampato alla serie Ogni maledetto fantacalcio, sventata la possibilità di incrociarne anche un solo frame, l’infido algoritmo di Instagram rompe l’astensione suggerendo l’ardita similitudine partorita da Diletta Leotta, ovviamente virale da tempo: “Il Fantacalcio? È un po’ come il sesso: difficile, complicato da spiegare, ma molto divertente da fare”. Ammesso e non concesso che il paragone stia in piedi, esso costituisce un coacervo paludoso e raggelante di banalità, luoghi comuni, volgarità pronto uso perfettamente combinate per targettizzare la platea cui la serie si offre. E, parallelamente, apre ad una serie di questioni.

Una prima domanda sorge spontanea: è vero che le avvenenti soubrette, le sensuali vallette, siano sempre esistite, ma quand’è iniziata, esattamente, l’ipersessualizzazione della conduttrice di trasmissioni sportive?

Quand’è iniziata la tendenza standardizzante (e triste) per cui sembra che le conduttrici debbano soddisfare precisi e inderogabili standard fisici? Ormai da anni, Diletta Leotta è un fenomeno sociologico più che mediatico: è la figura che non c’era, a cui si stanno prontamente adeguando generazioni di presunte giornaliste ben attente a ricalcarne i connotati. Giovane, sensuale e provocante, ialuronica e maggiorata, questo è il canone che la musa di Mediaset e Dazn sembra aver imposto: un archetipo costruito ad hoc da editori e trasmissioni, per accarezzare lo spettatore maschile attraverso codici e convenzioni che, ad uno sguardo lucido, dovrebbero risultare se non altro obsoleti . . .


foto Nicolò Campo / Insidefoto

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