Critica
02 Aprile 2026

Indifferenza Nazionale

Quando il fallimento diventa consuetudine.

All’indomani dell’eliminazione dell’Italia, mi sono svegliato esattamente con la stessa sensazione di quando sono andato a letto la sera precedente, o meglio di quando ho svogliatamente premuto il tasto rosso del mio telecomando: diffusa indifferenza. E non certo perché non abbia a cuore la Nostra Nazionale: sono, come tutta la mia generazione, figlio del cuore spezzato di Roberto quel giorno a Pasadena, della traversa spaccata allo Stade de France da Gigi, del muso accigliato di quella sagoma di Moreno e l’acqua Santa del Trap.

Fortunatamente sono anche figlio della corsa di Fabio Grosso e delle dita al cielo di Matrix ma oggi, più che mai, si tratta di immagini sbiadite dietro la patina di malinconia degli ultimi decenni (per l’esattezza due, proprio il prossimo luglio). Il fatto è che dopo due edizioni iridate saltate, quasi dodici anni di astinenza dal gotha del calcio globale, figuracce imbarazzanti contro avversari meno che modesti, ci hanno abituato alla triste prospettiva che l’Italia del calcio possa vivere anche senza Mondiali.

Ricordo con nitidezza la prima cocente delusione, quella famigerata notte a San Siro, quando l’Italia abbandonò ogni prospettiva di qualificazione tra lacrime, rabbia e scandalo.

Eravamo tutti sotto shock, non credevamo potesse esistere un Mondiale senza di noi. L’unica assenza, escludendo la prima edizione alla quale non fummo invitati, era la mancata qualificazione del ’58, ma si trattava di un altro calcio di cui pochi ancora ricordano le dinamiche. Quella sera di novembre del 2017 il sistema calcio italiano si scoprì in crisi scatenando un terremoto cui seguirono provvedimenti repentini: il licenziamento di Giampiero Ventura, le dimissioni del Presidente Federale Tavecchio, il commissariamento della federazione; l’opportuna sensazione che di fronte a un fallimento simile tutti dovessero pagare.


Oggi, due Mondiali saltati dopo, è come se ci fossimo abituati a questa mediocrità; a considerare plausibile, se non addirittura probabile, lo scenario per cui non ci qualifichiamo per l’ennesima volta alla più importante manifestazione calcistica del mondo. Se l’Italia si ricordava come il Paese dai 60 milioni di C.T. ogni due anni, ora si è riscoperta il Paese di illuminati riformisti ogni quattro, ognuno competente con il suo bagaglio di iniziative volte a sanare il nostro calcio diroccato.

In questo contesto quasi distopico, si è persa addirittura la decenza della vergogna, con il Presidente Gravina che, di fronte a ben due fallimenti consecutivi, ha annunciato il suo passo indietro perché sotto insostenibili pressioni non tanto dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori quanto invece della politica – il tutto elevandosi nel frattempo a vittima di cambiamenti invocati e mai concessi, e mostrando natiche di stagno pur di rimanere seduto sulla poltrona più rovente del nostro sport.

Ci siamo abituati anche a una narrazione da perdenti, in perfetta sintonia con le nostre aspettative.

Lo spareggio contro la Bosnia era stato dipinto come uno scenario di guerra che, inopportunamente, ricordava il recente passato della Nazione che ci ha ospitato. Giorni conditi da retorica spiccia sul terreno dissestato del campo da gioco, sugli spogliatoi inadeguati, sul clima rovente che ci avrebbe accolto sugli spalti. Le scuse dei deboli, quelle volte a disegnare il contesto ideale per una sconfitta annunciata, in quanto temuta.

E poco conta se abbiamo giocato su terreni ben peggiori di quello di Zenica e se il pubblico, 8 mila persone, non certo quello del Maracanà, ha sostenuto la squadra il modo caloroso ma rispettoso, riservando persino gli applausi all’inno italiano invocati dal totem Edin Dzeko alla vigilia, come gesto di riconoscenza per quella prima amichevole giocata su suolo bosniaco dopo l’Indipendenza.

Nei toni del commento sulle reti nazionali, poi, l’enfasi e la teatralità del ‘racconto’ hanno lasciato quel senso di disgusto tipico delle discussioni nelle quali prevale il tono della voce più che le argomentazioni. Ecco che allora in cronaca si sono sprecate le accuse alla direzione arbitrale (certo non immacolata), gridando allo scandalo in più di un’occasione, quasi a voler ridimensionare la portata del fallimento azzurro.



La verità è che ci siamo convinti a riscoprirci semplicemente deboli, inclini a fallire laddove la Nazionale Italiana forgiava il suo essere: lo spirito combattivo. Una Scuola in declino a causa di personalità fragili che, non a caso, si sono sgretolate di fronte alle difficoltà degli ultimi cicli. Mentre il populismo nostalgico dell’armata dei social, che ciclicamente riscopre i sogni infranti dei bambini orfani dei Mondiali, che invoca le partite nei parchi o nelle strade come palestre di talento o rispolvera il ‘dossier Baggio’ come panacea ai nostri mali, poco aiuta nell’ottica di un dibattito serio e strutturale.

Piuttosto l’establishment del nostro calcio dovrebbe guardare non tanto distante, senza valicare le Alpi o attraversare il Mediterraneo, per cercare risposte. Perché lo sport nel nostro Paese non è in crisi, è anzi florido come non mai. Dal tennis implacabile di Sinner (con crescita generica del movimento italiano), al leader del Mondiale F1 Antonelli. Dalle nevi con gli sport invernali da record degli ultimi mesi ai campioni mondiali del volley in carica (maschili e femminili). Dal cannibale di questo inizio di MotoGP Bezzecchi (su una moto veneta) ai recenti exploit del baseball e del rugby.

Insomma, l’Italia trionfa ovunque tranne nel ‘suo’ sport e certamente l’atteggiamento di Gravina, che liquida le altre discipline come sport dilettantistici con tono quasi denigratorio (come se poi l’ultraindebitato calcio italiano fosse un modello di professionismo, di cui subisce invece solo i limiti burocratici e normativi), non è apparsa dialetticamente la scelta più saggia. Servirebbe anzi un bagno di umilità per cercare di capire come queste federazioni, con un lavoro nel corso degli anni, siano state in grado di crescere all’insegna della sostenibilità economica e dell’eccellenza sportiva.

Per ora rimane questo malinconico senso di apatia, nella convinzione radicata che abbiamo ormai perso la rotta del Grande Calcio.

Una frustrazione ricorrente che, come il moto delle onde, si infrange contro gli scogli di un ‘sistema’ che pare irriformabile, inemendabile, e che – pur con la sostituzione dei suoi vertici – non lascia più nemmeno la concreta speranza di un futuro prossimo differente. Siamo rassegnati, disillusi. Il grande timore è quindi che, una volta depositata la polvere di questo fracaso, non prevalga quell’immobilismo così tipico delle nostre istituzioni. In caso contrario, è facile che l’indifferenza si trasformi in disinteresse e allora lì sì, davvero, il danno sarà irreversibile.

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