Critica
09 Settembre 2026

L'Inter non è ancora pronta al grande salto

Una partita che ha evidenziato alcune differenze (decisive).

Sappiamo già che tanti interisti storceranno il naso leggendo questo titolo. Avrebbero però la memoria corta se non ricordassero che su queste colonne da anni indichiamo i nerazzurri come l’unica vera squadra credibile tra le italiane in Champions League. Proprio per questo stamattina, alla luce della sconfitta 2-1 contro il Real Madrid ieri sera, ci sentiamo di tirare il freno. Vogliamo farlo perché siamo rimasti increduli dinnanzi all’entusiasmo di certe altre testate – soprattutto televisive, come CBS.

Lo ha detto ad esempio (e lucidamente) Beppe Bergomi a fine gara: l’Inter non è ancora al livello. Del Real Madrid, e per estensione di quelle squadre che ambiscono alla vittoria in Champions League. Questo non significa che non possa diventarlo a maggio. Non si tratta a nostro avviso solo di un discorso di rosa – anche se certo, sono sempre i singoli ad incidere, specialmente in partite così tirate come questa – ma di attitudine alla lotta, al sacrificio, al pensiero negativo (che in Serie A l’Inter, per distacco la miglior rosa delle 20, può anche permettersi di mettere tra parentesi).

Se da una parte vedevi Bellingham e Vinicius Jr, ma anche Mbappe – riempito sovente di fischi da un pubblico che non sappiamo più se definire idiota o di plastica –, rincorrere gli avversari all’indietro, dall’altra parte escluso Lautaro Martinez – partita gigantesca perché ha dentro tutti gli ingredienti per compierlo il famoso salto (sì, anche nel litigio finale con Hujsen) – abbiamo visto una squadra molto bella esteticamente, come sempre abile nel giocare palla a terra e nel costruire occasioni, ma anche debolissima nei momenti chiave della partita. E in competizioni come questa, si arriva in fondo giocando magari meno bene, più sporchi, ma sapendo leggere i momenti.

Bisogna pure dire che dopo il doppio vantaggio siglato Mbappe-Valverde, dopo neanche 30’ di gioco, molte squadre si sarebbero liquefatte. L’Inter si è invece messa lì, con ordine, ha continuato a fare la sua partita – che, attenzione, stava facendo molto bene anche prima di subire lo svantaggio – ed è rientrata pienamente in corsa per il pareggio a un quarto d’ora dalla fine, grazie alla rete di Carlos Augusto ispirato dal solito Lautaro. Bisogna dunque riconoscere alla squadra di Chivu di non essere mai davvero uscita dalla partita. Al contempo, però, bisogna contare le palle gol che il Real Madrid ha avuto per fare il terzo ed eventualmente pure il quarto e il quinto gol.

Arrivati al limite, quelli del Real specie nella ripresa hanno giocato al gatto col topo, ma senza mai ferirlo mortalmente. Uno straordinario (tra i pali…) Martinez ha tenuto a galla i nerazzurri con almeno tre interventi decisivi – di cui almeno uno miracoloso, su Bellingham, il migliore dei suoi per sostanza e continuità di rendimento.

Il caldo insopportabile del Bernabeu chiuso dal tetto, l’ultima distopia di un calcio simbolicamente barricato nel proprio stesso spettacolo, senza tifosi – peggio, con tifosi finti e pagati dal presidente per tifare, nonostante quello slancio identitario pro Ceuta ad inizio partita –, hanno fatto il resto: gli ultimi 25’ di gioco, e sfidiamo a dire altrimenti, sono sembrati calcio d’agosto. Questo l’Inter doveva però prevederlo, giocare con meno spocchia e superbia nel primo tempo, tenere il Real calmo e ferirlo al momento giusto.

Squadre lunghissime, lente nella costruzione, tantissimi errori, qualche scaramuccia e la sensazione forte di essere entrati in un’altra era calcistica: è calcio di (inizio) settembre, ma è una pozione che ci sembra stia lentamente invadendo il gioco nella sua essenza. Quella dove proprio perché la partita è ormai diventata 80% fisica e 20% tecnica, vince chi ha più qualità dell’avversario. Il Real, quando ce ne è stato bisogno, ha fatto vedere cosa significhi avere qualità. Anche i blancos, però, di strada devono farne per arrivare fino in fondo. Laddove anche l’Inter di Chivu vorrebbe arrivare: tutto dipende dal lavoro che l’allenatore romeno saprà fare per apparire magari meno belli, ma essere anche più concreti.


foto Nicolo Campo / Insidefoto

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