Dove sta andando la Coppa America napoletana.
Due secoli di oleografia e un minimo di osservazione diretta dicono una cosa abbastanza ovvia. La cima del Vesuvio non è tagliata dritta, come il Fuji o l’Etna. In mezzo c’è una conchetta. E il sole delle albe di settembre si alza dietro il vulcano come baciato da questo leggero incavo. È un temporaneo miracolo di geometria divina. Comincia da qui lo stadio naturale del Golfo di Napoli. Adesso bisogna un attimo capire se si dice America’s Cup o americanscap, per il resto Partenope è pronta, con il trucco e il vestito buono. L’evento di regate preliminari alla 38esima Coppa America del 2027 si è concluso una settimana fa ma ancora ci fa brillare gli occhi.
Numeri pazzeschi, entusiasmo alle stelle, Luna Rossa ha vinto in trionfo.
Non conta nulla e la strada è ancora lunga. Dai piccoli monotipi standard AC40, si passerà ai venti metri di scafo degli AC75. Nel frattempo, è tutto un fiorire di manuali della vela e della Coppa. Tocca imparare la filastrocca. L’America’s Cup è il trofeo più antico della storia moderna. I vecchi lupi di mare e di banchina la chiamano Auld Mug, la “vecchia brocca”. Le barche gareggiano in match race, uno contro uno. Però nelle preliminari e nelle qualificazioni sono state introdotte le regate di flotta, tutti contro tutti sulla stessa linea di partenza, effetto flipper impazzito. La bolina è il lato controvento del percorso. Le scotte si chiamano così perché scottano. Mure a dritta ha sempre la precedenza. L’ingaggio poi ce lo spiega Alexa, ma se sfugge la differenza tra prua e poppa è meglio cambiare sport.
Giovedì 24 settembre, alla presentazione ufficiale sul palco della Rotonda Diaz, il popolo di Luna Rossa non vede l’ora di farsi innamorare, per andare a letto col glossario dei marinai sul comodino. Quando arriva Max Sirena, lo storico team leader di Prada, subito si entra nella trama delle emozioni forti. La chiave di tutto è lui, fisico da bulldozer e pulsazione romagnola. Al suo debutto davanti alla folla napoletana, si commuove di un pianto fraterno ricordando Carlo Borlenghi, l’uomo dall’elicottero, maestro della fotografia nautica scomparso lo scorso agosto.
Luna Rossa è tornata, con l’animo nobile di sempre.
Eravamo rimasti alla finale degli sfidanti, la Louis Vuitton Cup 2024. Max Sirena che ripara il suo AC75 a colpi di nastro adesivo e fogli di Cuben Fiber. Era la drammatica scoperta di essere fragili. I punti regalati agli avversari per rotture e avarie pesano il doppio. La lezione è stata dura. Anche per questo oggi si gareggia con le stesse barche della scorsa edizione. Saranno modificate solo le postazioni dei cyclor. L’energia idraulica dei controlli veniva ricaricata a pedali, da due coppie di ciclisti a bordo. Adesso ci sono le batterie. Due anni fa Luna Rossa perse la Vuitton 7 a 4 contro gli inglesi di sir Ben Ainslie. Ma la lotta per la Coppa nell’ultimo quarto di secolo resta tra la squadra italiana e il defender Emirates Team New Zealand.
Max Sirena e Grant Dalton vogliono giocarsela alla pari.
Dalton è il capo di ETNZ, dominus indiscusso di tutta la macchina organizzativa dell’evento America’s Cup. È forse all’apparenza meno gioviale di Sirena, sicuramente meno elegante, ma sono entrambi pura genetica marinara, chimica di vento e di sale. Sirena e Dalton hanno voluto disegnare una competizione il più lontana possibile dalle predazioni corsare prima di Ernesto Bertarelli con Alinghi e poi di Larry Ellison con Oracle Racing.
L’intenzione è competere nei decimi di nodo, costruendo le gare sulla raffinatezza millimetrica del design e, soprattutto, sul talento dei velisti. Sirena ha chiesto tutto quello che aveva il dovere di chiedere e Dalton ha concesso tutto quello che poteva concedere. Lo strapotere annoia. Così due valletti in guanti bianchi hanno messo la vecchia brocca d’argento in un enorme baule brandizzato Louis Vuitton e l’hanno spedita a Napoli, in palio a casa degli italiani. È una specie di all-in.
Adesso al timone di New Zealand c’è un atleta australiano, il campione olimpico Nathan Outteridge. Considerato l’orgoglio patriottico degli All blacks, una lettura in malafede diventa quasi inevitabile. Nel frattempo Luna Rossa ha scippato ai rivali l’asso Peter Burling, che ai comandi della barca neozelandese ha vinto le ultime tre edizioni dell’America’s Cup. Burling si è preso le regate preliminari di Napoli applicando alla lettera il manuale del perfetto velista. Lo dimostra la spettacolare serie di virate in copertura su New Zealand nella seconda bolina del match-race finale, con il cancello delle boe robotiche piazzato in pratica dentro le case del lungomare.
Le signore di Posillipo al pranzo della domenica hanno tirato fuori dal forno la parmigiana e la frittata di pasta con le vele dentro i balconi.
Accanto a Burling, la trimmer Maria Giubilei, mentre Marco Gradoni, con Gianluigi Ugolini alle regolazioni, ha gestito il volante di sinistra. Sono l’aura giovane di Luna Rossa, pescata dalla squadra di sviluppo Women&Youth. Nella definizione della classifica generale, oltre la bella infilata di primi posti, per il team Prada conta forse ancora di più la scelta tattica di non forzare la mano nella rimonta della quarta prova, quando una manovra conservativa ha salvato la barca da un pericoloso giro mure a sinistra del gate di poppa. Altissimo rischio di incidente e penalità.
Dopo la disfatta del 2024, abbiamo la conferma che insieme all’ossessione agonistica, servono il metodo e la strategia di una campagna militare.
Il potenziale degli avversari è ancora da scoprire. I francesi di La Roche-Posay hanno totalizzato due primi e due scuffie. Venerdì sono finiti a mollo con l’albero in acqua sulla linea di partenza. Il giorno dopo hanno replicato lo spettacolo a pochi metri dal traguardo, vanificando l’occasione di vincere la loro terza regata. New Zealand e GB1, finalisti della scorsa edizione, lavorano a testa bassa in modalità caimano. Sono sotto il livello reale di visibilità, per un adattamento mimetico al nuovo territorio di caccia. E Ben Ainslie non vede l’ora di riprendere l’assetto cannibale che ha segnato i suoi successi nella storia della vela mondiale. Alinghi dalla Svizzera e Arc Team degli americani, che pure ha vinto la Race 1 inaugurale di venerdì, restano invece i due sfidanti con la curva di sviluppo più acerba e il minor numero di miglia a mare.
A luglio metà squadra di Luna Rossa era già in acqua a Napoli, studiando i bordi, le raffiche e i pattern di onde, con la guida esperta dell’atleta locale Federico Granara.
Sono stati i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene, dopo la cavalcata celebrativa in mezzo ai fan del villaggio spettatori, tra bandierine, pizza Margherita e goodies del merchandising ufficiale. Queste Preliminary Races di fine estate suonano come una stratigrafica prova generale. Soprattutto per quello che riguarda lo sforzo organizzativo, l’impresa logistica e il livello globale della struttura finanziaria dell’evento. Il Race Management ha testato il campo di regata rispetto alle rotazioni del vento e i network televisivi hanno fatto il check di fotogenia alla città, mai vista così bella dall’alto.
È stato messo a sistema ogni dettaglio: i power bank negli uffici in caso di black-out, le biciclette elettriche per la mobilità interna, il coordinamento della sicurezza, la gestione dei mezzi a mare, i gommoni di assistenza e i canali di comunicazione riservati sulle ricetrasmittenti TETRA. Tra l’altro, è stato testato il pubblico napoletano, che ha risposto con il solito enorme cuore e con una sorprendente educazione quasi svedese. Un infinito carosello di decine di migliaia di spettatori è rimasto come ipnotizzato dalla muta velocità dei foiler in volo.
Il pomeriggio di domenica, sul lungomare trasformato in villaggio ACE, è tutto un profumo di graffe, sughetti e impasti di lievito madre. La macchina economica di America’s Cup Events sta rodando il motore degli sponsor. Lo stile dei padroni neozelandesi è rizomatico. Sono gentili e aperti. Se si rispettano le regole e si riesce a tradurre il loro accento incomprensibile, c’è posto per tutti alla tavola del marketing.
Napoli vuole stare al centro dell’attenzione globale.
Alla serata di premiazione, sotto il palco della Rotonda Diaz, c’è una folla gremita, bella e abbronzata. Inevitabile una breve passerella della politica. Il presidente della Regione Roberto Fico, paracadutato dalla Festa dell’Unità, sta chiaramente in jet-lag. Il sindaco Manfredi deve ancora recuperare da una tragica gaffe sulla mobilità urbana: “se i napoletani non vogliono il traffico, prendano i mezzi pubblici”.
Il ministro dello Sport Abodi ha la giacca troppo stretta. O ha messo il giubbotto antiproiettile, o ha mangiato troppi babà. Napoli è un cantiere a cielo aperto, le basi e il porto di Bagnoli non sono pronti e c’è ancora tantissimo da fare. Poi per fortuna si proclamano i vincitori della manifestazione. Tutti i componenti dell’equipaggio di Luna Rossa alzano a turno la bella coppa di questo antipasto. L’ha realizzata il mago dei corni e dei Pulcinella, l’artista napoletano Lello Esposito.
Il palco innaffiato dalle magnum di Mumm diventa una specie di pista di pattinaggio, mentre i pesi massimi della squadra fanno il tappeto per lanciare in aria un Max Sirena decisamente contento. Quando le luci si spengono, appare nel cielo notturno l’incredibile plenilunio di una Luna ramata fino alle sfumature del rosso. Sembra finta. Ma è tutto vero, a Napoli è appena cominciata l’America’s Cup.