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Motori
23 Agosto

Le Mans è la corsa del destino

Giacomo Cunial

42 articoli
Così è stato anche nel 2021.

Ogni anno, qualunque cosa stia succedendo in Formula 1 o nel mondo, i motori da corsa si accendono su di una tranquilla cittadina del nord-ovest francese con un nome diventato mito: Le Mans. Tra la luci del giorno e l’oscurità della notte, viene scritto un nuovo capitolo dell’epica motoristica. Così è stato anche nel 2021, ad Agosto, non a Giugno come tradizione vuole, perché viviamo tempi non normali. La 24 ore è l’essenza delle corse automobilistiche: velocità, sviluppo tecnologico, competizione, durata, coraggio, resistenza, lavoro di squadra, emozioni, follia.

Le Mans è quel luogo dove si valorizza al massimo il motto olimpico “l’importante non è vincere, è partecipare” fino alla bandiera a scacchi. Arrivare in fondo, non è come-una-vittoria, è una vittoria vera e propria. Ma non solo. A Le Mans, storicamente, chi vince diventa un eroe che ha avuto la meglio contro o grazie all’unica forza imprescindibile dell’accadere: il destino. Destino che a volte sembra contro, a volte sembra a favore, ma che sotto la bandiera scacchi è l’unico che divide vinti e vincitori.



Più che con de Coubertin, infatti, la dialettica della gara de la Sarthe si può spiegare con Hegel e il suo concetto di destino. Il filosofo tedesco aiuta a capire quanto a decidere la gara di Le Mans sia la dialettica tra gli equipaggi, visti nella loro individualità, e gli stessi equipaggi visti come parte di un insieme più grande.

Prendendo a prestito gli stessi classici greci d’ispirazione hegeliana, Antigone rappresenta il pilota dell’equipaggio, che compie una determinata azione convinto che a guidarlo siano la sua volontà e la sua velocità, ma non sapendo che la sua azione è già prevista in un disegno totale, in una necessità insieme storica e trascendente. Sembra dire Hegel che più si afferma l’individualità del libero agire, più si realizza la necessità superiore che pone il pilota in quella condizione e di fronte a quelle condizioni, avverse o favorevoli.

Questo concetto duplice di destino, posto da un lato come l’indeterminismo del singolo che ignora, e dall’altro come il determinismo della totalità è poi la sintesi di ciò che può succedere, di ciò che succede e non succede nelle 24 Ore di gara a Le Mans.

Vincere a Le Mans significa fare più chilometri possibili, inseriti in una totalità infinita dell’accadere.

Pioggia, Sole, rotture meccaniche, noie fisiche, cali di concentrazione, sono solo alcune delle variabili che fanno impazzire gli equipaggi alla ricerca della vittoria. Un turbinio di sensazioni ancestrali avvolge sia le squadre che i tifosi, le luci dei fari nella notte, i freni incandescenti, le scintille, a rimembrare la luce del fuoco nella grotta, un senso di protezione di fronte all’infinito e al pericolo.

Il palmares parla di una lunga rivalità Ford-Ferrari negli anni ’60, quando la bandiera a scacchi veniva sventolata anche da un certo Gianni Agnelli, ma è la Porsche a collezionare il maggior numero di allori ( 19 fino all’ultima, vinta nel 2017). Quest’anno si è scritta la storia, con la prima monoposto di Formula 1 (Alpine) a girare nel circuito della 24 ore nelle mani di Fernando Alonso. Nell’attesa che Porsche, Ferrari, Peugeot e altri costruttori ritornino nella competizione regina dal 2023, a fare da padrone sono ancora i giapponesi di Toyota, grandi attori del motorsport moderno.



Visti i terribili trascorsi, fino all’ultimo si è temuto per le nuovissime Toyota Hypercar, che invece hanno chiuso in parata la 24 Ore realizzando una fantastica doppietta e respingendo i ricordi nefasti del destino avverso nel 2016. Ha vinto la GR010 Hybrid #7 di Kamui Kobayashi/Mike Conway/José María López, numero che non aveva mai avuto molta fortuna nella classica francese quando era LMP1, ma che stavolta ha fatto il suo dovere senza alcun problema, a parte una piccola noia tecnica legata al carburante che è stata sistemata con un reset. Dopo la Hyperpole conquistata in qualifica e avendo passato la maggior parte delle Prove Libere al comando, Kobayashi, Conway e López colgono un successo meritatissimo, aiutati specialmente dai piccoli guai in cui è incorsa l’auto gemella.

La #8 di Sébastien Buemi/Kazuki Nakajima/Brendon Hartley fin dal via è sembrata presa di mira dal destino avverso. Alla prima frenata è stata centrata dalla Glickenhaus #708 e solo un miracolo non l’ha costretta al ritiro con danni meccanici. Da lì in avanti il trio formato dallo svizzero, dal neozelandese e dal giapponese ha dovuto spingere per rimontare posizioni e tempo perso alla caccia della #7, ormai fuggita via verso la vittoria.

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