Alto e robusto ma agile. Potente ma raffinato nel tocco, specie quando non serve bombardare da fondocampo. Abile nel tuffarsi con successo senza essere un nuotatore, né un portiere di calcio. Capace soprattutto di un’impresa quasi impossibile. Il 7 luglio del 1985 il futuro idolo delle folle tennistiche, ovvero il tedesco Boris Becker, vince il Torneo di Wimbledon. Il trionfo in una competizione del Grande Slam che pochi possono vantare anche al termine di una carriera e che nessuno aveva mai assaporato all’età di 17 anni (e 227 giorni). Becker non si presenta a Wimbledon da testa di serie ma il percorso è una sorpresa soltanto per chi ancora non lo conosce.

 

Classe 1967, Boris Becker viene da Leimen, cittadina del Baden-Wurttemberg a pochi chilometri da Heidelberg, sede di una delle Top University in Europa. Che quel tipetto dai capelli rossastri sia un fenomeno in fasce è presto chiaro. Talmente chiaro che da bambino ottiene dal Ministero della Pubblica Istruzione tedesco una dispensa speciale, grazie alla quale abbandona la scuola dopo il conseguimento della licenza media. Ha appena 16 anni Boris Becker quando diventa professionista a tutti gli effetti.

 

Boris Becker, un giovane Re

 

Il suo manager è il romeno Ion Tiriac, imprenditore dal grande fiuto che non perde tempo appresso alle mezze figure. Becker è molto giovane e del giovane ha la sfrontatezza nell’affrontare i momenti topici di un match. Ma possiede anche una capacità di recupero psicologico e una potenza fisica che fanno di lui una sorta di designato al successo. E i risultati arrivano presto, perché nel 1984, primo anno da professionista, vince il BMW Open di Monaco di Baviera in coppia con il polacco Fibak, tennista più anziano con il quale sembra completarsi bene in doppio. Nello stesso anno Becker si presenta a Wimbledon riuscendo a superare tre turni.

 

Tuttavia la vera impresa la compie agli Australian Open 1984 quando, dopo aver battuto senza problemi l’americano Meyer, nel secondo turno sconfigge in quattro set il più quotato statunitense Tim Mayotte (testa di serie numero 7 del tabellone) e poi supera anche Hank Pfister e il francese Guy Forget. Nei quarti perde con Ben Testerman, tennista migliore in doppio che come singolarista. Il 1984 si chiude con un piazzamento impensabile per uno della sua età: Boris Becker è #66 nel ranking mondiale.

 

Non lo chiamano ancora “Bum Bum Becker”, ma la velocità e la potenza del suo gioco sono qualità che non passano inosservate. È la battuta la principale carta vincente e quasi non c’è differenza fra la prima e la seconda palla di servizio, ma anche il colpo di dritto affonda l’avversario con una regolarità impressionante. Il rovescio non è di pari qualità, ma ciò non scalfisce minimamente la sua grandezza.

 

Boris a lezione dal suo mentore Ion Tiriac

 

La potenza del servizio costituisce l’ossatura dei punti che conquista in un game (fin dai primi anni di carriera è uno dei migliori interpreti del gioco “serve and volley”), ma non si può certo dire che il repertorio sia limitato. Il tedesco è da subito la sintesi ideale fra stile ed energia. E quel che fa, lo fa divertendo il pubblico. Con colpi perfetti, spesso acrobatici (i tuffi sotto rete cui accennavamo all’inizio diventeranno un marchio di fabbrica), con atteggiamenti e gag da istrione che conquistano all’istante gli spettatori.

 

Se il ragazzo può avere un limite caratteriale o una fragilità psicologica, quel limite è da ricercare nella vanità. Difetto che nello specifico si esplica nella ricerca del consenso a tutti i costi e che talvolta lo porta a strafare. A compensare quella debolezza c’è però un carattere di ferro, frutto di un’educazione abbastanza rigida. Laddove l’impronta familiare non bastasse c’è sempre la mano di Tiriac. Il coach sa limare le parti appuntite di un carattere strabordante per ricondurlo all’essenziale, all’obiettivo. E l’obiettivo è sempre quello: vincere, non far giocare l’avversario.

 

Un video passato alla storia, il game perfetto in cui Boris rifilò 4 aces di fila a Sampras nella Master Cup del 96

 

Nel 1985 il nome è già di pubblico dominio, anche se il ragazzo non ha vinto ancora nulla di particolare. Tutti sanno che è questione di tempo ma nessuno può immaginare quanto poco ne serva al giovane Boris. Cominciano a conoscerlo anche gli appassionati italiani, perché il tedesco arriva in semifinale al Foro Italico. Sarà bravo quel ragazzotto simpatico e combattivo, ma contro un marpione navigato come il francese Yannick Noah non c’è molto da fare (6-3, 6-3). Tuttavia Becker non si arrende perché ormai sente i migliori alla propria portata e perché la sua competitività aumenta di torneo in torneo.

 

Al Roland Garros di quell’anno batte al primo turno un Vitas Gerulaitis a fine carriera, ma subito dopo perde contro Mats Wilander. Il successo tuttavia è in agguato perché arriva una vittoria significativa e quasi profetica: si aggiudica il Queen’s Club Championship di Londra. In finale il sudafricano Kriek deve arrendersi in due set (6-2, 6-3). La superficie in erba si dimostra confacente al gioco di uno “sconosciuto ma non troppo”. È il preludio a quanto accade meno di un mese dopo, sempre a Londra ma su un campo ancor più prestigioso.

 

La stella assoluta del tennis tedesco in compagnia della mascotte Pippo in quel di Palma di Maiorca nel 1986

 

Si disputa l’edizione numero 99 del più importante torneo tennistico al mondo. Il detentore è l’americano John Mc Enroe. Le altre teste di serie sembrano figure inavvicinabili per un ragazzino. E invece nei primi due turni Becker fa una strage. Sotto i suoi colpi cadono nell’ordine Pfister e Anger, mentre al terzo turno la vittima è più illustre: si tratta dello svedese Joakim Nyström, testa di serie numero 7. Agli ottavi di finale la quarta testa che rotola è quella di serie numero 16, lo statunitense Tim Mayotte. Nei quarti Becker batte in quattro set il francese Leconte, mentre Järryd e Connors si sbarazzano rispettivamente di Gunthardt e di Acuña.

 

La vera notizia è però l’uscita di scena di Mc Enroe. A batterlo è il connazionale Kevin Curren, l’altro outsider di quell’edizione. Talmente outsider, Curren, che tutta Londra sbigottisce quando il giorno dopo aver battuto il Mc, Kevin fa fuori anche Jimmy Connors guadagnandosi l’accesso alla finale. L’altra semifinale la giocano due tennisti che in due assommano 41 anni: lo svedese Anders Järryd (13 luglio 1961) e il tedesco Boris Becker (22 novembre 1967).

 

All’inizio Järryd sembra avere campo libero contro l’inesperienza dell’avversario e vince il primo set con un comodo 6-2. Ma da quel momento viene fuori il carattere e l’istrionismo di chi sente il mondo a un passo da sé. Se nel secondo set ci vuole il tie-break per pareggiare i conti, nel terzo e nel quarto set Järryd, #5 del ranking, è regolato con un doppio 6-3. Auf wiedersehen, Anders.

 

Il leggendario tuffo di Boris

 

Domenica 7 luglio 1985 scendono in campo per il titolo i due che nessuno si aspettava. Becker vs Curren. Tra il tedesco e l’americano passano 9 anni di differenza. Lo statunitense (sudafricano di nascita) è un buon tennista ma a 27 anni è sulla china discendente e Wimbledon 1985 è l’ultima vera occasione della carriera. Appare agitato, mentre Becker mostra la forza dei nervi distesi e in campo ha un atteggiamento quasi provocatorio. Ma anche un po’ ruffiano verso un pubblico che non sa ancora chi tifare. Durante i cambi di campo palleggia con i piedi, in altri momenti imita un ciclista senza bici.

 

Ma al di là di quei vezzi gioca un tennis di altissimo livello. Ci vogliono quattro set, qualche esitazione di troppo e un avversario che solo nel secondo set sembra essere davvero in partita. Al termine di una splendida battaglia sportiva Londra incorona Boris I, re dei Goti. La vittoria di Becker a Wimbledon 1985 segna così la nascita di una nuova stella, una di quelle che non smettono di brillare. Nemmeno quando il campione tedesco avrà rimesso la racchetta nel fodero e avrà iniziato l’attività di coach. Contattare il suo pupillo Novak Đoković per saperne di più al riguardo.