Aveva compiuto 30 anni soltanto qualche settimana prima. Ormai era diventato un campione triste. Le telecamere riprendono spesso i tennisti di spalle, dall’alto. Lui preparava il servizio, raccogliendosi nella sua tipica posizione, pronto ad esplodere il colpo con cui usava scoraggiare i suoi avversari e renderli impotenti di fronte alla sua grandezza. C’erano tennisti che erano molto più alti di lui, che erano capaci di tirare più forte, che erano provvisti di un servizio più potente. Per esempio Ivanisevic. Ma quando Pete si trovava spalle al muro, quando l’avversario cominciava a nutrire una piccola speranza di avere la meglio, lui si raccoglieva nella sua posizione, tirava fuori la lingua, caricava la bordata e sembrava che nessuna cosa del mondo, nessun affanno esistenziale, nessuna offesa potesse turbarlo. Boom! La palla esplodeva dalla racchetta emettendo non un rumore, ma una musica, e rispondergli era una faccenda non comune tra gli umani.

Un giovane Pete

Un giovane Pete

Ormai questo rituale non risultava inevitabile come un tempo. Quando si raccoglieva per preparare il servizio e le telecamere, come sempre, lo inquadravano dall’alto, finivano per scoprire l’incipiente chierica che ormai aggrediva la sua testa ed il campione appariva quasi denudato. Ormai non tirava neanche più la lingua fuori. Sampras stava invecchiando. Tutti dicevano che non era più lui. L’anno precedente non era stato in grado di vincere alcun torneo. Ma il vero sacrilegio si era compiuto qualche mese prima, a Londra. Sampras era il Re di Wimbledon. Aveva vinto quel torneo sette volte. Nessuno, nella cosiddetta era Open, ci era riuscito. Prima di Federer, quello svizzero che si è divertito a cancellargli ogni record e che nell’anno appena trascorso, qualche giorno prima di compiere 36 anni, l’ha vinto pure per l’ottava volta. Roger a 36 anni è ancora lui, anzi, forse è pure più forte di quanto sia mai stato. L’età avanza inesorabilmente, ma Federer ora pare non avere proprio più punti deboli. Di certo ora gioca meglio di rovescio rispetto a qualche anno fa, quando Nadal caricava i suoi dritti mancini, e lui andava un po’ in affanno. Il gioco di Pete, invece, non era mai stato perfetto. Non a caso non ha mai vinto al Roland Garros. Il suo rovescio talvolta era fragile e, se gli avversari l’attaccavano, quel colpo rappresentava davvero il suo tallone di Achille. Eppure di lui si ricordano anche rovesci sontuosi, incantevoli. Tanto che, chi lo conosceva bene, diceva che per stabilire se in campo Pete fosse sceso con la vena giusta bisognava guardare come giocava di rovescio. Se il rovescio funzionava, allora voleva dire che l’ispirazione artistica quel giorno lo percorreva. In ogni caso egli sapeva bene quali erano i suoi punti di forza e si aggrappava a quelli. D’altronde erano punti di forza che poteva avere solo lui. Lui e nessun altro. Aveva addirittura inventato un colpo, lo smash al salto. Era il colpo che più gli piaceva e più lo faceva sentire il campione che era. Quando si avvicinava alla rete e dall’altro lato del campo proveniva una pallina alta, eccolo che si coordinava, spiccava il salto e schiacciava in modo impetuoso come i neri americani fanno ai danni del canestro. Oppure come quando si trovava sballottato dalla parte destra del campo e rincorreva una pallina che umanamente sembrava impossibile da ribadire e lui, invece, sparava dei proiettili di dritto in corsa che non si capiva neanche bene da dove e come uscissero. Anche questo era il colpo di Sampras, e anche per questo colpo lo chiamavano Pistol Pete. A 30 anni Pistol Pete però sembrava finito.

 

Il regicidio a Wimbledon avvenne per mano di un altro svizzero. Era soltanto una partita di secondo turno e Pete era stato relegato sul campo 2, soprannominato il cimitero dei campioni. L’anno precedente aveva già perso, ma almeno contro lo svizzero giusto. Federer non aveva compiuto ancora 20 anni, e lo fece fuori negli ottavi, sul Centrale. A tutti parve il passaggio del testimone, ma il momento non era ancora arrivato. Federer non riuscì neanche a giungere in finale, quell’anno. Ad ogni modo contro Roger, il predestinato, la sconfitta di Pete aveva anche un senso. Mentre quella contro Bastl, proprio no. George Bastl era un tennista svizzero di scarso lignaggio, che qualche anno prima, il campione che era, sarebbe stato in grado di battere anche usando una vecchia racchetta di legno al posto della sua celeberrima Wilson. E invece il campione perse. Al quinto set. Indelebile nella memoria di tutti gli appassionati di tennis il suo sguardo perso nel vuoto a fine partita, adagiato sulla sedia a bordo-campo, privo anche della forza di lasciare il campo, con il vergognoso peso di quella sconfitta addosso. Aveva battuto tutti, Sampras, ma il tempo era un avversario che neanche il suo servizio sembrava poter tenere a bada. Sarebbe stata la fine peggiore, ma non era la fine. Dopo due mesi ci sarebbero stati gli US Open. Il campione triste, nel frattempo, era scomparso dalla scena. Tutti gli altri erano pronti a giurare che fosse finita così. Non sapevano. Pete aveva battuto tutti e voleva battere anche lo scorrere del tempo.

Due colonne portanti della storia del Tennis

Roger Federer e Pete Sampras: due leggende imperiture del Tennis

Si presentò a Flushing Meadows e vinse facilmente le prime due partite. Alla terza si trovò di fronte un canadese travestito da inglese, di nome Greg Rusedki. Mancino. Proprio uno di quelli che avevano un servizio più potente del suo, sparato dall’alto di 1 m e 93 centimetri. Riguardo al tennis, però, con il vero Sampras, il paragone non reggeva. Tutti, ormai, avevano capito che quel Sampras non esisteva più, compreso il canadese travestito da inglese, e fece di tutto per batterlo. Il vecchio campione riuscì a resistere, attingendo a ogni residuo disponibile della sua classe. La chierica era sempre più evidente, la lingua penzoloni tradiva maggiore affanno del solito, ma il campione sembrava avere in serbo qualcosa. Del resto lui ad avversari speciali era abituato. Era un tennista, ma conosceva le salite, scoscese e impervie, proprio come le conoscono gli scalatori puri. Fin da piccolo aveva dovuto convivere con l’anemia mediterranea. Perciò, mentre gli altri pedalavano in pianura, succedeva che a lui toccasse sfidare le tremende insidie della salita, senza che questo potesse minimamente scalfirlo.

 

La salita era pure più dura delle altre volte a Flushing Meadows. Perlomeno il destino, talvolta, si ricorda di mostrarsi clemente con quelli che sono davvero i più grandi. E allora avvenne che il nostro Pete si arrampicò fino alla finale. Come se fosse stato proprio il destino a scriverlo, di fronte si trovò il suo avversario storico, il connazionale Andre Agassi. Andre era anche un anno più vecchio di lui e Pete aveva sempre rappresentato la sua nemesi. Erano diversi in tutto, ed erano stati sempre uno contro l’altro, fin dall’inizio. Le loro personalità erano agli antipodi esattamente come il tipo di tennis che giocavano. Il nativo di Las Vegas martellava da fondo come un ossesso fino a sfinirti mentre il figlio di immigrati greci faceva serve and volley e, in ogni caso, a fondocampo cercava di starci il meno possibile. Era un grande tennista Andre, ma mai quanto Pete. Era sempre rimasto incastrato nella sua ombra. Andò così pure quella volta. Sarebbe stata l’ultima, poi Andre avrebbe vinto ancora, ma senza Pete. Contro di lui, anche quella volta perse. Il vecchio Re di Wimbledon ebbe la meglio sul Tempo. Non scese mai più in campo. Il Tempo infatti è l’unico avversario cui non devi mai concedere una rivincita. Mai. L’unico modo per sconfiggerlo è fermarlo. Quel settembre del 2002, a trent’anni appena compiuti, il campione triste con la lingua penzoloni, ci riuscì.