Ci aveva abituati a ben altro. Così ora a vederlo faticare e mulinare sui pedali come un gregario qualsiasi, dobbiamo dire che un certo effetto lo fa. Eppure la cosa l’ha spiegata lui stesso: «Non chiederei a nessun compagno di squadra di fare per me quello che io non farei mai per loro» ha risposto a chi gli suggeriva che a 35 anni sarebbe consigliabile non dannarsi tanto l’anima, ma altresì risparmiare energie e salvaguardare la gamba in vista di future fatiche. Anche perché la Vuelta, che è entrata nell’ultima decisiva settimana, è l’ultima corsa in cui Chris Froome gareggia con la maglia della Ineos Grenadiers del guru Dave Brailsford, la corazzata britannica ex Team Sky con cui dal 2010 il keniano bianco ha vinto quattro Tour de France tra il 2013 e il 2017, un Giro d’Italia nel 2018, e due Vuelta España nel 2011 e 2017.

 

 

Un campionissimo del pedale, magari non amatissimo dal grande pubblico che vede in lui il prototipo del ciclismo moderno, così tabellare e avaro di colpi d’ala. Giudizio che andrebbe, almeno in parte, rivisto: pochi ricordano, infatti, la sua impresa al Giro d’Italia del 2018, quando la sua pazza fuga solitaria di 80 chilometri scattata sulle terribili rampe del Colle delle Finestre incendiò e sbancò una corsa che pareva finita. E invece quel suo folle volo solitario mandò alla deriva il povero Simon Yates, suo connazionale che il Giro l’aveva in tasca. Gesto epico d’altri tempi, mai lodato abbastanza.

 

 

Tuttavia, per i più l’immagine che ritrae un ciclista come Chris Froome, rimane quella di un plotone di fedeli luogotenenti davanti a imporre il ritmo e bloccare qualsiasi sortita, che poi tanto la frullata a centrifuga a sferrare nel finale il colpo di grazia a tutti ce la metterà lui. Per anni il ciclismo di Froome in memoria collettiva è stato questo. Programmato sin nel più minuzioso dei dettagli, e noioso. Su di lui son state gettate ombre, e più di una, ma ne è sempre uscito pulito. I francesi sulle strade del Tour gliene hanno urlate di ogni, lo hanno persino aggredito, ma ciò nonostante lui non ha smarrito l’aplomb. E fino a prova contraria, l’innocenza a questo mondo è ancora un valore da garantire e riconoscere a chiunque.

 

Chris Froome, keniota-britannico

Chris Froome, keniota-britannico (Photo by Bryn Lennon/Getty Images)

 

 

Un campione che, piaccia o meno, nella sua carriera ha mietuto un successo dopo l’altro. Almeno fino al 12 giugno dello scorso anno. Perché da quel giorno maledetto, tutto è cambiato. È al Giro del Delfinato 2019, dove corre e rifinisce la preparazione per la caccia grossa al pokerissimo al Tour de France, che la storia di Chris Froome gira. Una rovinosa caduta contro un muretto in fase di ricognizione per la prova a cronometro di Roanne lo spedisce dritto dritto sul lettino del chirurgo all’ospedale di Saint Etienne. Ha fratture ovunque, all’anca e alle costole, la più grave la rottura del femore. Salva la vita, la sua carriera è a forte rischio:

«Dopo l’intervento chirurgico riuscivo a malapena a respirare – spiegherà egli stesso -. I miei polmoni erano stati danneggiati dalle mie costole rotte e dal mio sterno. Stavo tossendo sangue mentre mi stavano aiutando a respirare. È stato spaventoso, la mattina dopo l’operazione ho sentito quanto fossi disperato, lì sdraiato in quel letto».

Quando gli dicono che il suo recupero sarà lungo ma che tornerà al cento per cento, si rasserena: «Era tutto ciò che volevo sentirmi dire in quel momento». Per tornare si fa in quattro, un passetto alla volta; sei ore di esercizi al giorno, recupera l’uso della gamba destra e risale in bicicletta. Il suo obiettivo è il Tour de France 2020. Di mezzo a bloccare tutto ci si mette però il coronavirus. Cambiano piani e strategie in seno alla squadra. La stella è ora Egan Bernal, trionfatore al Tour del 2019 quando Froome stava in ospedale. Lui torna e annaspa al Delfinato, così Brailsford detta l’agenda: Bernal capitano al Tour, Thomas al Giro; Froome farà la Vuelta. Il keniano bianco prende atto e annuncia il passaggio per la prossima stagione alla Israel Start-Up Nation. Lo si rivede alla Tirreno-Adriatico:

 

«Io finito? Non scherziamo nemmeno. Mi sono rimesso in gioco per tornare al massimo. Che felicità correre qui» dichiara al via.

Non lascia il segno. Arriva così la Vuelta con i suoi verdetti ineluttabili: Froome in salita non tiene il passo, si stacca e becca distacchi siderali. Il capitano Ineos è Richard Carapaz che lotta testa a testa con Primoz Roglic per la maglia rossa. Fuori dai giochi a oltre un’ora di ritardo in una squadra di cui non farà più parte, Chris Froome potrebbe finirla lì e tornarsene comodamente a casa risparmiandosi fatiche e umiliazioni. Nel ciclismo l’onore conta però ancora qualcosa, così non solo rimane signorilmente in corsa ma si ritaglia un ruolo mettendosi al servizio del suo nuovo capitano. Quando la strada inizia a salire, lo si vede tirare il gruppo con l’umiltà e la dedizione degli ultimi. Lui che è un numero uno:

«Farò tutto il possibile per aiutare il mio compagno Richie. È in ottima forma e sono convinto che lotterà per la vittoria finale» spiega.

Un grande gesto, degno di un campione autentico, che si traduce in una lezione di vita, prima che di sport. Applausi, solo applausi, nient’altro che applausi.