Ai partenopei basta solo smettere di raccontarsi come un'ingiustizia vivente.
C’è una legge non scritta nel calcio italiano, una verità scomoda e perciò più autentica: il Napoli vince solo quando smette di essere (il) Napoli. È un paradosso che lacera l’orgoglio partenopeo, ma che ogni tifoso onesto dovrebbe avere l’onestà di affrontare. Invece, si preferisce il rifugio della narrazione martire, trasformando una delle tifoserie più viscerali del Paese in un surreale palcoscenico in cui superstizione, fatalismo e una sterile retorica del riscatto prevalgono sulla sostanza del gioco.
Il quarto scudetto della storia, una liturgia sobria e implacabile orchestrata da Antonio Conte, non fa che ribadire una verità che dovrebbe essere incisa a fuoco sugli spalti del Maradona: il Napoli per vincere deve rinnegare sé stesso, o per lo meno la propria ombra.
Così come accadde nel 2023 con Spalletti, anche stavolta la formula del trionfo è stata spartana e inflessibile: disciplina, silenzio, lavoro.
Ma Conte ha alzato l’asticella. Non ha voluto conquistare o interpretare la piazza, l’ha sfidata e sovvertita. Ha imposto la sua idea fin dal primo momento, senza accettare compromessi. O Napoli avrebbe accolto la sua visione, o non ci sarebbe stata alcuna firma.
(Il) Napoli soffre di una malattia endemica e insidiosa: il vittimismo. Un virus culturale che si annida nel sottobosco del tifo e affiora nei momenti decisivi. Basta ripercorrere gli ultimi vent’anni per rendersene conto: ogni volta che il Napoli ha sfiorato l’eccellenza, lo ha fatto mettendo a tacere il frastuono dell’ambiente. Il Napoli di Sarri, per dire uno dei più luminosi, era efficace quando il tecnico toscano si isolava dal melodramma cittadino e imponeva il suo calcio geometrico e razionale.
Ma è bastato che il coro si rialzasse – “il destino è contro di noi“, “tutti ce l’hanno con Napoli” – perché la squadra si piegasse, fragile nella psiche più che nei muscoli. Ancelotti ha capito subito l’antifona: non si può allenare seriamente una squadra mentre la curva canta contro la società con la palla ancora in gioco. Gattuso, nel tentativo di abbracciare lo spirito popolare, si è lasciato inghiottire dalla vulgata e non ha portato a casa nulla. Spalletti ha vinto perché ha fatto il contrario: ha chiuso Castel Volturno, ha tagliato i ponti con l’esterno, ha costruito un fortino dove si parlava solo la lingua del lavoro . . .
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