Un giorno chiesi ad un caro amico di Napoli, frequentatore assiduo del San Paolo, perché la tifoseria ce l’avesse tanto con De Laurentiis. In fondo ADL li aveva ripresi dai bassifondi del calcio italiano, portandoli addirittura in Europa prima e a competere per lo scudetto poi (nel mezzo, qualche non indifferente trofeo come tre Coppe Italia e una Supercoppa italiana). La sua risposta fu però emblematica. Tradotta in termini semplicistici, il succo era più o meno questo: lascia stare i risultati, quello vuole comandare il Napoli come un’azienda ma non ha capito qui come funziona; il Napoli non è un’azienda, nemmeno se di successo, e lui neanche è napoletano. E poi, in soldoni, ha una faccia da schiaffi.

 

 

Notai subito di aver toccato un nervo scoperto, e la sua risposta era evasiva e confusa come quella di una ragazza arrabbiata che dice di non avere niente. La verità è che tra Napoli e De Laurentiis non è mai sbocciato l’amore, a pelle e allo stesso tempo per mille motivi, in una città che ancora respinge di cuore certe perversioni della contemporaneità. De Laurentiis è in fondo un imprenditore che mai ha ceduto alla retorica napoletana, a quella mistica impareggiabile che può diventare nel bene stra-ordinaria epica di popolo, nel male sindrome paranoide da vittimismo.

 

Un’unicità che è vizio e virtù di una città come Napoli, della sua «grande tribù – per usare le parole di Pier Paolo Pasolini – che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare».

 

De Laurentiis è infatti un uomo di cinema in una città abituata al teatro, un fautore dello spettacolo in un luogo fondato sulla scena (che a volte si trasforma in sceneggiata). E sì che Napoli ha avuto strepitosi rappresentanti del cinema ma sempre di un cinema teatrale, ancorato alla realtà popolare, e che se proprio doveva cedeva alla commercializzazione lo faceva con un suo linguaggio, una sua incrollabile ironia, un poetico fatalismo. Mai vendendosi al modello spettacolarizzato d’oltreoceano. Per dirla in altri termini: popolare sempre, populista (quasi) mai.

 

“‘A lira fa ‘o ricco, a crianza fa o’ signore”. – I soldi fanno il ricco, l’educazione fa il signore. (Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

 

Per questo De Laurentiis è quanto di più lontano ci possa essere dall’anima napoletana: non perché rappresenta il suo contrario, come ad esempio l’algida e teutonica dirigenza bianconera, ma perché simboleggia il suo tradimento, la sua negazione. ADL è il napoletano (in questo caso romano, ma con origini di Torre Annunziata) che rifiuta Napoli e quasi la liquida con disprezzo, guardandola dall’alto verso il basso, trattandola con la puzza sotto al naso. È il figlio che rinnega la meravigliosa terra degli avi, eredità più profonda e nobile del padre; che non la capisce, non la sente e non la vive, e proprio per questo si (s)vende all’impero del nulla americano.

 

Il tradimento d’altronde a Napoli è peccato capitale. Anche qui è questione di sensibilità: sceneggiata vittimista e folcloristica per alcuni, permalosità dettata da cuori grandi (e spezzati) per altri.

 

Parliamo infatti di una città che, sempre citando Pasolini, ha deciso di non arrendersi alla contemporaneità, e che a questo suo “sacrosanto rifiuto” ci tiene morbosamente. Ecco, laddove il sacro e il profano già si confondono nell’aria, nel pallone si fondono inesorabilmente: De Laurentiis dunque è andato a toccare una corda sbagliata della città, e l’ha fatto con tutta l’arroganza e la volgarità del suo show business; con la presunzione e la protervia dell’americàno di Renato Carosone, nato in Italy e che però vuole vivere alla moda. Questo l’ha spinto irrimediabilmente alla rottura con il popolo – perché di popolo si tratta – partenopeo.

 

 

Da parte sua De Laurentiis di certo non ha mediato, come quando ha dichiarato di preferire la pizza romana a quella napoletana: eresia, ancor peggio, blasfemia. Un “patrimonio immateriale” dell’Unesco, ma soprattutto un’istituzione cittadina, liquidato così: l’ennesimo e il più grave indizio della distonia con l’ambiente. Per chiuderla con la battuta di un ristoratore di Rione Sanità, che stuzzicai sempre sul tema ADL e che ci aveva appena portato al tavolo una terrina di pasta e patate: «questa (la pasta e patate, un piatto povero della tradizione napoletana) De Laurentiis non se la mangerebbe mai».

 

Un uomo da whisky&soda più che da caffè sospeso (SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

 

 

Poi certo ci sono altri aspetti: le campagne acquisti – che però sembrano l’alibi perfetto per il tifoso che già cova rancore; il fatto che abbia marginalizzato il tifo organizzato, subendo dunque un’offensiva altrettanto organizzata (un po’ come Lotito a Roma, e in molti hanno avanzato paragoni tra i due); i mancati investimenti nel settore giovanile, ambito il cui il Napoli Calcio non tocca palla; l’assenza di politiche in favore dei tifosi, a partire dai prezzi non “consoni al tessuto sociale”.

 

 

E ancora, astraendo dal campo, il fatto che il presidente voglia comandare nell’irrimediabile e costitutiva anarchia partenopea (come scrive Marino Niola, antropologo napoletano, «De Laurentiis tenta di governare in una città in cui niente è governato»). Eppure l’impressione è che il problema sia nel rapporto tra ADL e la napoletanità. A tal proposito un bell’articolo de “Il Napolista” sostiene la tesi diametralmente opposta alla nostra: De Laurentiis è odiato dai napoletani perché in fondo è come loro, e vengono citati molti esempi in cui il patròn mostra vizi tipici della città.

 

 

Eppure è proprio qui che non siamo d’accordo: in questi frangenti infatti, quando si scaglia contro i palazzi del potere e spara a zero contro la Juventus, quando rivendica orgoglio per Napoli o addirittura svicola senza casco in motorino, emerge il presidente che “fa il napoletano” ma non “è napoletano”: è un qualcosa che si percepisce a pelle, nei modi, e che crea una frattura tra il personaggio e la persona. Ecco perché molti tifosi non riescono a riconoscersi in lui: perché sentono puzza di ruffianeria, di uno che non è come loro ma che specula sulla loro pelle.

 

Che poi non sono imprescindibili i natali per essere “napoletani”. Anzi, questo metafisico riconoscimento di cittadinanza il popolo partenopeo è disposto a concederlo a molti (da Maradona, che al di là del talento aveva sposato la causa del basso contro l’alto, abituato com’era al socialismo populista sudamericano, a tanti calciatori e dirigenti durante gli anni).

 

In De Laurentiis però molti avvertono l’opportunismo, la spettacolarizzazione, a tratti per l’appunto la ruffianeria. A ciò aggiungiamoci che napoletanità vuol dire tutto e niente, e che da quelle parti a un presidentissimo napoletano è richiesta una fra due virtù: l’attaccamento viscerale oppure la signorilità. Nella città in cui resiste ancora il mito del gentiluomo (il vero “signore” è spesso il napoletano, aristocratico ma popolare), De Laurentiis non solo è un business man allogeno, ma anche un imprenditore arricchito che tiene la lira ma non la creanza.

 

Napoli ha le sue leggi, anche nel calcio, che noi non possiamo comprendere fino in fondo (Ivan Romano/Getty Images)

 

 

In conclusione, ci potrete rimproverare di non aver mai parlato o quasi di calcio in queste righe; o meglio di campo perché il calcio a Napoli – e non solo – è società. Sacrosanto, ma ci interessava approfondire come il personaggio De Laurentiis venisse percepito nel ventre di Napoli. Abbiamo provato a indagare alcune dinamiche al di là delle ineleganti e malcelate rotture con i vari Benitez e Sarri, e ancor peggio Ancelotti e Gattuso; al di là dello spogliatoio che si ritrova regolarmente “unito” contro il suo patròn, in un’ulteriore e intestina guerra dell’alto contro il basso che a Napoli costituisce la principale forma di dialettica negativa (e positiva).

 

 

Come scritto da un comunicato del 2019 della Curva B azzurra: «Ciò che vorremo far capire ad ADL è che non è solo un capo di un’azienda: il Napoli rappresenta una città, una passione e ha una lunga tradizione. Egli sembra odiare Napoli ed i suoi abitanti, e ha più volte rinnegato la storia del nostro club». Magari anche la curva difende semplici interessi di classe o meglio di parte, ma non per questo l’obiettivo in chiusura è meno nobile: «risvegliare il senso di appartenenza a questa città».

 

Ecco, chi come De Laurentiis ha parlato più volte del Napoli come “un pezzetto di carta” da lui stesso “salvato”, sembra appartenere ad un mondo diverso. Giusto, in una comprensibile divisione di ruoli.

 

Ma Napoli è Napoli, è una città unica al mondo. E quella che contesta De Laurentiis è una Napoli sotterranea, ancestrale, gelosa della propria anima; napoletana al di là del bene e del male. Qui la verità conta relativamente e comunque non quanto l’epica, come dimostra San Armando con la Mano de Dios. Perché allora entrare definitivamente nella modernità? Per le vittorie, i bilanci, la sostenibilità? Se chiedessero a un vero napoletano di sacrificare la propria identità sull’altare del successo, quello non ci penserebbe proprio. E avrebbe tutte le ragioni del caso: che se ne fanno a Napoli della verità, quando possono continuare ad alimentare il mito?