Calcio
19 Giugno 2020

Le rivoluzioni non si fanno a Torino

I bianconeri sono voce di palazzo, non urla di piazza.

Se cerchi delle risposte, la storia ti è sempre buona consigliera. Anche nelle vicende del pallone. Il faticoso e zoppicante cammino della Juve sarriana ci rimanda alla storia stessa del club bianconero, in cui se c’è una ciambella che mai è venuta fuori col buco, è quella delle rivoluzioni. Due i casi più eclatanti, quello di Luis Carniglia alla fine degli anni sessanta e l’altro di Gigi Maifredi trent’anni fa. Correva il 1969, e a sostituire dopo cinque anni Heriberto Herrera sulla panchina bianconera fu chiamato un pittoresco argentino giramondo, Luis Carniglia; questi imboccò la via della rivoluzione, che presto si tradusse in un vicolo cieco.

«Heriberto faceva el movimiento? Io lo abolirò. Non mi piacciono i giocatori muscolari. Io adoro gli artisti, detesto chi sa solo correre» disse al suo arrivo.

Non gli andò bene. Finì che nessuno lo seguì, litigò con mezza squadra, e lo licenziarono dopo sei partite chiamando al suo posto Ercole Rabitti. Dopo di lui la Juventus non avrebbe più esonerato più nessuno fino al 2009 quando fu dato il benservito a Claudio Ranieri. Stesso trattamento fu riservato al suo sostituto Ciro Ferrara nel gennaio della stagione seguente.

Nessuna rivoluzione in entrambi i casi: va detto infatti che era quella una Juventus che annaspava nella traversata del deserto di Calciopoli. Carniglia, Ranieri e Ferrara condividono il podio sul quale nessuno vorrebbe mai stare: sono gli unici allenatori ad aver subito l’esonero nella lunga storia della Juventus.

La storica lite tra Ciro Ferrara e Gigi Maifredi, due allenatori che alla Juventus non hanno trovato fortuna

La scorsa estate Maurizio Sarri è stato chiamato alla corte di Madama, essenzialmente per due motivi; vincere, la Champions in primis (ormai un’ossessione), e divertire. Massimiliano Allegri ha fatto man bassa di trofei in Italia, ma non ha portato in bacheca quello più ambito, nonostante abbia condotto la squadra a due finali continentali in tre anni. Fatali, un anno fa, i secondi 45 minuti dei quarti di Champions nel match di ritorno a Torino contro l’Ajax.

Quanto al gioco, i palati fini gli imputavano fosse un votato machiavellico e assai poco spettacolare. Troppo asciutto, troppo calvinista il suo credo. E allora grazie e arrivederci. In Sarri, la dirigenza ha individuato l’uomo della svolta, capace di implementare la rivoluzione del calcio spettacolo. Peccato che il tutto sia finora rimasto ancorato ai proclami del campionato d’agosto, quello delle parole che conosce solo vincitori, e che del decantato sarrismo a Torino non si sia vista che qualche fugace e impercettibile traccia qua e là.

Lo stesso, ma è ancora prematuro dire se finirà nello stesso modo, fece la Juve di Luca Cordero di Montezemolo nel 1990, quando seguì il modello del Milan stellare di Arrigo Sacchi sulla via del calcio spettacolare e vincente. A un monumento come Dino Zoff non bastarono le vittorie in Coppa Italia e Coppa Uefa: Montezemolo scelse Gigi Maifredi come l’uomo della rivoluzione per lanciare la sfida a Berlusconi. Era quella una squadra che poteva contare sui due eroi delle notti magiche: Roberto Baggio, arrivato a Torino a pochi giorni dal mondiale tra i tumulti nelle strade di Firenze, e Totò Schillaci, che con Zoff in panchina era esploso.

Sarri, insieme ad Agnelli, nello Juventus Museum: come un elefante in una cristalleria (Foto Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

Come Sacchi aveva portato da Parma Mussi e Bianchi a Milanello, da Bologna Maifredi arrivò a Torino con Luppi e De Marchi; lo statuario, nella pura accezione del termine, libero brasiliano Julio Cesar, e il funambolo tedesco Tommasino Hassler i due rinforzi stranieri. E poi l’integralismo della zona, e l’idea di un calcio spensierato, arioso e offensivo. Che qualcosa non funzionasse, lo si capì subito, quando la Juve fu fatta a polpette dal Napoli in Supercoppa al San Paolo; per uno come Stefano Tacconi, non dev’essere stato tanto piacevole raccogliere cinque palloni dal sacco quella sera. Si parlò allora di lavori in corso, e si sostenne come Maifredi avesse bisogno di tempo.

Lui prometteva champagne d’alto lignaggio come il Veuve Cliquot che, prima di fare dell’allenatore la sua professione, da rappresentante di vini e liquori vendeva a enoteche e ristoranti del bresciano; nei calici di quel campionato, tuttavia, la sua Juve non servì alla fine che un vinello assai sbiadito e disarmonico, bocciato su tutti i fronti alla prova dell’assaggio. Maifredi non fu esonerato, fu lasciato al suo posto, ma sempre più solo in compagnia di un destino segnato e di uno spogliatoio che gli aveva ormai girato le spalle. L’ultima fetta della stagione fu per lui un calvario, e la sua avventura sulla panchina della Juventus si tradusse in colossale fallimento.

Fu così che la mancata rivoluzione generò la restaurazione; Montezemolo passò alla Ferrari, e al timone di Piazza Crimea tornò Giampiero Boniperti che volle di nuovo al suo fianco Giovanni Trapattoni, fedelissimo uomo dell’Ancien Règime. La storia è fatta di cicli, che si ripetono attraverso un susseguo di corsi e ricorsi. La storia dice come la Juve sia da sempre voce di palazzo e mai urla di piazza, sia forza di governo e mai di opposizione, sia un partito conservatore e mai radicale. Ecco perché le rivoluzioni sono le uniche ciambelle che da quella casa mai son uscite col buco. Presto sapremo se sarà così anche stavolta.

«Il mio papà odiava il potere e, di conseguenza, gli Agnelli che, all’inizio degli anni Novanta, ne erano l’emblema. Per questo motivo quando nel 1994 sono diventato allenatore della Juventus mi sono recato al cimitero in preda ai sensi di colpa e ho pregato l’anima di mio padre, morto tre anni prima, di accettare la mia scelta». (Marcello Lippi)

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