Christopher Froome era il capo degli antipatici. Sono bastate tre settimane in Italia, ed cambiato tutto. Sarà il sole, saranno il cibo o il paesaggio, chissà. Fino ad aprile si storceva il naso, “non deve partecipare”, si diceva: sulla sua persona pende la spada di un altro pastrocchio anti-doping, ed è sembrato a tutti un altro Froome, meno in forma, meno preparato, poco pronto alle fatiche del Giro d’Italia. Due cadute all’inizio del Giro101 sembravano averlo abbattuto e costretto a una passerella. Subisce del distacco, lo coltiva e lo lima ad ogni frazione (di uno dei Giri più belli del ciclismo moderno). Sembra quasi uscire di classifica da un giorno all’altro. Solo che il fisico lo puoi anche piegare, ma dentro resta sempre l’Idea e se hai l’Idea del Campione quella non se ne va, mai. Perché quello è, Froomey: un Campione, e non c’è altro da dire. Nessuno si dimentica il computerino come totem da adorare nel momento dello sforzo, né tantomeno la tattica distruttiva della Sky che ha annichilito per anni le gare dove – semplicemente – azzerava la concorrenza, contando su un’impostazione di generale attendismo. A causa di questo atteggiamento, e di una allure mediatica di onnipotenza che segna la Sky da quando è entrata nel mondo del ciclismo, il gruppo più o meno compatto dei tifosi non era dalla sua parte. Ma ieri, ieri è cambiato tutto. Nella nostra personale storia sportiva esisterà un Froome ante e un Froome post Colle delle Finestre.

 

Froome era per tutti l’alfiere perfetto del ciclismo moderno, tutto programmazione e tecnologia, tutto crono e squadra imbattibile: per dirla con Pascal, molto esprit de géometrie e poco, pochissimo esprit de finesse. Quella stessa persona ieri ha fatto questo: 82km di fuga, da metà Finestre al Jafferau, passando per il Sestrière. Tutto da solo, tra la neve e lo sterrato. Prendere la classifica e farne un gioco: dare trentacinque minuti alla maglia rosa Yates, questo ha fatto. Da un robot (come spesso viene dipinto, ma come in realtà non è) è uscita la fantasia, quella fantasia geniale al limite della follia. Talmente assurda da evocare imprese da ciclismo d’altri tempi, trasformando la sua fuga in un’impresa di solitudine. Froome è diventato uno di noi a forza, premendo sull’unico tasto che abbiamo scoperto, quello dello stupore. Assuefatti da tutto, immagini suoni e sapori, non ci stupiamo più di niente. E invece, un keniano bianco viene e nell’irrazionalità di un gesto sembra mettere ordine a un ciclismo c.d. moderno, rovesciando i piani, cambiando paradigma. Ieri pomeriggio attendismo e gestione del rischio sono il caos, e l’ordine è ricostruito secondo un nuovo codice. Il codice precedente, di cui lo stesso Froome a suo tempo si era fatto estensore, viene smembrato e riassemblato secondo la sua sola volontà. Ieri era normale fare cose che non solo erano extra-ordinarie, ma addirittura inconcepibili. Sono anni che la sua tranquilla umiltà viene adombrata dalle critiche – talvolta gratuite, talvolta no – e questo lo rendeva lontanissimo da tutti, soprattutto dai tifosi. Al Giro, nelle condizioni in cui era, si è esposto al giudizio di ogni singolo tifoso, per riscrivere tutto, da zero. Come per un pomeriggio ha riscritto le regole del ciclismo, così Froome ha ridisegnato il suo valore nel cuore di chi ha assistito al gesto. Per volare da solo su 82km di fatica, Froome non può essere un automa costruito in galleria del vento, non può essere uno che vince solo a tavolino. No, per poter fare quello che non aspettiamo altro che accada, Froome dev’essere uno di quelli che si alzano sul divano all’ultimo kilometro, che piange quando finiscono le tappe di montagna, che ha la pelle d’oca quando il cronista chiama il nome di chi scatta. Uno di quelli che chiude gli occhi e si immagina campione. Insomma, Froome dev’essere uno di noi.

 

Immagine di copertina © Russ Ellis