“Non è saggio rifiutarsi di affrontare il pericolo, anche se bisogna farlo con la dovuta cautela. Dopotutto, è questo il senso della sfida posta all’uomo fin da quando un gruppo di primati si evolse nella nostra specie. Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola”. Così scriveva Isaac Asimov, celebre scrittore morto nel 1992, nel suo “I robot dell’alba”. Chissà cosa avrebbe pensato e scritto del match tenutosi nel 1996, l’incontro che segna l’inizio di un’epoca, un capitolo cruciale nell’epopea del confronto tra uomo e intelligenza artificiale.

 

 

Si tratta della celebre partita Kasparov vs Deep Blue. Da una parte il campione del mondo russo, dall’altra la nuova (per i tempi) macchina realizzata dall’ IBM con la precisa finalità di mettere in crisi la presunta superiorità umana nell’arte degli scacchi. Il risultato fu la vittoria dell’essere umano sulla macchina, dello spirito creativo e fantasioso sull’ algido calcolo matematico privo di enfasi. Eppure sfidare una macchina non è facile, lo ammette lo stesso Garry Kasparov nel suo “Deep Thinking”: le macchine non si stancano, non si scoraggiano, non hanno reazioni valutabili sul piano dell’emotività.

 

La grande sfida lanciata da IBM a Garry Kasparov ha rappresentato uno degli eventi più emblematici di fine secondo millennio (Sean Gallup/Getty Images)

 

 

Se questo può apparire come un punto di forza in un gioco matematico come quello degli scacchi, in realtà esso può rivelarsi un ostacolo insormontabile. Sempre Kasparov, in “Gli scacchi, la vita” spiega che i circuiti elettrici delle macchine non potranno mai replicare in maniera soddisfacente i circuiti neuronali degli esseri umani. O meglio, potranno farlo per quanto riguarda il calcolo della migliore mossa, ma il calcolo avrà solo un valore matematico predefinito, manca invece dell’emotività, della violenza psicologica che proprio gli scacchi generano in chi li pratica. Mancano la fantasia, la creatività, l’impulso creativo, lo spirito, il geist direbbero in Germania, qualcosa di innato nell’essere umano e che probabilmente rende l’essere umano tale impossibile da replicare nelle macchine.

 

«Non riesco a immaginarmi cosa vorrebbe dire vivere sapendo che un computer è più forte della mente umana, dovevo sfidare Deep Thought per proteggere la razza umana».

 

È il 1997, e l’IBM non ci sta: chiede la rivincita, la ottiene. Kasparov affronta la versione più aggiornata di Deep Blue, soprannominata in via ufficiosa Deeper Blue. Se la macchina pecca in originalità, lo fa solo nel nome. L’11 Maggio e a New York una voce di corridoio si trasforma subito in verità: la macchina ha battuto Kasparov.

 

 

È l’inizio di una nuova era? Il nuovo millennio si apre forse con la concretizzazione dei romanzi di Asimov? Siamo ad una nuova alba in cui l’umanità deve sottostare alle macchine? Non proprio. In primo luogo, è probabile che la partita sia inficiata dal più classico dei comportamenti umani: l’imbroglio. Infatti pare che in alcune fasi la macchina non solo sia stata aggiornata per meglio rispondere al gioco del campione russo, ma pure che la stessa abbia ricevuto aiuti umani, in un’inversione di ruoli che ridisegna il risultato ufficiale. Questi sospetti sembrano avvallati dal comportamento elusivo della IBM, che riesce nel suo scopo pubblicitario.

 

La guerra scacchistica contro il computer è stata una delle pagine più affascinanti della vita di Garry Kasparov (Mark Renders/Getty Images)

 

 

Fuori dalla polemica, siamo davanti ad una svolta. Si apre forse, per gli amanti dell’antropocentrico, una falla di sistema che rischia di divenire incolmabile. Se una macchina ha superato Kasparov, le macchine possono superarci in tutto. È forse l’inizio, prendendo spunto dal nome della macchina, di un periodo blu così come l’ha vissuto l’artista Picasso, solo che questa volta non riguarda solo le pennellate di un gigante dell’arte, ma l’intera comunità.

 

Ma è davvero così? La risposta sta nelle righe di sopra, e per chi scrive è solo una: no.

 

No, perché ci saranno cose che le macchine non potranno mai fare, anche nel gioco degli scacchi. Gli scacchi, suonerà strano, sono un gioco basato sull’imprevedibilità più che sugli schemi asettici che si rincorrono, perché ci sarà sempre quel momento durante una partita in cui verrà sferrata la mossa decisiva, la mossa sorprendente che lascia di stucco spettatori e avversario. Gli scacchi sono tanto studio quanto improvvisazione, creatività e fantasia.

 

Garry Kasparov e la scacchiera: un amore intramontabile (Howard Boylan/Getty Images)

Garry Kasparov e la scacchiera: un amore intramontabile (Howard Boylan/Getty Images)

 

 

Dopo aver scomodato Asimov, quando si parla di tecnologia e innovazione mi torna sempre alla mente uno scritto di Umberto Eco, il quale ricorda l’antico mito egizio in cui la divinità della memoria umana si oppone a quella della scrittura, rea di impedire la prosecuzione di quella tradizione orale su cui per secoli se non millenni si era fondata la società.

 

 

Allo stesso modo, non serve avere paura delle innovazioni ma saperle accogliere e sfruttare per il bene di tutti. Così nessun super-computer potrà mai minacciare nulla, neanche la marginale perdita di fascino che genera un gioco come quello degli scacchi. Così gli scacchi, come la scrittura in fondo, si basano sulla sorpresa e sullo stupore, elementi che nessuno strumento tecnologico potrà mai sostituire.