Dopo il City, la ritrovata felicità all'Everton.
Ne è passato di tempo dall’ultima volta in cui parlare di Jack Grealish era qualcosa che valesse la pena. Perché è facile l’entusiasmo nel racconto delle nuove storie che compongono questo sport, ma è con la stessa semplicità che non ci si accorge quando esse sfiorano l’oblio, quasi portandoci a dimenticare la loro esistenza. Questo è il fascino del gioco maledetto: stringere in un silenzio crudele i declini di alcuni dei suoi personaggi. Almeno fino a quando accade qualcosa in grado di annientare il nostro torpore, per voltarci di nuovo verso quella storia che avevamo quasi dimenticato e guardarla di nuovo con gli occhi dolci.
In questo caso, solo l’approdo all’Everton e i quattro assist nelle prime due partite di Premier League potevano risvegliarci dal torpore che avevamo metabolizzato nei confronti di Jack Grealish. Un torpore legittimo, derivato dall’anestesia sportiva che Pep Guardiola aveva inflitto all’ex Villa nel suo Manchester City. L’ennesimo record da aggiungere al palmares del catalano: rendere anonimo uno dei calciatori più frizzanti del calcio inglese. Non era facile.
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