Critica
04 Aprile 2023

Liberateci dagli opinionisti, mitomani del nulla!

Un'estenuante (e desolante) gara a chi la spara più grossa.

Qualche giorno fa un amico mi ha inviato uno di quei video/link Tik Tok di cui, nell’anteprima, si intravedeva solo il faccione di Riccardo Trevisani. Un brivido sinistro mi ha subito percorso la colonna, alimentato dal messaggio seguente: “peggio lui o Adani?”. Già avevo pochi dubbi prima: decisamente peggio Trevisani, non c’è partita; giocano addirittura due campionati differenti. Ma una volta visto lo spezzone quei dubbi, pochi, si sono dissipati del tutto:

«A me fa sempre molto ridere chi dice ‘e se Mourinho lascia la Roma…’ ma pe’ chi? Ma ‘ndo va? Ma chi lo pija? E fammelo vede’…».

Così ha sentenziato il Trevi, intervenuto a ‘Cronache di Spogliatoio’, con un dialetto romano da finto boro di periferia – prima il ‘vorrei ma non posso’ era dei coatti che volevano elevarsi e redimersi dalla propria condizione, adesso è di influencer privilegiati che giocano a fare i coatti sui social network per essere più cool, le stranezze della vita. Il nostro eroe ha poi continuato: «L’unica squadra che potrebbe cadere in questo clamoroso bluff è il PSG. In Francia non sanno e quindi c’hanno l’idea che Mourinho…» (gesticola e fa capire di saperla lunga, lui).

A finire, la conclusione del suo “ragionamento”: «perché oggi la Roma è a media 66 punti in campionato, l’anno scorso ne ha fatti 63. E non c’era Dybala. PUNTO», scandisce sottolineando il tutto con un gesto perentorio della mano, tra uno sguardo da spiritato e un’arroganza che infastidirebbe persino il più imperturbabile dei monaci buddisti – o più probabilmente gli strapperebbe un sorriso, magari solo uno sguardo, di compassione.

Si tratta di una delle miriadi di esempi in cui questi nuovi saltimbanchi dei commentatori sportivi, strilloni nella testa ancor prima che nelle telecronache, danno sfogo a tutto il proprio ego. Personaggi a cui un briciolo di notorietà e qualche migliaio di like sui social network hanno dato alla testa, mitomani senza contenuti ma con la presunzione di averne, palloni gonfiati dal nulla mischiato col niente. “Chi te se pija, ma ndo vai, fammelo vede’”. Cit. RICCARDO TREVISANI SU JOSÉ MOURINHO. Ma siamo seri? Farebbe anche ridere se non ci fosse da piangere. Ma come si permette? E se si permette, chi gli ha dato la consapevolezza di potersi spingere a tanto?



Espressioni che fino a qualche tempo fa, quando ancora esisteva un decoro pubblico e privato, sarebbero state l’occasione per l’azienda di richiamare il proprio dipendente. E che non solo sarebbero state irricevibili ma anche inconcepibili e inimmaginabili, almeno fino a quando questo mestiere, quello del giornalista, del telecronista o comunque in senso lato del divulgatore (sportivo), era ancora legato a un certo stile, all’argomentazione, al rispetto. Espressioni che oggi, invece, diventano virali – e non è un caso che il termine si riferisca tanto alle malattie quanto ai contenuti di tendenza sui social.

Quando c’erano attacchi un tempo, pure netti e radicali, erano sempre avanzati con garbo ma soprattutto con stile, con contenuti. Altro che “chi te se pija”, come si dice alle zitelle nei bar di periferia. Adesso invece, pensate un po’, mi tocca addirittura essere d’accordo con Zerocalcare (e chi l’avrebbe mai detto, già solo per la voce: quella voce da adulti mai diventati tali e da comunisti mai stati veri, quella voce da Zoro di Propaganda Live che rischia di squalificare a priori qualsiasi concetto). Zerocalcare che qualche giorno fa asseriva, con un po’ di mitomania anch’egli:

“in un contesto dove non esiste più nessun tipo di vergogna, il mitomane prospera e cresce. Se si ristabilisse quel minimo vergognarsi e quel po’ di pudore nel porsi di fronte agli altri, si migliorerebbe”.

Difficile dirla meglio, riconosciamoglielo. D’altronde il signor Trevisani, come anche molti altri, come la stessa Bobo tv, rappresenta una degenerazione inquietante del racconto sportivo. E non è un caso che questa si esprima via social e ancor di più via video, ché chiunque dovrebbe avere ormai capito che il mezzo determina anche il messaggio, e che il video tik tok sarà montato sempre sulle sparate ad cazzum di Trevisani e Cassano, mai sulle interviste di Gianni Minà – se non il giorno dopo la morte, ça va sans dire. Il mezzo determina il messaggio e la società determina l’affermazione del mezzo: ce lo vedreste un Gianni Brera su Twitch? O Twitch ai tempi di Gianni Brera? Ecco.



Quel che è certo è che questa deriva non ha più alcun tipo di pudore, ed è lo specchio fedele di una società barbarica e animata da orde di analfabeti di andata e di ritorno, convinti che la loro “opinione”, in realtà un ribollio intestinale, valga uno proprio quanto quella di chi magari ha lavorato per 20 anni in un ambito ai più alti livelli, che lo ha rivoluzionato, che ha vinto e ha perso con i migliori del mondo; che ha studiato concetti e poi li ha messi in pratica, acquisendo conoscenze ed accumulando esperienze. Nel calcio, ancor più che in politica o altrove, questo degradamento è evidente e profondo:

tutti pensano di capirci, tutti di poter essere allenatori.

E invece no, miei cari: voi capite di calcio quanto quelli di Ultima Generazione capiscono di ambiente – “peggio loro o Trevisani?”, ecco la vera domanda. Il problema è che a questi non solo abbiamo dato voce, come diceva il teorico dell’Ur-Fascismo Umberto Eco, ma gli abbiamo anche dato peso, perché sono loro a determinare quella viralità oggi indispensabile a dei media in agonia e in crisi di astinenza da click. Profili ancor prima che persone i quali si esprimono a reactions e grugniti, che hanno una soglia di attenzione di sette secondi e si formano un’opinione (da strillare poi nel mercato virtuale) scrollando i video di Cassano o Trevisani.

Così ormai vale letteralmente qualsiasi cosa, tutto tutto è uguale a tutto e si può tranquillamente vomitare quasiasi concetto in libertà, senza mediazione. Cassano che insulta Allegri ed urla quanto gli faccia “schifo”, etichetta Mourinho come “un disastro di allenatore” e sentenzia: “il suo calcio è finito, la gente non è stupida” (sic!), che srotola il suo (limitato) dizionario di insulti e chiama la gente “leccaculi” (tra l’altro in italiano non esiste, ma per Cassano è l’italiano stesso a non esistere), o che insieme al compagno di merende Adani parla di “servi”, state sicuri che verrà ripreso da tutti i giornali, alla faccia dei vecchi professionisti ancora rimasti.

Questi, trattati come dinosauri, e che dei dinosauri stanno facendo la fine, hanno due alternative: osservare l’alta marea della mitomania, e nel frattempo vivere sempre più nascosti ed ignoti come epicurei; oppure inseguire i mitomani sul terreno degli individualismi provinciali, delle sparate sopra le righe, delle oscenità che tirano; di frasi ad effetto che rimbalzeranno sui social come palle impazzite, aumentando interazioni e pubblicità – purché se ne parli. Questione di tempo, prima che rimangano solo questi ultimi. Il conto alla rovescia è già iniziato: Tik Tok…

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Federico Brasile

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