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27 Maggio

Il Divin Codino

Annibale Gagliani

27 articoli
Cosa ci ha detto il film evento su Roberto Baggio.

«Tu insisti. Se uno insiste le cose prima o poi arrivano». È il primo comandamento dell’esistenza di Roberto Baggio. Motto che s’innesta alla filosofia del maestro Daisaku Ikeda. Perpetuo percorso buddista di profonda pulizia del karma. Scrivi un obiettivo sulla carta dei tuoi sogni. Ripetilo. Dannati l’anima. Ogni giorno. Senza tregua. Lo raggiungi. E se non succede, il viaggio ti ripagherà.

Roby per il popolo italiano, che lo ha eletto il calciatore azzurro più amato di sempre. Perché mai? Rottura del crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale. 220 punti per fissare il tendine. A diciotto anni. Quando dal Lanerossi Vicenza è pronto a diventare il Rinascimento calcistico della Fiorentina. Oltre due miliardi nelle tasche da guadagnarsi col proprio talento, la propria passione. Tutti avrebbero richiesto una serena sepoltura. Tranne lui. Decide di dare inizio al mito. Incantare le folle nella Vecchia Signora, nella Nazionale. Quando Bruno Pizzul fa riecheggiare il suo nome nel microfono, è storia d’Italia.


Raffaello per gli esteti del culto di Eupalla. Veroniche. Doppi passi. Dribbling di Dionisio. Sciabola e fioretto in area di rigore. Il cervello nei piedi. Parabole imitate anche da Renzo Piano. France Football deve ammettere tutti i suoi 24 carati estratti a Caldogno dalle mani severe di un padre di pane duro e polveri di fabbrica. Scricciolo di una famiglia di otto figli. Una madre che lenisce le ferite sottopelle con risi e bisi. Gli schei sono una cosa seria, bisogna sudarseli, meritarseli. Il bene non si compra coi miliardi. Il bene è quello viscerale, folle, inspiegabile dei tifosi viola, che si oppongono al suo passaggio alla nemica Madama nel 1990, protestando in piazza.

L’avvocato Gianni Agnelli, pregustando uno dei suoi più amati vizi, rimase esterrefatto: «Una volta scendevano in piazza per protestare contro la Fiat, oggi perché Baggio non vada alla Juve. Direi che il Paese è migliorato».

Il Divin Codino per tutto il mondo, titolo del biopic diretto da Letizia Lomartire, prodotto da Fabula Pictures ed RTI, e distribuito da Netflix. Ad interpretare il dieci dei dieci italiani è il pescarese Andrea Arcangeli, ventisette anni, totale immedesimazione somatica e caratteriale, a tratti impressionante. La scialuppa di salvataggio del mito, la moglie Andreina, è la dolce Valentina Bellè. L’insormontabile padre, Florindo, è Andrea Pennacchi. La madre, Matilde, è Anna Ferruzzo. Figure fondamentali nell’economia della narrazione sono il manager, Vittorio Petrone, interpretato da Thomas Trabacchi, e i mister Arrigo Sacchi, ovvero Antonio Zavatteri, e Carletto Mazzone, ossia un sorprendente Martufello.  Da segnalare un cameo della figlia di Baggio, Valentina, dall’intensa somiglianza con il padre: la sua stessa tempra, da clonare se fosse possibile.

roberto baggio il divin codino netflix
Lo sguardo serio e maturo di Roberto Baggio (Andrea Ancargeli) ad USA 94

Ecco, a proposito del padre. Nel film è forte il rapporto-scontro con la figura genitoriale, talvolta immersa nel nucleo famigliare, talvolta nello spogliatoio, celata dietro i panni dell’allenatore. Il giovane Roby, che fa pulsare dentro di sé il desidero di bambino di vincere il Mondiale contro il Brasile per regalarlo al papà, disperato dopo la debacle degli azzurri all’Azteca del 21 giugno 1970, non intende soddisfare il Complesso di Edipo. Vuole solo sentirsi amato, probabilmente il più amato. È Mazzone a farglielo capire nel 2000, ai tempi del Brescia. Suo psicanalista, mai al di sopra dei suoi battiti: di impareggiabile umiltà. Baggio ha bisogno di sentirsi il trascinatore non solo di una squadra, bensì di un intero popolo. Sui polsi ha le stimmate del condottiero, non i tatuaggi della prima donna.


Nel suo percorso di rinascita buddista, focalizza l’obiettivo: vincere la Coppa del Mondo. È il Mondiale di USA 1994 ad essere raccontato nella sua interezza. Lo scontro con un altro padre insormontabile, il ct Arrigo Sacchi. Un volto incrociato nel 1985, in quel Vicenza-Rimini di Serie C che rischiava di disintegrargli i sogni attraverso il ginocchio. Il mister del Milan magno gli chiede di giocare a un tocco. È esigenza tattica, tutti a servizio della squadra. Pressing, linee corte, possesso e verticalizzazioni improvvise. Ma lui deve dribblare gli avversari come birilli. Si è mai visto una étoile punteggiare un passo alla volta?

L’occasione tanto agognata rischia di trasformarsi in tragedia anonima. Sconfitta di misura con l’Irlanda. Vittoria di misura contro la Norvegia, con il dieci sacrificato, sostituito, dopo l’espulsione di Pagliuca. Nello Stivale s’incazzano anche i sassi. Baggio dà del matto a Sacchi in mondovisione. L’ultima partita del girone contro il Messico regala un pareggio e il ripescaggio, ma il morale del coniglio bagnato, come definito beffardamente dal suo presidente, Gianni Agnelli, è sotto i tacchi.


Nel momento più cupo, la rinascita. Doppietta negli ottavi contro la Nigeria. Gol decisivo ai quarti contro la Spagna. Doppietta contro la Bulgaria in semifinale. E in finale chi ci ritrovi al Giants Stadium di Pasadena? L’armata carioca, maglie verdi e oro più pragmatiche del solito: il Brasile di Parreira, più rappresentato da Dunga che da Romario. Roby ci arriva al 60% della condizione. Preferirebbe morire che non giocare. C’è la promessa al padre. Pomeriggio torrido di un Mondiale disumano.

Quaranta gradi, 100% di umidità. Tutta la sua famiglia sugli spalti. La fotografia dell’opera filmica riempie con gli effetti speciali lo stadio. La gente freme, sembra balzargli addosso. Un buco nero sembra inghiottire i 90 minuti, che diventano 120. Rigori. Stramaledetti rigori. Il suo spaventoso Hotel California, di quegli Eagles, che avrebbe tanto voluto ascoltare con qualcosa di nuovo.  Il tiro decisivo sui suoi piedi. Come in quelle volte da bambino nell’officina del papà a rompere i vetri.

Baggio calcia alto. È la prima volta nella sua vita. Proprio nel momento cruciale di una carriera difficile, che lo vede versare lacrime di dolore sul ginocchio dopo ogni match.

Quegli undici metri saranno un incubo ricorrente, scuoiante, nelle notti infinite. Gli scudetti alla Juve, al Milan, le serate di gala in Champions all’Inter, la Coppa Uefa al cielo, il record di reti al Bologna, la corona di re di provincia al Brescia, i 200 gol in Serie A, persino il Pallone d’Oro, non contano più niente. Conta solo quel rigore. Per lui un macigno. Per il popolo italiano, per il mondo, le ali verso l’olimpo del calcio. Baggio è il più amato per questo. Sono le sue fragorose cadute, l’umanità di ogni suo sbaglio, il coraggio esemplare di rinascere, ancora una volta, mai l’ultima, a renderlo l’amico, il fratello di tutti.

Il trailer del Divin Codino

La narrazione del film sceglie di non soffermarsi sulle lucenti notti magiche di Italia 90. Nemmeno sulle esibizioni nei teatri più altisonanti del football tricolore, il bianconero, il neroazzurro, il rossonero. Neanche sui pomeriggi da sovrano della sfera a Francia 1998, congiurato da essa, quasi sempre fedele, a Saint Denis. Parte dalle origini, tra Caldogno e Vicenza, con un’anima in frantumi, rimessa insieme dalla casualità, l’amicizia con un venditore di dischi che lo porta verso il buddismo, ma anche e soprattutto dall’amore puro di Andreina.

Si arriva direttamente alla fornace di USA 1994 con lo scivolone inaugurale, il trascinamento di un intero popolo sulle sue spalle e la caduta finale, l’ennesima, quella che lo elegge il più amato, perché la sua è la catarsi di tutti. Mostra senza paura tutte le sue fragilità. Il dolore, il sacrificio, sono parte visibile e necessaria della sua esistenza. Lo esprime con impeccabile tocco Diodato, nel brano principe della colonna sonora del film, L’uomo dietro il campione:

«Era cadere e rialzarsi ascoltando il dolore / sentire come un abbraccio arrivarti dal cuore / di chi ti ha visto incantare il mondo con un pallone / senza nascondere mai / l’uomo dietro il campione».

Diodato, L’uomo dietro il campione

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Le stampelle, tristi compagne di vita del Divin Codino

Nell’ultimo atto arriva l’incontro con Carletto Mazzone, il padre che avrebbe voluto avere fin dall’inizio e che trova dopo mesi in mezzo alla sua gente a Caldogno, da disoccupato. «A Robe’, famme ride», gli sussurrava poco prima di entrare in campo in una nuova battaglia salvezza delle rondinelle. Infine, il grande smacco: lasciato inspiegabilmente a casa dal Trap ai Mondiali di Corea e Giappone del 2002. Il popolo italiano è tutto con lui, nessuno escluso. Anche suo padre Florindo. Roberto Baggio non è un semplice nome o uno sportivo. È uno di quei pochi eventi capaci di unire realmente il nostro Paese.

Nei titoli di coda del film, ringrazia con alveoli che sgorgano sincerità, come sempre, chi ha saputo accarezzare il suo codino, una vera e propria effige in grado di varcare ogni angolo dell’emisfero, fino a un’altra dimensione, vedi Holly e Benji.

«Grazie al mio adorato maestro di vita Daisaku Ikeda, ai miei genitori Florindo e Matilde, a mia moglie Andreina insostituibile compagna di vita, ai miei tre meravigliosi figli Valentina, Mattia e Leonardo e grazie a tutte le persone nel mondo con cui ho creato un profondo legame di affetto e amicizia».

Un film non basta. Forse servirebbe una Serie TV per capire a pieno il mito di Roby. Probabilmente non basterebbe nemmeno quella. Certe cose non si spiegano, si cerca di raccontarle, perché sono di tutti. Come il dieci dei dieci azzurri. In questo caso, accontentarsi può portare un delicato godimento: occhi lucidi, già vissuti o mai vissuti. Resta la lezione, l’angolare totem di valori che guarda al percorso: «Tu insisti. Se uno insiste le cose prima o poi arrivano».

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