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4 Maggio

Jim Baxter, ribelle per vocazione

Leonardo Aresi

34 articoli
Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.

Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.

 

L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

 

Jim Baxter agli inizi della sua carriera con i Rangers
Jim Baxter agli inizi della sua carriera con i Rangers

 

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

 

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

 

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

 

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

 

Jim Baxter mentre passeggia con un pallone in mano all’interno di Highbury, il compianto tempio dell’Arsenal (Ph Norman Quicke/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

 

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

 

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

 

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

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I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano lestablishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

 

Jim Baxter festeggia insieme ad Eric Caldow
Jim Baxter mentre festeggia insieme ad Eric Caldow la vittoria della Coppa di Lega ai danni del Celtic nel 1964

 

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100,000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

 

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 12 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

 

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

 

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo lamichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.

 

Jim nel suo ambiente naturale

 

I Rangers senza di lui si arresero nelle semifinali di fronte all’Inter di Helenio Herrera, vedendo sfumata ancora una volta la possibilità di alzare la Coppa dalle Grandi Orecchie. Ironia della sorte furono proprio gli acerrimi rivali biancoverdi nel 1967 a battere i nerazzurri in quel di Lisbona, portando per la prima volta oltremanica il tanto agognato trofeo. Baxter non fu più lo stesso dopo l’infortunio. Nel 1965, in sovrappeso e con il morale a pezzi, venne ceduto al Sunderland. Una parentesi grigia che lo spinse a cercare il riscatto nel Nottingham Forest di Brian Clough, senza fortuna.

 

L’ultimo canto del cigno neanche a dirlo avvenne a Wembley. Il 15 Aprile 1967 la Scozia umiliò l‘Inghilterra campione del mondo ancora una volta grazie al genio e alla sregolatezza del suo interprete più luminoso.

 

«Per festeggiare il trionfo andai al pub. 14 anni di fila».

 

Calcio, alcol, autodistruzione e redenzione. Forse Irvine Welsh ha ragione, e Baxter riassume in sé il significato di appartenere alle terre oltre il vallo di Adriano. Il 14 Aprile 2001 morì a soli 60 anni per cancro al pancreas, dopo aver vanamente tentato due trapianti. Le sue ceneri vennero sparse sul manto erboso di Ibrox Park. Al suo funerale Sir Alex Ferguson lo definì senza dubbio il miglior giocatore della storia del calcio scozzese.

 

James Curran Baxter: un antimoderato fino alla fine.

 

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