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4 Aprile

Venghino siori, nel circo della Serie A

Federico Brasile

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Di rigori, VAR e altre creature leggendarie.

È difficile parlare di campo dopo una partita come quella di ieri sera. La Juventus ha senz’altro disputato il miglior scontro diretto della stagione: intensa, consapevole, aggressiva, entrata in campo con l’atteggiamento giusto; complessivamente una squadra in crescita, anche dal punto di vista tecnico e del gioco, che ha lanciato segnali importanti soprattutto per il futuro – rafforzati da pali, traverse e 23 tiri fatti contro i 5 subiti, di cui uno solo nello specchio della porta.

Con l’unico problema, per quel piccolo dettaglio chiamato risultato, di una Juve che non riesce proprio ad essere Juve: umana, troppo umana, sinistramente fragile, fino al punto di andare sempre sotto neanche alla prima occasione concessa, bensì al primo rigore. Ogni cosa a suo tempo però, volendo citare un vecchio proverbio popolare che vedremmo molto bene in bocca ad Allegri: un tempo che coinciderà con l’anno prossimo quando, come dichiarato ieri dal tecnico livornese, i bianconeri dovranno partire dai blocchi per vincere lo scudetto.

Dall’altra parte un’Inter che ha vinto un po’ da Juve: di cortissimo muso per non dire altro, comunque più fortunata che cinica, che ha approfittato di un rigorino, dell’unico tiro in porta e del catenaccio per rilanciare alla grande le sue ambizioni tricolori, gettando il cuore oltre l’ostacolo dello Juventus Stadium.

Però sapete quella storia che si ripete sempre no: “una partita vista in tot. Paesi del mondo”, “biglietto da visita del calcio italiano” e via discorrendo. Ebbene al mondo abbiamo dimostrato due cose. Innanzitutto che, nel derby d’Italia, su 100 minuti complessivi se ne sono giocati effettivamente sì e no 50. Per questo lanciamo un appello: finiamola di riempirci la bocca con il modello Premier League – nella quale probabilmente non sarebbero stati fischiati i rigori né di ieri sera né dell’andata, tanto per dire – perché evidentemente siamo i primi a non voler emulare quei ritmi, a partire dal metro arbitrale e a proseguire con i calciatori, che ormai si rotolano a terra neanche fossero stati abbattuti dalla contraerea ucraina.

Ma poi al mondo abbiamo mostrato un’altra cosa, ovvero una classe arbitrale tragicomica: impaurita, senza personalità, disarmata e impiegata della tecnica, schiava del verdetto delle macchine. Sarà che chi scrive è un po’ all’antica, e crede fermamente che non si sarebbero mai dovuti fischiare né il rigore dell’andata di Dumfries su Alex Sandro né quello di ieri sera di Morata sullo stesso Dumfries. Ma non siete stanchi anche voi di questi calciatori macchiette, che si contorcono per minuti a terra a causa di un mezzo pestone (Dumfries) o di un quarto di manata (De Ligt), sapendo che l’on field review potrebbe garantire loro un bel regalo di Natale, di Pasqua e chi più ne ha più ne metta?

Non vi sentite umiliati di dover discutere per ore di parziale “step on foot” (?, pestone non si può dire?), di regolamenti a metà, di contatti che se rivisti è inevitabile che vengano sanzionati ma che tuttavia, secondo le sacre tavole della legge del VAR – scritte sulla sabbia più che incise nella pietra – non dovrebbero neanche essere riesaminati nel caso in cui l’arbitro avesse visto da vicino e valutato? E ancora non ne avete abbastanza di contattini che diventano contattoni con il fermo immagine della moviola, per cui ormai fatta la legge si è trovato l’inganno?



Per non parlare di quello che è successo ieri dopo l’assegnazione (discutibile secondo il buon senso, ma pressoché ineccepibile a livello di “protocollo” – sapete no, lo step on foot) del rigore all’Inter: Irrati, chiaramente sperando di archiviare sullo 0-0 (metaforico e reale) quel rigore, si è inventato un fallo inesistente per la Juventus sulla respinta di Szczęsny. Appurato tuttavia dalla sala VAR che effettivamente il fallo di Calhanoglu era a dir poco generoso, si è trovato il cavillo per non sconfessare la decisione dell’arbitro: un giocatore (De Ligt) era entrato in area al momento del calcio del penalty – cosa che succede nel 99% dei tiri dal dischetto – dunque il rigore andava ripetuto!

In caso contrario sarebbe sorto un bel problema, avendo Irrati fischiato e non potendo il gol essere convalidato in seguito al fischio dell’arbitro – si dice ora che il fischio fosse arrivato dopo che la palla era entrata, e che quindi il gol potesse essere ripristinato dal VAR, ma anche qui la cosa sarebbe stata problematica, giocata sul filo dei secondi. Ripetere il rigore era invece il modo perfetto per togliersi ogni dubbio, e per rispettare quel sacro regolamento vergine ormai quanto la Moana Pozzi dei bei tempi.

Insomma, uno spettacolo veramente penoso, che quasi ci fa provare tenerezza nei confronti di una classe arbitrale ormai terrorizzata, esautorata, e quindi ancor più goffa e approssimativa di prima.

Ma che volete farci, noi siamo stati sempre critici verso l’utilizzo del VAR, fin dal primo momento e in particolar modo sul suo utilizzo all’italiana (di nuovo, in Inghilterra si usa in maniera assai diversa e decisamente meno invasiva). E tragicomica ci è apparsa pure la scenetta del rigore/punizione di Bastoni su Zakaria, altro contatto su cui ci stiamo azzuffando da ore per capire se fosse avvenuto in area o fuori, ma che nel tanto invocato modello inglese non sarebbe stato fischiato, né in un caso né nell’altro. Tutti fermi, per due minuti, col fiato sospeso, in attesa di capire se l’arbitro potesse riequilibrare la situazione, se il piede di Zakaria fosse sulla linea, se dalla trigonometria tecnologica potesse scaturire un rigore per la Juventus.

Ma è davvero questo il calcio che vogliamo?

Per fortuna però che a inizio partita, al mondo, abbiamo offerto il volto migliore: l’artista italo-brasiliana Gaia e la cantante ucraina Kateryna Pavlenko che hanno cantato Imagine di John Lennon mentre si tenevano per mano, con i nastrini gialloblu dell’Ucraina al polso, mentre i giocatori di Juventus e Inter erano disposti a semicerchio, mischiati e abbracciati; quasi commossi, nella loro estrema consapevolezza, a pensare agli orrori della guerra e alla bellezza di un mondo senza confini, religioni, nazioni.

Cose sentite, che scaldano il cuore, rinfrancano l’anima e provocano applausi scroscianti. E così sia anche il nuovo calcio: senza più differenze e rivalità, con i giocatori uniti per la causa della pace nel mondo proprio come le ragazze di Miss Italia. Un football in cui i derby saranno introdotti da abbracci collettivi e gesti di fair play, e regnerà finalmente l’armonia fra le parti. Almeno fino a quando non ci penserà il VAR a far riemergere una nuova religione laica, e con essa inevitabilmente guerre, accuse e lacerazioni.


Foto copertina via Twitter


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