Ritratti
08 Settembre 2022

Ho visto Kvaratskhelia

Come la cultura georgiana ha influito sullo stile di gioco del talento del Napoli.

Quando un tifoso sente il nome di un calciatore sconosciuto venire associato alla propria squadra del cuore, molti dubbi affollano la sua mente. Sarà in grado di resistere alle pressioni della Serie A? Se viene da un campionato “scarso” (che brutto termine) sarà sicuramente inutile! I dubbi circa l’adattamento alla Serie A sono più che giusti, ma gli altri commenti non sono accettabili. Il paese o il campionato di provenienza non possono essere visti come un fardello. Al contrario, la sua storia arricchisce la squadra e la sua cultura dona nuova linfa vitale ai componenti della rosa.

Khvicha Kvaratskhelia è l’esempio più chiaro di come un atleta porti sul rettangolo verde tutto il proprio bagaglio culturale. Perché è bene ricordare che i calciatori non sono esseri sovrumani piombati per caso nelle nostre vite. In primis sono semplicemente uomini come tutti noi.


L’infanzia in Georgia


Khvicha nasce il 12 febbraio 2001. Il padre, calciatore, è riuscito a donare al figlio un’infanzia diversa dai suoi coetanei. Tra le montagne del Caucaso, in piccoli villaggi, la povertà regnava sovrana, ma Kvaratskhelia fu fortunato. Il padre, Badri, giocava in Azerbaijan, mentre il figlio di pochi mesi iniziava la sua vita in Georgia. I genitori si sono conosciuti mentre l’intero paese si trovava sotto il controllo dell’URSS. Hanno gioito assieme nel 1991, quando hanno riassaporato l’ebbrezza della libertà. Ma nel 2008 le cose cambiano. La madre è sola, Kvicha ha solo 7 anni ed un padre lontano, mentre soffiano i venti di guerra.

kvaratskhelia lazio napoli
Tutta la qualità, la potenza e la cattiveria di Kvaratskhelia nel gol del 2-1 alla Lazio

Un bambino cresciuto a pane e pallone, tra le strade dissestate del suo paese, si ritrova costretto a conoscere la guerra. Nell’agosto del 2008 l’esercito russo conquista la città di Gori, a pochi chilometri da Tbilisi, città natale di Khvicha. Dodici lunghissimi giorni di marcia verso la capitale, 288 minuti in cui un bambino non saprà mai se potrà tornare a toccare un pallone.

Un bambino che riuscirà a scavare tra le macerie della sua infanzia, spiegando le ali e raggiungendo la Russia. Quel bambino, ormai uomo, a 20 anni ha conosciuto di nuovo la guerra, ancora una volta in prima persona. Quel ragazzo, con il volto scavato dai ricordi, ora gioca in Italia. Nella bella Napoli porta la sua storia, la sua cultura, l’amore per il pallone e soprattutto per la vita.


Il movimento calcistico in Georgia


Uno studio del professor Erik Scott dell’università del Kansas mostra un dato interessante. Già nel 1925 i calciatori della Dinamo Tbilisi venivano cresciuti con un metodo rivoluzionario per l’epoca. Nella fredda Georgia la federazione locale ricercava uno stile di gioco che potesse scaldare gli animi dei tifosi. Uno stile che potesse farli innamorare di questo sport e che si avvicinasse ai crismi del calcio sudamericano. Per questo motivo venivano esaltate l’artisticità, l’improvvisazione e la creatività a discapito dell’atletismo, in nome di un calcio che legasse indissolubilmente cuore e cervello dei protagonisti.

Nella sua ricerca, il dottor Scott mostra come negli anni ’60 questa filosofia venisse ancora seguita. È sopravvissuto un taccuino datato 1960 di proprietà dell’allenatore della Dinamo Tiblisi. In esso sono contenute immagini e ritratti dell’attaccante della Dinamo Avtandil Ghoghoberidze intento a eseguire il Kartuli durante un allenamento. Il Kartuli è una danza tipica georgiana, che viene ballata ai matrimoni con movimenti ritmici delle mani. Questa danza, sul campo da gioco, veniva eseguita stando in equilibrio su un pallone, mentre gli arti superiori si muovevano ritmicamente. In questo modo la federazione sovietica voleva risvegliare l’eleganza intrinseca del popolo georgiano.

Durante la guerra fredda, infatti, l’URSS voleva abbattere lo stereotipo del calciatore-soldato, legato agli ideali di Mosca. Principale promulgatore di tale concetto era la Dinamo Kiev di Lobanovski. La rosa era composta in maggioranza da calciatori russi e lo stile di gioco rispecchiava gli stereotipi sovietici. Grande preparazione atletica, grande forza fisica, ma poca cura alla tecnica individuale. Il talento non veniva coltivato. Quando un club legato a Mosca aveva tra le mani un fenomeno lo sfruttava come meglio poteva, ma non vi era la volontà di creare da zero giocatori tecnicamente sublimi.

La federazione sovietica voleva fortemente che i club della Georgia coltivassero il talento. Ricerca e creatività hanno portato i calciatori georgiani a ricevere l’appellativo di “brasiliani del Caucaso”. Soprannome che tutt’ora custodiscono gelosamente. In questa direzione vanno infatti figure di spicco del calcio georgiano come Davit Kipiani e Slava Metreveli. Erano calciatori dalla classe sopraffina, dal tocco di palla dolce e leggero. Di questo Kvaratskhelia è il prototipo perfetto. Un calciatore che in sé mantiene le radici della sua terra, una terra fatta di creatività, cuore e sacrificio.


L’arte del calcio


Calcio e arte sono due mondi che non vanno mai separati. Sono fusi in un apparente ossimoro, ma che subito svela la sua vera natura. Perché il calcio è arte. Ha la cura dei dettagli dei più grandi scultori e la creatività dei migliori registi. Ha l’eleganza di un danzatore ed ogni elemento suona in armonia, creando una melodia che regala emozioni indescrivibili. In Kvaratskhelia vivono due grandi anime, che hanno reso orgoglioso il suo paese. Due personalità lontane dagli stereotipi sovietici, che hanno infiammato il cuore di un popolo intero. Nella profondità della psiche del calciatore del Napoli convivono l’eleganza di Vakhtang Chabukiani e l’estro di Vajiko Chachkhiani.

Chabukiani si rivede in Kvaratskhelia nelle movenze, in quella scuola calcio così strettamente legata alla danza, che rinasce cinquant’anni dopo. Fisico longilineo, ben strutturato ma mai sgraziato. Entrambi possiedono un’eleganza innata, che li rendono una gioia per gli occhi. La postura regale, di chi ha le spalle larghe per affrontare qualunque sfida gli si possa palesare dinnanzi. Lo sguardo puntato al futuro, perché il passato se lo tengono stretto. E la dolcezza negli occhi, tipica di chi nell’animo ha già vissuto troppe vite.

Kvaratskhelia ha un dono, un potere che condivide col regista Chachkhiani. Entrambi sono in grado di creare immagini che non sfiorano flebilmente la memoria, ma vi si avvinghiano e non la mollano più. Dipinti in movimento, che lasciano a bocca aperta ad ogni secondo. A modo loro entrambi sono degli artisti che sfruttano la loro più grande qualità: la fantasia. Quella capacità di creare mondi fantastici dal nulla, quel dono che ogni bambino possiede, ma che troppo in fretta viene dimenticato. Ma la fantasia non lascia chi fin da piccolo è stato costretto ad usarla come luogo sicuro. Chi, come Khvicha, si rifugiava nella propria mente, modellando e costruendo il proprio mondo. Un mondo fatto di pallone, in cui gli unici nemici da schivare sono gli avversari.


Kvaratskhelia: un valore aggiunto


Il talento su un campo da calcio non basta. Calciatori talentuosi ne nascono ogni giorno, ma pochi riescono ad affermarsi. Ed il fattore che sancisce la differenza tra chi riesce ad emergere e chi rimane intrappolato tra le sabbie mobili dell’anonimato è il bagaglio culturale che una persona possiede.

Kvaratskhelia può vantare un passato del tutto particolare. Sulla pelle porta le cicatrici di due conflitti armati, la consapevolezza di dover crescere prima degli altri bambini, con le annesse responsabilità. Si porta appresso quella cultura fatta di arte e creatività che lo segnerà per sempre. L’insieme di questi fattori rendono un calciatore come lui un valore aggiunto per il campionato. Un ragazzo che incarna tutta l’eleganza, la virilità, la determinazione e la dolcezza di un popolo troppo sfortunato.

Prendiamo in esame l’ultima partita, contro la Lazio. Lo stadio Olimpico è stato teatro dell’apogeo della determinazione di Kvaratskhelia. La rabbia negli occhi dopo l’occasione sprecata nei primi minuti. La voglia di rivalsa dopo il secondo errore da pochi passi. L’urlo di gioia rimasto intrappolato tra le corde vocali dopo il palo, meraviglioso, colpito dalla distanza. Ed in fine la gioia e la cattiveria di chi con quel tiro voleva spaccare non solo la porta, ma tutto il mondo. Un tiro potente, che ha piegato le mani di Provedel, per dimostrare che lui non si arrende. Perché Khvicha Kvaratskhelia gli ostacoli non li aggira, li distrugge.


La cultura scende in campo


La storia di ogni popolo si ritrova nel cuore dei suoi abitanti e Khvicha ne è la dimostrazione. Il talento, che è enorme, non è solo un fattore casuale, il volere del destino. Ma è anche il frutto di secoli e secoli di tradizioni, di dolori, di amore e di arte. Un calciatore non porta mai in campo solo il suo corpo, chi ha giocato a calcio lo sa. Un calciatore sul rettangolo verde esprime tutto sé stesso. Durante una partita i protagonisti giocano a carte scoperte, senza alcuna maschera. I calciatori riescono a trasmettere sul campo da gioco non solo la loro passione, ma l’amore per la propria terra. Trasmettono i propri valori, le proprie conoscenze, al servizio della squadra e dei tifosi. Perché nel calcio non c’è spazio per egoismi. Il calcio è arte ed in quanto tale va condiviso.

Il calcio non è mai solo un semplice sport. Il calcio racconta storie. Racconta la vita di popoli a noi sconosciuti e lega i tifosi a loro. Tifosi e calciatori si uniscono in osmosi perché gli uni si riconoscono nelle vite degli altri. È questa la forza motrice che guida questo meraviglioso sport. Perché in fin dei conti tutti sappiamo che in campo non scende un calciatore. In campo scende un uomo, come noi. Kvaratskhelia lo sa benissimo: ed è questa la sua forza.

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