Ma aveva illuso anche noi.
Anche per quest’estate abbiamo socchiuso per qualche mese la porta del calciomercato, la parte più maleducata di questo sport: per cifre spese e soprattutto per certi atteggiamenti dei calciatori, il calciomercato è diventato un periodo più che mai deprimente. Qualche significato sportivo, tuttavia, il calciomercato riesce ancora a darcelo: uno dei trasferimenti più significativi di questa sessione è stato quello di Rafael Leao, ceduto dal Milan al Galatasaray per una cifra poco inferiore ai cinquanta milioni di euro totali.
Leao è stato un calciatore che nel bene e nel male ha lasciato un segno sulla nostra Serie A, non solo perché è stato fra i primi protagonisti della vittoria dello Scudetto del Milan nel 2022, ma perché ha raggiunto uno status tale da esser amato e imitato dai tifosi più piccoli, i veri custodi della bellezza di questo sport, nonché i più sinceri nell’indicarci i migliori campioni in campo.
Tuttavia, se c’è qualcosa in cui i tifosi più piccoli sono ancora ingenui, quelle sono le grandi illusioni del calcio; Rafael Leao è stata la più articolata illusione di questi ultimi anni di sport. Ed è nostro compito, nostro malgrado, di chiudere una volta e per sempre questo annoso dibattito.
Da principio, non è mai stato semplice parlare di Leao: spesso veniva raccontato con un’indulgenza che sfiorava l’assoluzione completa da ogni peccato, fino a sottovalutarlo nel suo apporto e non rendergli giustizia del buon rendimento che offriva. Insomma, Leao divideva il popolo e nel frattempo faceva innamorare i bambini, rapiti da quelle poche fiammate di Leao che gli sono bastate per mantenere il proprio status da fuoriclasse.
Dunque, ora che siamo lontani dall’estemporaneità delle singole partite, lontani dal timore di esser smentiti da una partita giocata meglio, lontani dai numeri volenterosi di piegare prepotentemente le nostre idee, oggi è nostro desiderio prendersi la responsabilità di chiudere definitivamente l’illusione che Rafael Leao ci aveva consegnato qualche tempo fa. Anche a costo di svezzare qualche tifoso più piccolo.
D’altronde è stato lui stesso a dimostrarci di aver creduto seriamente a tutte quelle parole generose spese per lui in questi anni: si è messo da solo sul mercato al termine della Serie A 2025-26, con il Milan clamorosamente fuori dalla Champions League all’ultima giornata, dicendo di voler lasciare il Milan per approdare in Premier League o magari nelle grandi della Liga. Probabilmente credeva di poter mettersi in mostra ai Mondiali 2026, ma a parte un pugno rifilato in un’amichevole nessuno sembra essersi accorto che ci fosse anche lui nel Portogallo.
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Così le settimane di agosto continuano a trascorrere e per Leao non si presenta nessuno dalla Premier League. Soltanto Galatasaray e Fenerbahce, squadre di un campionato che fa da anticamera all’Arabia Saudita, credono che Leao sia un asset interessante per i loro progetti sportivi. Negli ultimi momenti di calciomercato, è stato l’Aston Villa di Unai Emery a presentarsi al cospetto di Leao come club di Premier League interessato al suo valore: una suggestione (e una possibile smentita di tutto questo discorso?) durata troppo poco, spazzata via dal Gala ritoccando l’offerta economica personale verso il calciatore, ormai convinto di scegliere la Turchia, nonostante volesse l’Inghilterra. Non male come primo schiaffo di realtà.
Eppure Leao non era l’unico ad averci creduto in questa narrazione: osserviamo come veniva descritto su Rivista 11 in un’intervista rilasciata il 22 aprile 2024 (il giorno in cui l’Inter superava per 1-2 il Milan, nel derby che regalò la Seconda Stella dei nerazzurri a San Siro, per intenderci su quale follia alienante scorresse fra il vero e il raccontato).
“Rafael si muove lento e ondeggia le spalle. È come in campo. Ha delle gambe lunghissime, le spalle larghe. Il paragone tra atleti (soprattutto afrodiscendenti) e grossi felini è spesso pigro e stereotipato, ma nei giorni successivi a questa intervista sono andato a cercare delle clip di ghepardi che camminano e poi scattano a correre verso una preda. E questo ondeggiamento delle scapole, che sono nella parte anteriore delle zampe del felino, è oggettivamente simile a quello di Rafa. […] È per giocatori come lui, che sono rari come il diamante, che si può usare propriamente il sostantivo fenomeno“.
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Teniamo per buono lo scenario africano evocato da Davide Coppo e scolpiamo meglio l’immagine di questa potenza calcistica di Leao. È vero che esiste una sincera sensazione di ammirazione verso la potenza atletica espressa da Leao in campo, ma essa ci colpisce come quando osserviamo la vittoria di un puma contro un volatile, ovvero dello stupore di vedere un quadrupede vincere per un minuto contro l’inaccessibile arte del volo e trascinarla per terra.
Spieghiamoci meglio: attorno a quell’ammirazione verso Leao c’era anche qualche riserva sul suo essere davvero un fenomeno fra i fenomeni. Il modo in cui Leao si libera dalle marcature avversarie è diverso dalla grazia di Henry o dalla corsa cavalleresca di Vinicius; Leao ci colpisce, ma spesso ci lascia anche perplessi. Quando Leao supera un difensore e propizia un assist, non sempre sembrava riuscirci per una naturale e superiore destrezza, ma più per una fregatura pensata prima dell’atto, come se non fosse dotato seriamente di questo atletismo e di questo talento superiore rispetto agli altri colleghi se non lo volesse davvero: come se dovesse ogni volta pensare come applicare questo talento.
L’esaltazione che scaturiva Leao in progressione è lo stesso sentimento di quando una potenza terrestre, come il puma, si mostra capace di essere così forte da pietrificare i propri avversari per quella potenza così fisica e reale mostrata sul terreno; ma essa rimarrà sempre qualcosa di distante, aliena e inequivocabilmente legata al suolo e alla terra rispetto alla potenza del volo, l’arte che gli uomini possono imitare con la tecnica ma non raggiungere da soli con la loro natura.
È per questo che Leao ci dava i bagliori di Henry e Vinicius, avvicinandosi idealmente a loro senza mai raggiungerli davvero: gli mancavano le ali e l’inspiegabilità che hanno reso così grandi Henry e Vinicius. D’altronde lo si è sempre detto: Leao deve volere di essere forte, deve volere di sacrificarsi e rendersi utile.
È evidente che la sua natura, da sola, non sia sufficiente nel renderlo un fuoriclasse: Leao ha dunque tentato di fare il fuoriclasse senza veramente esserlo, facendo precipitare il Milan (non da solo, va detto) non appena è stato investito e responsabilizzato di questa caratura così eterea ma allo stesso tempo gravosa da rispettare. È questa sedicente volontà decisiva, a mio parere, che dovrebbe proibire l’accesso di Leao alle grandi reputazioni riservate ai veri fuoriclasse. Credo che il solo fatto che qualcuno dovesse indicargli una via per raggiungere le stelle, bastasse a declassare la reale portata fenomenica di Rafael Leao.
E da qui ci leghiamo al discorso della volontà di essere (o di apparire), tema toccato più volte dagli autori di Ultimo Uomo. Potremmo forse dire che Leao ha incartato più giornalisti che difensori? Lo ha fatto anche con noi, d’altra parte.
Per Daniele Manusia, «adesso è chiaro che il suo atteggiamento apparente svogliato è fumo negli occhi o, se preferite, una manovra diversiva, un modo semplice per far abbassare le difese al giocatore che ha davanti, per farsi sottovalutare, e in ogni momento potrebbe uscirsene con qualcosa di determinante».
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Il modo migliore per raccontare Leao era invertire la logica del successo (sulla scia degli amori perduti): dopo la follia del tacco (sbagliato) davanti la porta del Newcastle, la benevolenza diventa «Leao, fallisci ancora, fallisci meglio». Sorvolando, infine, sull’aver scomodato Florence Griffith Joyner e la sua «sprezzatura» per descrivere l’atteggiamento impossibile di Leao – c’è giusto qualche vittoria sportiva di differenza per poter permettersi questo tipo di paragoni – è evidente che qualcosa sia sfuggito di mano in tutta questa narrazione.
Difatti, un’altra questione che può apparire antipatica nella realizzazione di Rafael Leao è che il portoghese non ci ha permesso di ricevere alcun insegnamento da lui. Posto a bastione del sorriso in campo, oggi tutte queste argomentazioni sembrano francamente superficiali se non del tutto lontane dalla realtà: per Leao si sono dimostrati anni talmente duri che è riuscito a mostrarsi più frequentemente scontroso, adirato con allenatori e compagni durante il cooling-break, con frasi criptiche pubblicate sui social durante i momenti più duri, solamente immaturo a tal punto da non sapere che farsene di questo atletismo e di questo sport.
Il problema, infine, non è tanto che Rafael Leao fosse così svogliato o convinto di un’altra realtà di sé. Abbiamo avuto altri esempi di gente capace di vivere il mondo del calcio alla propria maniera, con le proprie regole: Gascoigne, Cassano, Balotelli, Grealish, via dicendo.
L’elemento fondamentale di tutto questo discorso, tuttavia, è che il loro essere riusciva ad essere sprigionato in tutto e per tutto nel calcio; cosa che per Leao, invece, non è, ma anzi il calcio appare come un fastidio, un elemento di circostanza, una costrizione da sopportare. La personalità di Leao quasi non appare sincera se priva del suo esplicito significato dato da lui o dall’esterno: l’esatto contrario dell’estro del fantasista, dato dal suo istinto, dall’inspiegabilità di una mente superiore e non intellegibile, una tecnica che condanna al sobbalzo lo spettatore. Invece, noi abbiamo conosciuto tutto di Rafael Leao: non ci sono misteri né enigmi, sono chiari ed evidenti i suoi riferimenti, i suoi idoli, cosa dice ma soprattutto cosa vorrebbe dire.
Come un poeta che spiega le poesie prima di leggere, un mago svela i suoi trucchi prima di proporci un trucco di magia: chiariti i misteri del mondo, tutto appare banale.
Difatti chiude la propria storia con il Milan con il buon «avrei voluto salutare San Siro in un altro modo». Così, dopo sette anni più difficili che belli, Leao chiude senza grandi complimenti la sua storia con il Milan e con la sua illusione di valere la Liga o la Premier League. Senza nemmeno riuscire a regalarci l’idea di un rimpianto, com’è stato per Pato o Adriano, Leao non ci lascia nulla fra le mani: né significati né rimpianti. Solo la convinzione che forse meglio di così non potesse fare e che in molti, probabilmente, sono stati ingannati dalla sua «sprezzatura», o dall’ossessiva ricerca di un significato nelle azioni altrui che spesso e volentieri non è mai esistito.
foto Nicolò Campo / Insidefoto