E sono otto. Sei in MotoGP. Il Gran Premio di Thailandia ha consegnato a Marc Marquez un altro titolo mondiale da apporre in una bacheca pregiata, che lo proietta definitivamente nell’olimpo del motociclismo. Cinico, spietato, cannibale: sul circuito di Buriram, lo spagnolo non perde tempo e centra il primo match ball dell’anno, portando a casa la corona iridata dopo un’annata suggellata da nove vittorie, cinque secondi posti ed un solo ritiro. Numeri da record per un 26enne destinato ad arrampicarsi ancora verso il trono delle leggende, sul quale regnano incontrastati i quindici titoli di Giacomo Agostini. Mirino puntato, ora, sui nove mondiali di Valentino Rossi, raggiunto, tuttavia, a quota sei in MotoGP. Abdicazione dietro l’angolo. La rincorsa, tanto attesa, è arrivata al passo d’epilogo.

 

Proprio la rivalità con Valentino ha rappresentato la costante (forse più affascinante) nel mezzo del regno di Marquez. Per lo spagnolo di Cervera, Vale è parso spesso un’ossessione. La sua luce nasconde mille turbamenti. Un’ambizione smisurata, una tensione crescente culminata nel drammatico Gran Premio di Malesia del 2015, quando il contatto ravvicinato con Rossi risolse il mondiale più avvincente degli ultimi dieci anni in favore dell’alleato iberico Jorge Lorenzo. Da allora, tra Valentino e Marc, non corre buon sangue, anzi. Se possono, si evitano, si ignorano e si odiano, in pista e fuori. Con trasparenza e spontaneità, come da loro indole. Una rivalità antica come lo sport. Forse se ne sentiva il bisogno.

 

Tutta la gioia di Marc Marquez dopo la vittoria del suo ottavo titolo mondiale

 

In Thailandia Marc primo, Vale ottavo. In classifica, Marc campione con 325 punti (con quattro gare d’anticipo), Vale sesto a quota 145. La MotoGP assomiglia ad un’altalena degli dei su cui salgono i due piloti più vincenti della storia recente. Due filosofie affini ma sostanzialmente differenti. Marc cresciuto col mito di Vale. Vale invecchiato col mito di Marc. Nel mezzo sportellate, sguardi in cagnesco e parole al veleno spifferate a mezzo di stampa o TV. Chi sale e chi scende. La vetta ha un trono scomodo. Ad imporre la propria legge uno sbarbato con la faccia da monello. Valentino Rossi e Marc Márquez rappresentano due anime di una sola essenza. Il re deposto contro i pieni poteri, la gloria che fu contro quella che è e, tutto lascia presagire, sarà. Vale versus Marc è stata sfida generazionale, confronto di epoche.

 

Dal 2013, anno dell’esordio di Marc in classe regina, la ferocia del centauro è incarnata dai suoi tratti puerili. Ma prima di lui a segnare la strada del motociclismo c’è stato un ragazzino dal polso niente male, capace di spalancare il gas meglio di chiunque altro. Vince in 125, 250, 500 e MotoGP. Unico nella storia a conquistare il mondiale in quattro classi differenti. Valentino Rossi, per altri il “dottore”, per altri ancora “Rossifumi”. Come Rodolfo Valentino e Valentino Mazzola. Per tutti basta un numero: 46. Che era quello con cui correva il papà Graziano. Erano i tempi di Marco Lucchinelli e Franco Uncini, la generazione figlia di un altro cannibalismo, quello di Giacomo Agostini e della MV Agusta. Il 46 non è soltanto un numero stampato in carena. È un brand, un’identità, una filosofia, una religione laica.

 

Duellanti su ruote

 

L’erede naturale di Valentino sembrava proprio Marc Marquez. Lo diceva la storia, la cabala, i numeri e il talento spavaldo ed ingenuo quando si apre il gas ai 350 orari. Nato il 17 febbraio (Vale è nato il 16) del 1993, Marc ha 24 anni in meno del leggendario rivale. Viene dalla Catalogna, vicino al confine pirenaico. Cervera, nemmeno diecimila anime. Il giovane Marquez segue subito la via del mitico 46. Scorpacciata di successi nelle classi minori, talento smisurato e sorriso stampato sul volto di un bambino che maneggia il giocattolo preferito. È lo stesso Valentino a designarlo come suo erede naturale. Poi arrivano i contatti proibiti, i “complotti”, le alleanze e i colpi bassi a rendere una sfida accesa una rivalità epica. Dopo Rossi-Biaggi e Rossi-Gibernau (più la parentesi Stoner).

 

Marc e Vale non è stata una sfida allievo contro maestro, nemmeno freschezza contro esperienza. È stata sfida alla pari, sfrontata, sfacciata, antica. Come due nobili cavalieri che duellano per il trono. È qualcosa in più di una rivalità: è il lato più realistico e frizzante dello sport e dei motori. Come Senna e Prost, Lauda e Hunt, Villeneuve e Pironi. Storie a confronto, vite che si incrociano, che si scontrano, che battagliano, che vincono, che perdono. Sempre ruota a ruota. O, meglio, carena contro carena.