Uno spettro si aggira per il motorsport: il potere assoluto della tecnica e della tecnologia. Come ipotizzato dal filosofo professor Carlo Sini in L’uomo, la macchina, l’automa, la perversione massima della tecnologia si sta avverando: dominare e magari riuscire a comprare il talento. E regalare vittorie e trofei al miglior offerente, non al migliore.

 

 

Il rapporto tra soldi, tecnica e sport è un tema che da tempo investe in particolare le discipline motoristiche che intrinsecamente sono legate allo sviluppo tecnologico e al denaro. Era il 1973 quando i Pink Floyd cantavano “soldi, così dicono, sono la radice di ogni male” e oggi – nel 2020 – nello sport ma soprattutto nel motorsport questi sembrano diventati l’Alfa e l’Omega, il problema e la soluzione. Questione di valigetta, insomma, non di talento.

 

 

Le politiche industriali delle Case costruttrici di auto, che poi sono de facto le decisioni politiche dei governi, i reparti ricerca e sviluppo, gli uffici marketing e i team ufficiali non fanno che confermare una tendenza, ovvero l’assenza di una prospettiva di lungo raggio e lo snaturamento del motorsport a favore di uno spettacolo di intrattenimento in mano a pochi (ricchi) in vetrina su un palco. Ma la platea si sta pericolosamente svuotando, tralasciando poi l’avvento dell’elettrificazione, altro potenziale killer dell’automobilismo sportivo.

 

hamilton talento

Lewis Hamilton, l’ultimo vero talento della Formula1 (ph Mark Thompson/Getty Images)

 

 


Brevissima storia (umana) dei motori


 

Le corse in auto nascono – in una conformazione quasi ancestrale – all’inizio del ‘900 in Europa, con le prime leggende di strade sterrate e aeroporti militari utilizzati da ex piloti di aerei e altri soggetti futuristi impegnati a vedere chi riusciva ad affrontare una o al massimo tre curve senza schiantarsi e morire. Contemporaneamente in America la storia dei motori da corsa è legata alle regole del Proibizionismo e ai contrabbandieri di rum che, fuggendo dalla polizia, correvano su e giù per Florida e Carolina con macchine preparate.

 

Quattro ruote e un motore che dovevano spingere il più veloce possibile l’avventuriero fuorilegge. Sfide che profumano di mito, storie epiche per uno sport bellico e straordinariamente umano.

 

Nel corso della sua storia e di tutto il secolo novecentesco, l’arte dell’automobilismo è cresciuta a braccetto con lo sviluppo tecnologico e ingegneristico, a cui è imprescindibilmente legata. È sempre stato uno sport riservato a colossi industriali e a persone facoltose, o a persone di talento che col proprio lavoro e il loro valore tecnico riuscivano ad accumulare il capitale necessario per fare del pilotaggio un lavoro.

 

mick schumacher

Mick Schumacher è solo un’operazione di marketing? (ph Getty Images)

 

 

Oggi invece il discorso è esclusivamente di classe sociale: per un potenziale pilota o c’è una famiglia che può contare strutturalmente su una ricchezza spropositatamente grande (stiamo parlando al massimo dell’1% della popolazione mondiale), o c’è uno Stato attraverso aziende parastatali, vedi il Venezuela con la petrolifera PDVSA e Pastor Maldonado o il Messico con TelMex e Perez. Oppure – ma inizia a non bastare, considerando anche l’esperienza di Giuliano Alesi figlio di Jean – si è figli d’arte, già appartenenti a quella classe sociale.

 

 

Ne è conseguito un abbassamento medio della qualità dei valori umani in campo, processo avvenuto in modo del tutto impercettibile per la sempre maggiore preponderanza del mezzo meccanico. Nemmeno un eventuale “nuovo Senna” potrebbe sopperire col talento a eventuali mancanze di budget. L’esempio più recente è l’avvento in Formula 1 di Nikita Mazepin, un piccolo figlio di Zar. Mazepin padre ha un impero petrolchimico e a suon di milioni di euro è arrivato nella massima serie. Non è più questione di sport, ma di affari e nepotismo.

 

 

 


Dall’arte della guida al business dei motori


 

Insomma l’arte della guida di un’auto non è più un mestiere, ma solo una parte del business che solo chi è economicamente abbiente può permettersi di gustare. Quello dei “piloti paganti” non è un fenomeno recente, anche se sicuramente le difficili condizioni economiche in cui versano le squadre hanno fatto sì che questo si sia accentuato negli ultimi anni per diventare oggi quasi ineluttabile: i piloti paganti ci sono sempre stati e, per certi aspetti, sono parte integrante di questo mondo.

 

A tale proposito è interessante il punto di vista di Martin Whitmarsh, ex team manager McLaren e attualmente amministratore delegato di Bar, il Ben Ainslie Racing che, con il supporto di Land Rover, ha lanciato la sfida alla coppa America di vela: “Personalmente credo che sia molto triste che ci siano così tanti piloti paganti attualmente in Formula 1: il loro numero è cresciuto notevolmente negli ultimi anni; nella massima categoria motoristica mondiale non ce ne dovrebbero essere.”

 

L’inglese teme che l’immagine dello sport possa venire danneggiata, nel caso in cui troppi volanti vengano assegnati al miglior offerente, e crede che sarebbe necessario tenere sotto controllo questo fenomeno. “Inoltre se da un lato alcuni paganti sono dotati di un certo talento, dall’altro bisogna ammettere che molti di questi non sono abbastanza bravi per correre in Formula 1, e per loro pagare è l’unico modo per continuare a farlo. Purtroppo in questi tempi i piloti danno un contributo determinante alla formazione del budget dei team per cui corrono e possono essere preferiti a quelli tecnicamente più meritevoli.” Mazepin di cui sopra è l’ultimo di molti esempi.

 

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La parte bella della tecnologia: Romain Grosjean è vivo grazie a Dio e al progresso tecnologico (ph Rudy Carezzevoli/Getty Images)

 

 

Da qui la necessità di “estrarre il personaggio” del pilota per renderlo commercialmente interessante: negli ultimi anni, infatti, al di là di alcune eccezioni di altissimo profilo  come Max Verstappen (che pure è figlio di quella classe sociale) o Charles Leclerc o Lando Norris, il Circus fatica ad avere figure carismatiche alla Lewis Hamilton, Fernando Alonso, Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen, Robert Kubica, solo per citare l’ultima generazione. Gente che “vende” proprio per il valore umano della propria storia e del proprio sogno realizzato. Tutti accumunati dai sacrifici fatti dai padri, dalle famiglie, per raggiungere questo enorme sogno a colpi di talento e fame agonistica.

 

Se tutte queste caratteristiche vengono a mancare, è evidente che il valore dello sport ne perde parecchio. E il gioco non funziona più.

 

C’è chi ha tentato e tenta di investire per riportare meritocrazia nella selezione (in)naturale nel motorsport così da mantenere in vita questo mondo e usando la tecnologia per scopi più meritocratici. In primis, lo sviluppo degli e-sports e soprattutto dei simulatori di guida ha avuto un’enorme crescita in un decennio, potenzialmente la nuova via economica allo sport dei sogni. Ferrari con la Virtual Academy, ancora prima Nissan e Sony con la GT Academy, McLaren con il programma “World’s Fastest Gamer” sono solo alcuni esempi. Un secondo esempio è l’enorme lavoro che fa Valentino Rossi con la VR46 Academy nel suo Ranch. Praticamente un soggetto privato sta sostituendo il soggetto pubblico preposto – Federazione – nella gestione dei talenti del proprio movimento sportivo nazionale.

 

 

Quale futuro dunque per il motorsport in questo complesso momento di transizione? Un’evoluzione – figlia dell’odierno contesto storico – che fa sempre più rima con eccesso di sofisticazione. La tecnologia applicata è una sorta di figlia dominante della tecnica, impone se stessa e supera l’essenza della tecnica, un qualcosa che ancestralmente appartiene all’uomo e al talento. Ma che in un futuro non così lontano sembra poter bastare a se stessa e poter fare a meno sia dell’uomo che del talento.