In Germania il movimento cresce sano, forte e creativo.
La notte è scesa fredda e con pochi complimenti sul piccolo centro storico di Jena, in Turingia. La mia uscita dallo stadio, al fischio finale della sfida tra i locali del Carl Zeiss e l’Hallescher, è trafelata e fulminea. La stazione ferroviaria dista un paio di chilometri dall’impianto sportivo e il treno per Norimberga non aspetterà di certo. Sono alla mia ennesima sortita teutonica in questi ultimi anni e i 226 chilometri che mi separano dalla città bavarese sono il primo step di un piccolo tour che, in totale, mi vedrà protagonista su cinque campi, dalla seconda alla quarta divisione.
Dopo aver cambiato a Erfurt ed esser salito sul più classico degli ICE (i Frecciarossa autoctoni), mi lascio andare a un paio d’ore di sonno, svegliandomi poco prima del mio arrivo a destinazione.
L’obiettivo è l’incontro di 2. Bundesliga tra Norimberga e Amburgo, con gli ospiti primi in classifica e ormai a un passo dal ritorno in massima divisione, dalla quale mancano da ben sette anni.
Un’assenza che fa clamore – considerato che parliamo di un club storico, che in bacheca vanta sei titoli nazionali, una Coppa delle Coppe e la celeberrima Coppa dei Campioni vinta contro la Juventus ad Atene nel 1983 e che, soprattutto, sino ad allora non era mai retrocesso –, ma che ci conferma il grande livellamento del calcio tedesco, dove anche società con storie lunghe e vittoriose non sono esenti da declassamenti e naufragi sportivi. Una considerazione simile, peraltro, la potremmo fare anche per il Norimberga, come avrò modo di sottolineare strada facendo . . .
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