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Cultura
11 Novembre

Joe Strummer, blue is the color

Emanuele Iorio

7 articoli
Frontman dei The Clash, ultras del Chelsea.

C’è uno spettro che si aggira indisturbato ed inquieto nella Londra di fine anni Settanta, uno spettro rumoroso e disilluso, capace di intercettare al meglio la nascente ribellione giovanile post-sessantotto che non si riconosce più nel peace and love in salsa hippie, ma che è anzi solamente intenzionata a sfogare le proprie frustrazioni nella maniera più violenta possibile. La miccia che ne anima il fuoco, dicono, proviene dagli Stati Uniti, dove aveva già ha in pochissimo tempo disordini e scompiglio: il suo nome suona come una bomba, è il Punk.

A dare i natali a questa nuova creatura, destinata a ribaltare ordine e coscienze del mondo culturale e musicale del tempo, sono i Ramones, gruppo originario di New York, con il loro omonimo disco uscito nell’aprile del 1976. Il sound non è altro che un rock’n’roll spogliato di ogni influenza blues e velocizzato all’inverosimile, i testi apparentemente stupidi e banali sono invece un crudo ritratto del mondo giovanile a stelle e strisce: è scoppiata una rivoluzione, e la chiamata alle armi non può attendere.

La storica copertina del primo album dei Ramones

Gli USA nel giro di neanche un anno sono invasi da gruppi punk. Da qui all’Inghilterra, erede privilegiata per lingua e cultura. I tre principali gruppi punk nati nella patria della Regina sono i Damned, autori del primo singolo (“New Rose”, ottobre 1976), e anche del primo album ufficiale pubblicato in Terra d’Albione (“Damned, Damned, Damned”, febbraio 1977); i Sex Pistols, coloro che contribuiscono più di tutti alla diffusione del genere in Europa e nel mondo, grazie soprattutto alle leggendarie esibizioni dal vivo, degenerate sempre in continue risse tra band e pubblico, e infine i Clash.

I protagonisti della nostra storia costituiscono la più grande novità del movimento, in primo luogo per il rifiuto totale al nichilismo auto-distruttivo tipico della maggior parte degli esponenti punk. Al contrario, i Clash si contraddistinguono per un forte impegno politico di sinistra, ben evidente in molti dei loro testi, oltre ad un sound radicalmente diverso rispetto ai contemporanei, molto più aperto ad influenze di altre correnti musicali, come il reggae, lo ska, il jazz, il surf rock anni 60.

L’influenza dei Clash sulle generazioni future sarà enorme, ma inizialmente il movimento punk non risparmia al gruppo di Londra diverse critiche. Su tutte quella di essersi venduti al “sistema”, visto il notevole successo commerciale che hanno le loro pubblicazioni. Difficile accusarli, i Clash, tra i primi ad imporre ai venditori di dischi di mantenere un prezzo ridotto per tutti i loro album, senza alcuna eccezione (anche per i doppi e tripli album come “London Calling” e “Sandinista”).

the clash strummer

Il frontman del gruppo è Joe Strummer, pseudonimo di John Mellor, nato in Turchia da padre diplomatico. Figlio dell’Inghilterra dall’età di 10 anni, quando il papà qui si stabilizza dopo anni di peripezie intercontinentali.

Completamente disinteressato allo studio, in età scolastica viene folgorato e segnato dal rock’n’roll di Chuck Berry, dal surf-pop dei Beach Boys, dal blues dei Rolling Stones e dal folk di protesta di Woody Guthrie: i primi tre saranno fondamentali per la crescita musicale del nostro, che prima dell’avventura nei Clash fonderà i 101ers, gruppo dedito alle cover di classici blues/rock’n’roll. Nel frattempo, il folk-singer americano influenzerà nettamente la coscienza politica del giovane Joe (Guthrie era dichiaratamente socialista e anti-fascista), tanto da fargli cambiare nome in Strummer (letteralmente “strimpellatore”, forse per il modo energico con cui suonava la chitarra).

Ad un concerto dei Sex Pistols, a cui partecipa con i 101ers come gruppo d’apertura, conosce Mick Jones, che lo invita ad unirsi alla sua band, i London SS (un nome del genere era pura provocazione punk) come cantante e chitarrista. Strummer accetta e Jones decide di cambiare il nome del gruppo in Clash, che debutteranno il 4 luglio del 1976 a Sheffield sempre come gruppo di spalla per i Sex Pistols. Tutto ciò che verrà dopo è storia (della musica e non).

the clash strummer
The Clash a Oslo nel 1980. Da sinistra, Strummer, Jones e Simonon

Joe Strummer non si innamora soltanto della musica rock/blues. Egli è anche un grande appassionato di calcio. Di più, Strummer è un vero e proprio ultras, uno di quelli che quando possono vanno tifare la propria squadra del cuore in curva, tra la gente comune, coerente con i propri sentimenti popolari. Come rivelato da Josie Ohendjan, un suo amico d’infanzia che spesso va allo stadio insieme a lui, in un’intervista per “Eight by Eight” del 25 giugno 2015, Joe “amava il tribalismo, il movimento che si univa sotto i colori. (…) Era un cultore del mondo ultras, e gli piaceva molto questo aspetto dell’essere tifoso”. Lo stesso Strummer, d’altra parte, non nasconde il suo amore per la scena hooligans britannica:

“mi gonfio d’orgoglio quando sento che i nostri Hooligans causano tafferugli all’estero”.

Il cuore di Joe, comunque, batte per una sola squadra: il Chelsea. Ma come? Come può l’anti-fascista e popolare Strummer tifare per una squadra i cui ultras (i famosi e temuti “Headhunters”) sono dichiaratamente di estrema destra, legati al National Front (partito politico inglese neo-fascista) e autori in un lontano passato di episodi marcatamente razzisti (anche nei confronti dei propri calciatori)? Siamo in Inghilterra, ladies and gentleman. La fede calcistica va oltre tutto questo. E per Strummer il discorso non cambia. Joe si innamora dei Blues di Londra, dei suoi giocatori e della sua storia, ignorando qualsiasi dinamica politica. Per lui il Chelsea è una questione profondamente affettiva, di amore a prima vista, che trascende il banale schieramento politico per tramutarsi in passione pura, cieca e romantica. In una parola: il tifo, malattia giovanile che dura tutta la vita.



Nel periodo di registrazione del terzo album della band, London Calling (che li avrebbe consacrati, nel bene e nel male, alla fama globale), Strummer vive con la fidanzata del tempo, Gaby Salter, in una casa vicina proprio a Stamford Bridge, e naturalmente, quando riesce a liberarsi dagli impegni discografici, il nostro accorre subito allo stadio per andare a vedere i suoi amati Blues. Quel Chelsea tra l’altro (fine anni Settanta, inizio anni Ottanta) non se la passa affatto bene, visto che si trovava nella Seconda Divisione del campionato inglese (tornerà in First Division solo nel 1984).

Morto il 22 dicembre 2002, il povero Joe ha potuto a malapena godersi il Chelsea dei Vialli, Zola e Di Matteo. Non ha mai visto il Chelsea di Abrahmovic, il più vincente della storia. Ad accompagnarlo allo stadio, oltre al già menzionato Josie Ohendjan (che all’epoca aveva appena 12 anni!), ci sono anche alcuni colleghi di altre band, punk e non, come Paul Cook, batterista dei Sex Pistols e altro grande supporter blues come Joe, ma anche Graham “Suggs” McPherson e Carl “Chas Smash” Smith, rispettivamente cantante e trombettista dei Madness (gruppo ska molto popolare all’epoca).

Nessuna tribuna d’onore, i quattro amici tifano e cantano in mezzo al popolo blues. La famiglia non ha gerarchie.

Non tutto però è rosa e fiori allo stadio, considerata poi la violenza di alcuni ultras inglesi del periodo: dopo aver assistito ad una partita contro il West Ham, nel settembre 1980, Strummer e i suoi compari vengono inseguiti rabbiosamente da alcuni supporter degli “Hammers”, che brandiscono con sé coltelli e spranghe (non vogliono l’autografo, insomma). Salvi grazie ad un negozio di alimentari vicino casa di Joe, “[decisero] di non andare allo stadio per un po’ di tempo” (come dichiarato da Ohendjan in un’intervista).

Tra i gemellaggi del gruppo, dagli anni Novanta in poi, Lazio e Real Madrid

Tornando a London Calling, la registrazione del doppio album (avvenuta tra agosto e settembre 1979) viene effettuata presso i Wessex Studios, nel quartiere di Highbury. Ironia della sorte il produttore del disco, Guy Stevens, è un grande tifoso dei Gunners, ma questo non crea alcun problema al Joe Strummer tifoso dei Blues, al contrario. Guy Stevens si dimostrerà il miglior produttore che il gruppo londinese potesse avere in quel momento, lasciando grande libertà alla band per la creazione del sound dei futuri brani di London Calling. Non a caso è proprio in questo epocale doppio disco che i nostri iniziano a contaminare il grezzo e aggressivo sound punk degli esordi con influenze variegate provenienti in parte dalla Jamaica in parte dagli States. Non siamo più nel punk. Siamo dentro il post-punk

Il calcio ha un ruolo fondamentale per la creazione del disco. Il gioco del pallone è un pretesto per rafforzare i rapporti personali tra i membri della band, un modo per conoscere ancora meglio la vita di chi è accanto a te giorno e notte. “Penso che ci siamo davvero ritrovati in quel momento, e grazie al calcio. Perché ci ha fatto suonare (play) insieme come una cosa sola” (parole di Mick Jones, storico chitarrista della band e tifoso del Queens’ Park Rangers, altra storica squadra di Londra).

Il più dotato tecnicamente è il batterista Topper Headon, mentre il nostro Joe ha in sé la grinta necessaria per giocare ore ed ore senza mai stancarsi, ma tecnicamente è piuttosto grezzo. “Giocavamo fino a quando non avevamo la forza nemmeno per fare più un singolo tiro”, ha confermato lo stesso Strummer. Giocare di squadra, passarsi la palla, sfidarsi continuamente tutti i giorni per saldare amicizie e legami. I nostri poi spesso si divertono a giocare con alcuni ragazzi della scuola adiacente lo studio di registrazione.


Una voce così è introvabile. Joe Strummer interpreta Bob Marley

Qualche tempo dopo lo scioglimento dei Clash, avvenuto nel 1986, per le sempre più numerose divergenze creative e personali con gli altri membri del gruppo (in particolare Mick Jones e Topper Headon, che furono entrambi cacciati dallo stesso Joe), Strummer fondò nel 1999 i Mescaleros, un gruppo che proseguì alle soglie del Nuovo Millennio la “missione” già iniziata da Joe negli ultimi album dei Clash (“Sandinista” e “Combat Rock”) di fondere generi diversi tra loro per creare qualcosa di nuovo: sfortunatamente il nuovo gruppo si sciolse dopo poco più di tre anni, a causa della prematura morte del carismatico frontman avvenuta a soli 50 anni, poco dopo aver registrato l’ultimo disco con la band, “Streetcore”, che verrà pubblicato postumo nel 2003.

Ci sono due canzoni contenute in due differenti album della band, che pur non parlando di calcio all’interno dei loro testi, sono intitolate rispettivamente ad un calciatore e ad una squadra di calcio. La prima è “Tony Adams”, contenuta nell’album di debutto dei Mescaleros, “Rock Art and X-Ray Style”, nonché traccia di apertura: fa strano che Strummer, tifosissimo del Chelsea, abbia scelto di dedicare la prima canzone in assoluto della sua nuova band a nientemeno che Tony Adams (che in tutto il brano viene nominato una sola volta), storico capitano dell’Arsenal, difensore dotato di grande leadership sul campo, ma “maledetto” fuori, a causa della sua lunga dipendenza dall’alcool che ne ha minato la carriera nel lungo periodo.


Tony Adams

Il secondo brano è anche quello dal contenuto più significativo: la canzone è “Shaktar Donetsk” (chiara storpiatura della nota squadra ucraina dello Shakhtar Donetsk), presente nel secondo disco dei Mescaleros, “Global a Go-Go”. Qui si parla di un ragazzo macedone che, in fuga dalla guerra, scappa per raggiungere il Regno Unito nascondendosi sul retro di un camion, e ovviamente il “titolo calcistico” è un pretesto per parlare d’altro: l’immigrazione e le tragedie che si porta dietro, un tema come sempre attuale nella storia, di ieri e di oggi.

Strummer stavolta spiegò il perché della scelta del titolo, in una dichiarazione contenuta nel libro “Let Fury have the Hour” (da cui poi è stato tratto un omonimo e ottimo documentario): “È il nome di una squadra di calcio ucraina, e sapevo che ci avrei trovato dentro una buona storia. Non sappiamo cosa succede al di là del nostro quartiere, ecco quello che dice. La canzone parla del movimento di popoli ed esuli e fuggitivi economici. I rifugiati portano qualcosa in dote alla nostra cultura. Portano talenti e abilità con sé”. Dichiarazioni che non lasciano spazio ad interpretazioni, per un uomo che è stato sempre coerente con sé stesso fino alla fine, politicamente ed artisticamente, infine calcisticamente. Forever Joe Strummer.

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