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Interviste
17 Aprile

Ragazzi di stadio

La Redazione

46 articoli
Intervista a Daniele Segre, il regista che ha raccontato la nascita dei gruppi ultras italiani.

Disagio giovanile, droga, morti bianche e vita nelle carceri: il regista Daniele Segre ha raccontato alcune delle piaghe più dolorose che affliggono la società italiana, ieri come oggi. Sin dagli esordi, la sua cinepresa ha saputo ritrarre un “cinema della realtà”, costituito da pellicole prive di filtri che offrono un’acuta prospettiva sui protagonisti delle varie vicende. In questa occasione abbiamo preso contatto con lui, riavvolgendo il nastro della sua carriera fino ai documentari sui primi nuclei ultras italiani.

 

 

Ragazzi di stadio del 1980 rappresenta la più autentica testimonianza sulla nascita del tifo organizzato all’interno dei nostri stadi, un ritratto assolutamente pionieristico per l’epoca. Ancora oggi il film offre il più fedele testamento di una generazione che, in bilico tra disimpegno politico ed eversione terroristica, cercava il suo spazio vitale all’interno dei settori popolari. Un prezioso lascito di pensieri, parole, sogni e paure, che nella realtà odierna sembra destinato all’oblio.

 

 

Gli Anni Settanta sono stati un decennio tanto luttuoso quanto controverso nella storia della Repubblica. In quegli anni tumultuosi, dove nasce l’idea di approfondire proprio la nascita del movimento ultras?

L’dea nasce dal mio incontro a Torino con una scritta murale Il potere deve essere bianconero, era il 1977. Dieci anni prima nelle piazze italiane lo slogan nei cortei era “Il potere deve essere operaio”: questa “mutazione” mi ha colpito molto e mi ha spinto ad andare al vecchio Stadio Comunale, davanti alla curva dei tifosi della Juventus ad incontrare e conoscere i Fighters, i tifosi ultras della Juventus. Così è nato il mio primo film Il potere deve essere bianconero (1977). Nel 1980 ho realizzato il film Ragazzi di stadio e l’omonimo libro fotografico, seguito dalla relativa mostra fotografica.

 

 

L’iconica copertina del libro fotografico tratto dal documentario (Mazzotta editore, 1979)

 

 

Ha deciso di raccontare il variegato mondo del tifo senza filtri, limitandosi a rappresentare la realtà oggettiva, in modo che fosse lo spettatore stesso a trarre le sue conclusioni. Quali sono le principali difficoltà che un regista affronta nel descrivere autenticamente una sottocultura tanto complessa?

E’ il mio modo di raccontare, in questo caso offro allo spettatore l’opportunità di conoscere questa realtà nella sua complessità senza giudizi o retorica dozzinale. Ad essere sincero non ho avuto alcuna difficoltà ad entrare in relazione con gli ultras della Juventus e del Torino nel film del 1980; nel 2018 mi sono limitato a raccontare i “Drughi” della Juventus (“Ragazzi di Stadio – quarant’anni dopo”). Nel 1980 il movimento Ultras era solo all’inizio, nel 2018 ho trovato un gruppo organizzato militarmente da tutti i punti di vista.

 

 

Il ricambio generazionale è un elemento fondamentale per la prosecuzione e lo sviluppo di tutte le sottoculture. Secondo Lei, l’attuale “crisi” del movimento ultras è da attribuire esclusivamente al clima repressivo che si respira dentro e fuori dagli stadi, oppure è dovuta anche al progressivo mutamento delle attitudini giovanili?

Per me l’elemento fondamentale per la prosecuzione e lo sviluppo di un gruppo ultras è la capacità di mantenere e ribadire la propria “leggenda” e di avere leader all’altezza della sfida. L’attuale crisi deriva innanzitutto dall’ingresso nelle curve della criminalità organizzata che ha radicalmente modificato la composizione dei “dominanti” nei gruppi ultras; le inchieste della magistratura lo hanno dimostrato. Non credo che siano cambiate le attitudini giovanili, in particolare quelle dei giovani delle periferie che nello stadio hanno sempre trovato l’occasione per manifestare la propria esistenza, nel bene e nel male.

 

 

Celebre estratto da Ragazzi di Stadio: le memorabili parole di Joe, compianto Ultras Granata

 

 

Nella Torino degli Anni Settanta, la presenza della Fiat e di un tessuto operaio numeroso e variegato fecero della città uno dei luoghi chiave dello scontro politico e terroristico. In un contesto sociale così teso, come convivevano i diversi ideali in fabbrica, nelle strade e nelle curve?

Sono stati anni molto difficili e dolorosi che Torino ha vissuto in prima linea con fatti drammatici e delittuosi. Nel mio primo film tutti gli slogan, gli abbigliamenti e la gestualità erano mutuati dalla politica, quella dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra. Molti ultras erano studenti e operai, ma l’elemento dominante della loro esistenza era il tifo, anche estremo, per la propria squadra del cuore, la politica era sullo sfondo ma niente di più. Occorre anche prendere atto che alcuni, non molti, appartenenti a gruppi ultras sono diventati terroristi di destra e di sinistra.

 

 

Nel 1976 il suo documentario d’esordio è stato “Perché droga”, primo film sulla tossicodipendenza in Italia. All’epoca, quale è stata la sua percezione riguardo la piaga dell’eroina, che ben presto è passata dalle piazze agli stadi?

Perchè droga del 1976 è stato forse uno dei primi film realizzati in Italia sul tema della tossicodipendenza, girato nel quartiere di Mirafiori Sud. Il mercato della droga, in particolare dell’eroina e poi della cocaina, si stava manifestando in modo sempre più allarmante; questo è il motivo per cui ho deciso di affrontare questo tema, che negli anni successivi ho sviluppato con molti altri lavori realizzati per la RAI.

 

 

 

Non solo il vestiario, in alcuni casi perfino le armi da fuoco furono importate dalla lotta di piazza (foto di Daniele Segre)

 

 

Un altro flagello sociale è stato protagonista di uno dei suoi documentari più significativi, ovvero “Morire di lavoro”. Anche durante i preparativi per i Mondiali di Italia 90, le vite di diversi operai sono state sacrificate di fronte all’urgenza dei lavori: in base alla sua esperienza, perché in Italia si continua a sottovalutare la sicurezza sul luogo di lavoro? Inoltre, perché nell’opinione pubblica una “morte bianca” non crea la stessa indignazione suscitata da una “morte di tifo”?

Malgrado il drammatico bilancio degli incidenti mortali sui luoghi di lavoro in Italia non è mai esistita “la cultura della sicurezza”. Il film Morire di lavoro (2007) è stato il film più distribuito in assoluto tra i miei lavori, ma il servizio pubblico televisivo, la RAI, non ha mai voluto prendere in considerazione la sua messa in onda. Fanno più notizia gli incidenti gravi allo stadio che la morte tutti i giorni di operai nei luoghi di lavoro. Tutto questo è molto imbarazzante.

 

 

Negli ultimi anni, diverse inchieste hanno appurato come la presenza della criminalità organizzata sia diventata una pericolosa costante all’interno di alcune curve. Si è fatto un’idea riguardo tali dinamiche che discreditano il valore aggregativo alla base dell’attività ultras?

La criminalità organizzata è ormai padrona delle curve anche grazie alla complicità delle società di calcio che contrattano con gli ultras la “pace interna” con elargizione di biglietti gratis e altri benefit; nelle varie inchieste le società se la sono sempre cavata con multe irrisorie. Nel 2019 l’ultima inchiesta della magistratura di Torino sui rapporti tra i “Drughi” e la società Juventus lo dimostra, mai potrei anche fare riferimento ai rapporti degli ultras della Lazio, del Milan, dell’Inter, del Napoli e degli ultras di squadre di tutte le categorie. Il cosidetto “valore aggregativo” oramai è solo retorica; ora c’è il valore economico, il business che aggrega e organizza il gruppo ultras.

 

 

 


Rivista Contrasti ringrazia sentitamente Daniele Segre per la disponibilità e la cortesia. Intervista a cura di Alberto Fabbri e Domenico Rocca (Immagine di copertina di Daniele Segre)


 

 

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