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Estero
17 Giugno

Scozia, contro il destino

Nicola Roggero

1 articoli
Il leone scozzese vuole tornare a ruggire.

La leggenda vuole che il 30 luglio 1966 Denis Law, davanti alla tv, indossasse un paio di pantaloni bavaresi. Ipotesi francamente esagerata, ma è quasi certo che abbia assistito alla finale di Coppa Rimet tra Inghilterra e Germania Ovest in elegante kilt. Richiesto poi di un parere sulla vittoria inglese tagliò corto: “È il giorno più brutto della mia vita”. La leggenda del Manchester United, visto a inizio carriera in Italia con la nobile maglia del Torino, è semplicemente la miglior espressione della massima calcistica più quotata nelle Highlands:

“Uno scozzese tifa per due nazionali: la sua e l’avversaria dell’Inghilterra”.

Oggi, a Wembley, le passioni si fonderanno in un’unica squadra: quelli con le cornamuse potranno contemporaneamente tifare per la Scozia e per l’avversario dell’Inghilterra. Il merito è di Steve Clarke, già ottimo esterno sinistro difensivo del Chelsea di Luca Vialli, capace di riportare la Scozia ad un grande torneo internazionale a 23 anni di distanza dall’ultima apparizione, quella ai mondiali di Francia.



L’avventura finì al primo turno, tradizionale colonna d’Ercole dei nipotini di Braveheart, mai arrivati in otto partecipazioni alla fase ad eliminazione diretta. A volte in maniera beffarda, come nel 1974, dove dentro a un girone di ferro con Brasile e Jugoslavia salutarono il torneo senza perdere neppure una partita. Fu fatale la differenza reti, con gli scozzesi che mostrarono troppo buon cuore nello striminzito 2-0 allo Zaire mentre gli slavi arrivarono a 9. A volte, invece, il saluto al torneo è arrivato in maniera masochistica, come quattro anni dopo in Argentina: superarono la grande Olanda che sarebbe arrivata in finale, peccato che prima si fossero scordati di battere il modesto Iran.

Era uno squadrone, forse il migliore di sempre presentato a nord del Vallo Adriano. Kenny Dalglish e Graeme Souness trascinatori del Liverpool dominatore in Europa, i difensori Martin Buchan e Gordon McQueen del Manchester United dove a centrocampo disegnava geometrie perfette anche il geniale Lou Macari, davanti il già sdentato squalo Joe Jordan, e poi Kenny Burns e Archie Gemmill che sarebbero stati tra le firme del miracolo Nottingham Forrest di Brian Clough.

A proposito di Gemmill: fu suo il gol che diede il momentaneo 3-1 sull’Olanda e se Jongbloed ne avesse subito un altro l’Arancia Meccanica avrebbe salutato il mondiale. Non andò così, fu fatale ancora la differenza reti, come era stato nel ’74 e pure nell’82, ma quel gol è stato reso immortale da Trainspotting, capolavoro di Danny Boyle dove Ewan Mc Gregor commentò così una performance tra le lenzuola particolarmente soddisfacente:

“Non mi sentivo così bene da quando Archie Gemmill segnò all’Olanda al mondiale del 1978”



Non meglio sono andate le cose agli Europei. Anzi, sono andate pure peggio. Passi per il 1992, dove gli scozzesi finiscono in un raggruppamento impossibile con Germania e Olanda: due dignitose sconfitte e un largo 3-0 sulla Comunità Stati Indipendenti, cioè l’Unione Sovietica ormai smembrata, evitò quanto meno l’ultimo posto. Ma quattro anni dopo neppure il più pessimista dei tifosi con la Croce di Sant’Andrea poteva immaginare un simile esito da incubo: eliminati dopo una sconfitta con gli inglesi e, incredibile a dirsi, per una rete subita dagli stessi inglesi. Andiamo per ordine. Subito un pareggio con l’Olanda, che dà molta fiducia per la madre di tutte le partite, il 15 giugno 1996.

Inutile dire chi è l’avversario a Wembley, dove riecheggiano forti le note di “Flower of Scotland” quando, sotto 1-0, agli scozzesi viene assegnato un rigore. Lo tira Gary McAllister, piedi dolcissimi nel centrocampo del Leeds. Quanto avviene nei successivi dieci secondi in Scozia non lo dimenticheranno neppure tra qualche secolo. Para Seaman, sulla ribattuta gli inglesi avviano il contropiede e Gascoigne segna un gol da favola. C’è di peggio a quel 2-0 che avrebbe dovuto essere 1-1? C’è di peggio.

Tre giorni dopo la Scozia incontra la Svizzera, Ally McCoist, leggenda dei Rangers, segna quello che potrebbe essere il più importante dei suoi 19 gol in nazionale. Perché nel frattempo le doppiette di Shearer e Sheringham stanno demolendo l’Olanda e una volta tanto la differenza reti sorride agli scozzesi. Che mai si sarebbero immaginati, almeno per qualche minuto, di dover sperare che gli inglesi non prendano gol. Ci si può fidare, una volta tanto? Certo che no. Segna Kluivert, cornamuse in silenzio.



Oggi, a Wembley contro l’Inghilterra, sarà il 25esimo anniversario dell’incubo, dal gol di Kluivert all’ennesima eliminazione per differenza reti. Ma soprattutto alla beffa inglese, perché nessuno in Scozia si toglierà dalla testa che, avanti 4-0, i bianchi non abbiano fatto quanto potevano per evitare quella rete. Non sarà un compito facile per quelli con il kilt, finiti in un girone dove oltre agli inglesi ci sono i vice-campione del mondo della Croazia e la Repubblica Ceca, nazione con meravigliosa tradizione agli europei, dal trionfale torneo del 1976 con il beffardo cucchiaio di Panenka alla finale proprio in Inghilterra vent’anni dopo. Clarke può contare su una squadra solida fisicamente e mentalmente, come dimostrato dalle due vittorie ai rigori nei playoff su Israele e Serbia, con dieci centri dal dischetto su dieci.

Nel rugby si dice che qualunque squadra ti basta batterla, gli scozzesi li devi ammazzare.

I migliori sono Andy Robertson, uno sprinter imprestato al football, Scott McTominay, quanto di più vicino a Roy Keane sia stato ammirato ad Old Trafford, e Kieran Tierney, una delle poche note liete delle ultime stagioni dell’Arsenal. La sfortuna è che il primo e il terzo fanno lo stesso ruolo, esterno sinistro di difesa e che il secondo, per necessità di patria, deve giocare da centrale difensivo e non in mezzo al campo, dove a sputare molecole d’ossigeno dai polmoni pensa John McGinn.

In porta David Marshall, eroe delle sfide con Israele e Serbia, davanti, ragionevolmente, Che Adams, Ryan Christie e Lyndon Dykes. Attacco sicuramente leggero, ma che potrebbe diventare più sostanzioso se ad ispirarlo fosse Billy Gilmour. Ha solo 20 anni, ha annusato il Chelsea vincere la Champions League e non è titolare neppure con la Scozia. Però chi lo ha visto evoluire in mezzo al campo garantisce che potrebbe essere lui una delle rivelazioni del torneo.

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