Calcio
17 Giugno 2021

Danimarca, guardando verso Sud

Una Nazione, calcisticamente, legata all'Italia.

Quella danese, a maggior ragione dopo gli ultimi sviluppi, è una delle nazionali candidate a suscitare simpatia ed interesse in questo europeo; e, almeno in Italia, da ben prima del caso Eriksen considerato che sette tra i suoi convocati sono tesserati nella nostra Serie A. Parliamo di Joakim Maehle (Atalanta), Jens Stryger Larsen (Udinese), Simon Kjaer (Milan), Andreas Skov Olsen (Bologna), Mikkel Damsgaard (Sampdoria), Andreas Cornelius (Parma) e ovviamente Christian Eriksen (Inter), che guidati da mister Hjulmand giocano in questo europeo l’affascinante ruolo di outsider. Ma la presenza di così tanti “italiani” è solo il segno più evidente dei rapporti da sempre floridi che il nostro paese intrattiene con questa piccola penisola. Molto spesso infatti l’Italia si è lasciata sedurre dal fodbold, mentre gli appassionati danesi guardano ancora oggi con ammirazione al nostro calcio. 


Il legame storico con l’Italia


Secondo un articolo del giornalista danese Flemming Toft «tutto iniziò quando la Danimarca batté l’Italia alle Olimpiadi del 1948». La partita finì 5-3 con quattro gol del formidabile John Hansen, una punta altissima che suscitò l’interesse di tanti grandi club europei. A spuntarla fu la Juventus, che lo pagò 111.111,11 corone danesi, come da precisa richiesta del calciatore: soldi ben spesi dato che realizzerà in bianconero ben 124 gol in 187 partite. Toft riporta ironicamente la cifra esatta dell’ingaggio per mettere in evidenza come la motivazione principale dell’esodo danese, almeno in quegli anni, fosse quasi unicamente il guadagno economico: mentre infatti in Danimarca era considerato immorale farsi pagare per giocare a calcio, in Italia era già avvenuto il passaggio al professionismo. Dopo Hansen fu la volta di Jørgen Leschly Sørensen, che giocò negli anni ’50 nell’Atalanta e nel Milan, e di Johannes Pløger, che scelse come Hansen la Juventus dopo essersi fatto pagare però il viaggio in treno dal Milan, e soprattutto dopo aver aspettato per giorni negli uffici juventini in attesa di poter toccare con mano il denaro contante.

Negli anni ‘60 invece il percorso venne fatto al contrario da Mario Astorri, ex attaccante di Juventus, Napoli e Spal che trovò in Danimarca un’insperata popolarità come allenatore. La sua storia è incredibile, ma purtroppo difficile da approfondire considerata la difficoltà a quei tempi di trovare cronache di calcio internazionale in Italia, figuriamoci poi se provenivano dalla Danimarca. Comunque si sa che partì inizialmente anche lui per motivazioni economiche, tramutatesi velocemente in amorose quando si invaghì di una danese e la sposò. Aveva lasciato l’Italia per fare soldi con il business delle “cartoline cantanti”, dischi appunto simili a cartoline, che però si rivelarono (e forse lo si poteva intuire) una moda passeggera. Astorri decise dunque di provare a rientrare nel mondo del calcio e mise un annuncio su un quotidiano locale:

“Ex calciatore italiano cerca una squadra da allenare”, o qualcosa del genere.

A chiamarlo fu solo l’Horsholm, squadra di quarta serie. Accettò la panchina e vinse al primo anno, dando il via a una scalata che può essere giustificata solo con la superiore preparazione tattica rispetto a quasi tutti gli allenatori locali dell’epoca. Da lì guidò una squadra di seconda serie, vincendo anche lì e salvandosi tranquillamente l’anno successivo nella massima serie. Poi passò all’AB, uno dei club più importanti di Danimarca, e indovinate un po’? Vinse, divenendo il primo allenatore italiano a trionfare all’estero in una prima divisione, ben prima dei vari Ranieri, Capello e Ancelotti. Nel 1968 dopo tre vittorie in quattro anni fu addirittura ct della nazionale danese, un’esperienza che però durò solo un anno a causa della mancata qualificazione agli Europei. Negli anni ’70 continuò ad allenare in prima serie, soprattutto al KB, dove vinse un altro titolo e realizzò il suo calcio ideale. In un giornalino presumibilmente destinato ai tifosi del KB in occasione del match di Coppa UEFA contro la Dinamo Tblisi, ne parlava così:

“Il calcio deve essere un gioco sul serio, ecco perché amo il KB e i tifosi del KB. I miei giocatori devono giocare a calcio, non correre. E ciò si adatta alla mentalità del KB. Ci sono tanti calciatori bravi con la palla. E quando ci sono molti spettatori e qualcosa in palio, diventano ancora più forti.”

Mario Astorri


Sembra ipotizzabile che il suo amore per il gioco fine a se stesso non fosse solo di facciata: sempre nell’articolo sopracitato l’autore Flemming Toft, che è stato suo amico, ricorda l’occasione in cui segnò con la maglia della Juventus e anziché esultare con lui i suoi compagni lo presero a pugni, avendo questi scommesso sulla sconfitta. Astorri non mancava però di raccontargli anche lo splendore del calcio italiano dell’epoca, e dalle parole di Toft è chiaro quanto la Serie A eserciti ancora fascino in Danimarca:

«Alla Juventus si respira un’atmosfera di grandezza. Una grandezza storica. Mario Astorri mi portò un giorno a fare un giro nel quartier generale del club anni fa, con il mitico Giampiero Boniperti, che per primo ha effettuato quasi venti anni di carriera da giocatore e altri venti come presidente. […] Sotto la sala riunioni, nel seminterrato, sei anziani sedevano avvolti nel fumo di sigaro e giocavano a carte. Sei tra i più grandi giocatori del club di tutti i tempi. Raccontavano storie del passato, ridevano e agitavano le braccia come solo gli italiani sanno fare – e quando dei nuovi arrivi entravano in questa stanza speciale, che era riservata alle stelle assolute della Juventus, piangevano tra gli abbracci. Gli uomini di ferro del calcio nel rivestimento umano delle emozioni».

Dai primi trasferimenti degli anni ’50 ad oggi sono innumerevoli i danesi che hanno trovato posto nella storia del campionato italiano, ed è stata soprattutto la Juventus ad aver costruito negli anni un canale preferenziale. Hanno indossato la maglia bianconera calciatori del calibro di Carl Aage Præst, Karl Aage Hansen, Helge Bronée e ovviamente Michael Laudrup, che a Torino ricordano ancora come uno dei talenti più puri mai visti su un campo di calcio. Arrivò su segnalazione proprio del “nostro” Mario Astorri, e firmò il contratto nella sua abitazione danese come raccontarono in seguito i figli. Più recentemente, hanno giocato nella Juve anche Frederik Sørensen, Christan Poulsen e Nicklas Bendtner, nel Milan, nell’Udinese e nell’Inter Thomas Helveg, nella Fiorentina Per Kroldrup e Martin Jørgensen, per arrivare alla nutrita colonia di “italiani” nella nazionale di questi Europei.

«Uno dei più grandi talenti di sempre. Il migliore al mondo in allenamento». Laudrup secondo Michel Platini, non certo l’ultimo arrivato

Giochisti e risultatisti, again


Il calcio danese possiede due anime, una più estrosa e l’altra più combattiva, rispettivamente rappresentate dalle due selezioni nazionali più forti della sua storia.  La prima, la celebre Danish Dynamite, fu una compagine dallo stile di gioco scoppiettante e offensivo guidata dal tedesco Sepp Piontek. Riuscì a raggiungere la semifinale di Euro ‘84 e gli ottavi del mondiale in Messico dell’86, guidata da campioni del calibro dello juventino Michael Laudrup, il veronese Preben Elkjær e il pallone d’oro del ’77 Simonsen. La simpatia e l’aria di leggenda che ancora oggi la caratterizzano è dovuta – oltre che al suo stile di gioco “libero” sul tipo olandese (Michael Laudrup lo chiamerà poi “la risposta europea al Brasile”) – anche allo spirito goliardico e spensierato con il quale i giocatori danesi approcciavano le partite, tra una sigaretta e un boccale di birra di troppo – il ruolo principale di mister Piontek, in effetti, fu quello di tenerli il più possibile nei ranghi.

Per capire di cosa parliamo, basterà dire che fino al 1971 il calcio in Danimarca era ancora completamente slegato dal professionismo. Come detto, i calciatori danesi erano costretti a lasciare la patria qualora volessero percepire uno stipendio, perché ricorda l’ex professionista Mogens Berg:

“non era considerato danese prendere soldi per giocare”.

Chi partiva poi era escluso dalla nazionale, e anche una volta tornato doveva aspettare uno o due anni prima di poterne fare di nuovo parte. Una tale rigidità volta a non “macchiare” il gioco con il profitto rende bene l’idea di quanto in Danimarca giocare sia “una cosa seria”. Non a caso la piccola penisola possiede i due parchi giochi più antichi del mondo, uno dei quali, il Tivoli di Copenaghen (nome ripreso non si sa bene perché dalla cittadina laziale, altro gancio con la nostra cultura), sembra sia stato l’ispirazione principale della Disney per il suo regno incantato a Los Angeles. E proprio sugli States la vicenda della Danish Dynimite ebbe un impatto inimmaginabile: verso la fine della loro carriera molti calciatori danesi sbarcarono nel paese dello Zio Sam per finire “in un vortice di sesso, droga e calcio indoor”, come si dice in una serie tv attualmente in onda nelle tv locali.

Antitesi di quella squadra fu invece la nazionale di mister Richard Møller Nielsen, che vinse tra lo stupore generale l’Europeo del ’92 dopo essere stata ripescata a causa del forfait della Jugoslavia. Per rendere l’idea di quanto sembrasse a tutti improvvisata la compagine, basti dire che si diffuse fin dai primi momenti dopo il ripescaggio la leggenda per cui i calciatori danesi furono richiamati da ogni spiaggia del paese in fretta e furia, con ancora il costume indosso. La versione è stata poi smentita, e il clamoroso trofeo ottenuto – il più importante della storia calcistica danese – non può essere considerato come il frutto di una casualità. Dietro quelle maldicenze andrebbe forse ravvisata una certa ostilità che la stampa nutriva per la sua nazionale, colpevole di giocare un calcio difensivista, che perfino il nostro Gianni Brera menzionò commentando per Repubblica la finale vinta contro la Germania per 2-0:

«I colleghi danesi, secondo un cliché oltremodo stucchevole, accusavano Moeller Nielsen di difensivismo. Essi avrebbero voluto, come certi napoletani d’antan, che i loro prodi si scagliassero all’attacco travolgendo tutti sul proprio cammino. Moeller Nielsen è stato cauto e saggio come consigliava la delicata situazione di ripescati in extremis. Ha giustamente pensato innanzitutto a non prenderle e, quando ha potuto, ha mandato in gol un oggetto misterioso come il N. 13 Larsen, del quale si era dimenticato anche il Pisa, che ora se ne vanta proprietario».

Il parallelo con la scuola di giornalismo napoletana, giochista per eccellenza e grande avversaria di Brera, lascia intendere quanto il nostro vedesse di buon occhio il 5-3-2 di Møller Nielsen, schivo e sapiente gestore di uomini. Nonostante la sua filosofia di gioco fosse prettamente incentrata sull’organizzazione difensiva, va detto che non disprezzava affatto l’estro individuale, tanto che pare dicesse a calciatori dotati come Brian Laudrup di “giocare come si sentivano”, fregandosene della tattica. Il suo più grande pregio fu proprio quello di imporre una rigida disciplina dalla quale però era solito concedere numerosi smarcamenti, secondo una logica di mantenimento dell’equilibrio e soprattutto di adattamento al valore della rosa (priva del resto dei campioni del passato).

Il trionfo della Danimarca di Nielsen
Il trionfo di Nielsen e dei suoi

Va notato, comunque, come lo spirito del calcio danese si avvicini a quello italiano proprio nella sua componente difensivista. Brera era solito dire che questo nostro approcci fosse figlio di una cultura improntata sulla difesa del territorio dalle sempre potenziali invasioni straniere, e trasponendo questo concetto nel Nord Europa è possibile che anche in Danimarca, considerata la minaccia tedesca che la mise in apprensione per secoli (essendo il suo unico e “leggermente” riottoso paese confinante), si sia sviluppato qualcosa del genere.

Onde non inabissarci però in approssimazioni evitabili, diremo solamente che le due anime, la giochista e la risultatista, ci sembrano convivere in Danimarca grandiosamente, e che abbiano stimolato nel tempo attraverso la loro dialettica un percorso virtuoso che ha portato questo piccolo paese a possedere una varietà di principi di gioco e tipologie di calciatori veramente incredibile: se infatti è solito sfornare arcigni combattenti come il milanista Simon Kjaer o l’ex madridista Thomas Gravesen, d’altra parte anche il tecnicissimo ed estroso Michael Laudrup, nonché il suo diretto discendente Christian Eriksen, devono considerarsi espressione tipica del calcio danese.


Dal conflitto all’Europeo


La nazionale di Euro 2020 arriva alla competizione dopo un conflitto senza esclusione di colpi tra la federazione (DBU) e i calciatori. Per capire quanto si fossero complicati i rapporti basti pensare che, a causa di uno sciopero dovuto a un mancato accordo sui diritti di immagine, la Danimarca è arrivata nel 2018 a dover giocare una partita amichevole contro la Slovacchia schierando i giocatori di futsal; la matassa è stata poi sbrogliata solo con l’elezione del nuovo capo della DBU Peter Møller, arrivato a soli 46 anni a ricoprire la carica più importante del calcio danese dopo una carriera da calciatore divisa tra AB, FC Copenhagen, Brøndby, PSV e Oviedo. Oggi i rapporti tra le parti sembrano molto più distesi, e ne è la prova l’accordo siglato solo un mese fa che prevede un supporto economico al calcio di base da parte dei calciatori membri della nazionale.

Kjaer, Eriksen e compagni devolveranno circa 670mila euro tratti dai loro compensi alla federazione per lo sviluppo del calcio giovanile, un bel modo per stemperare gli animi e ritrovarsi tutti sulla stessa barca.

La scelta di affidare la nazionale a mister Hjulmand è stata caldeggiata sempre da Peter Møller, il quale ha sostituito l’esperto tecnico Hareide la scorsa estate, quando è stato chiaro che il covid avrebbe fatto slittare gli Europei e che quindi il contratto di Hareide sarebbe scaduto prima del loro effettivo inizio. Un avvicendamento non banale che qui in Italia forse sarebbe stato al centro di polemiche, ma che in Danimarca non ha destato molto stupore – dato che, evidentemente, l’aspetto programmatico è stato considerato più importante rispetto al semplice traguardo della qualificazione all’europeo.

Mentre il calcio di Hareide era più simile a quello difensivista degli eroi del ’92, Hjulmand predilige la ricerca di un gioco arioso e basato sul possesso palla; rispetto al norvegese, inoltre, Hjulmand sembra avere più a cuore il legame con il territorio e con la cultura calcistica danese. Ha avuto un occhio di riguardo per i ragazzi cresciuti facendo tutta la trafila delle nazionali giovanili, riconoscendo l’eccellenza formativa delle scuole calcio nazionali e dando più spazio a calciatori come Joakim Mæhle, Andreas Skov Olsen e Jonas Wind, prodotti dei vivai di Østervrå, Alsønderup e Avedøre. Quindi in un’intervista dopo la vittoria per 2-0 arrivata contro la Svezia a Novembre, ha spiegato con orgoglio cosa intende quando parla dell’importanza del “contesto nazionale”, e di come secondo lui la filosofia calcistica danese non sia riassumibile in un insieme di moduli e tattiche:

“Il calcio danese è rappresentazione di un uomo con atteggiamenti chiari, anche verso qualcosa che è al di fuori del calcio. Un uomo che mette in pratica la sua filosofia calcistica e il suo entusiasmo, e ora non ci resta che capire che non sempre le cose vanno secondo i piani, e che ci sono anche le rose con le spine”.

Una lezione di filosofia, ancor prima che di sport.

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