Negli anni Sessanta, priva di materie prime e senza tecnologie avanzate, l’Italia riuscì a diventare la quarta potenza industriale del mondo superando persino l’Inghilterra (fautrice della rivoluzione industriale). In un sistema economico di tipo misto, “l’Italia del miracolo” veniva sostenuta da una serie di aziende pubbliche, che aiutavano quelle private, fornendo semilavorati a basso costo come l’acciaio, i servizi, la telefonia, l’energia, il gas e il petrolio dell’Eni. La vitalità produttiva italiana si traduceva così nei settori agricoli, manifatturieri, alimentari, metallurgici, meccanici, tessili, chimici, tecnologici. Eravamo una potenza mondiale a tutti gli effetti, scomoda per certi versi, perché la sua forza veniva dettata dall‘indipendenza sulla scena globale. Ma nel “mondo libero”, prima o poi, questa indipendenza la paghi.

 

 

Da gigante globale, l’Italia si è identificata nell’immaginario esotico “pizza, spaghetti, e mandolino”. Una nazione sempre meno industrializzata, sempre più terziarizzata, ridotta col passare degli anni a penisola turistica ornata da lussuosi resort, bed&breakfast, ristoranti, stellati o fintamente popolari, attrazioni di ogni tipo per gli stranieri, ma svuotata dei suoi abitanti. Un museo a cielo aperto insomma. Per godere, passare le vacanze, spegnere le proprie passioni.

 

 

Se prima dunque erano gli Italiani che esportavano il loro genio all’estero – la storia è piena di menti brillanti che hanno contaminato il mondo intero – ora sono gli stranieri a importare i loro fondoschiena sui laghi, sulle coste, sui monti, con tanto di banconote conservate accuratamente nel taschino destro. Con i giovani locali, servili, pronti a tutto per alzare qualche quattrino. È una parabola nazionale che tutto sommato si confonde con quella calcistica.

 

Gervinho, dopo aver incassato i soldi dell’esperienza cinese, è tornato nel Belpaese sicuro di fare ancora la differenza. E aveva ragione. (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

Da serbatoio mondiale di talenti, dove chi arrivava da qualsiasi latitudine aveva realizzato il sogno di una vita, o persino da zenit della carriera sportiva di un professionista, anche la Serie A, come l’Italia, è diventata una casa di riposo in cui trascorrere gli ultimi anni di vita calcistica, per chi vuole stare “senza pensieri”, non troppo lontano dal “centro del mondo”, guadagnando un po’ meno ma senza doversi trasferire negli Stati Uniti, in Cina o nei Paesi del Golfo (David Beckham, Marek Hamsik, Fabio Cannavaro etc.).

 

 

Negli ultimi anni è stato il caso di Zlatan Ibrahimovic al Milan, Franck Ribery alla Fiorentina, Gervinho al Parma – solo per citare i più “dominanti” – per non parlare dei vari Lucas Leiva, Bruno Alves, Ashley Young, Kolarov, Mkhitaryan, tutti calciatori apparentemente al capolinea sportivo ma che nel Belpaese hanno vissuto una seconda giovinezza.

Michel Houellebecq nel romanzo Piattaforma. Nel centro del mondo ci aveva svelato l’impostura del turismo (anche sessuale) in Thailandia.

Una forma di viaggio simile a quella odierna delle signore ultra-cinquantenni americane che vanno alla Havana tra i gigolò cubani. Non tanto diversa dal turismo coloniale nei Paesi africani (Kenya, Sudafrica) dove i bianchi se ne stanno tra bianchi, lontani decine di chilometri dalla povertà dilagante che circonda safari e grandi hotel; oppure al turismo dell’intrattenimento in Grecia dove i giovani occidentali di tutto il mondo, mentre lo Stato viene saccheggiato, si ritrovano nelle isole greche di Ios e Mykonos per curare le crisi ormonali.

 

 

Ora anche l’Italia segue quella tendenza: come nazione sogna di diventare una “nuova Sharm El Sheikh”, come la definì Oscar Farinetti, fondatore di Eataly. Con lei inevitabilmente la Serie A, un resort calcistico dove andare a fine carriera – e magari trasferirsi per sempre – in vista della pensione.