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11 Luglio

Cristiano Re

Alla fine è successo davvero.

In principio fu il Verbo, ed il Verbo era presso Dio. Cristiano come logos, non ha senso imbastire resistenza arianista. Da romanista militante dovrei far scorta di Gaviscon, fare lo struzzo per tutto agosto, partecipare al comitato di liberazione anti-juventina. Ma stavolta no, sotterrerò l’ascia. Perché quando Cristo venne fra gli uomini, venne fra tutti gli uomini. E quando Cristiano sarà in Italia, sarà per tutti gli italiani.

 

Proviamo quindi, al netto di ogni iperbolico entusiasmo, a definire razionalmente l’utilità dell’operazione del secolo, dagli effetti positivi che genererà sul movimento calcio italiano agli scenari controfattuali prevedibili.

 

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Courtesy nike.com

 

Cristiano Ronaldo ovvero l’effetto delle politiche keynesiane sulla Serie A

C’è una corrente di pensiero che dai primi rumors ha iniziato a dare voce al più incauto ottimismo: Cristiano Ronaldo in Italia porterà benefici a tutto e tutti, pioveranno soldi dal cielo e, come cantava Dalla, sarà due volte Natale. L’equazione è di facile intuizione, e non serve un dottorato all’MIT di Boston per comprenderla: il giocatore più mediatico di sempre che sbarca in un campionato, e in un paese, che vive di gloria e blasone passati, aumenterà di incalolabili punti il grado di attrattività. Questo meccanismo innescherebbe, plausibilmente, un moltiplicatore del reddito, con trasposizione verso destra della curva di domanda, direbbero gli studiati. Sarà vero, sarà falso, meglio non farsi abbindolare dai sacedorti della ragioneria, proprio perché, per volerne davvero parlare con cognizione, valutare gli effetti in un mercato diffuso come quello del pallone è cosa ostica. Soprattutto se la portata euristica delle politiche keynesiane è più confutabile che altro.

 

Di certo c’è che alla mensa Ronaldo tutti avremo un pasto. Come l’asta per i diritti TV, che se avesse luogo oggi hai voglia a quattrini. Come per il ritrovato appeal di un campionato da troppi anni ombra di se stesso. Come per gli stadi, auspicabilmente pieni ad ogni CR-presenza. L’indotto poi, scaturito da un semi-dio prestato alla pubblicità. Gli euro li intascherà il portoghese, senz’altro, e gioverà di buon grado anche dell’ultima, sciocca ed insensata manovra fiscale attira paperoni del precedente esecutivo: l’imposta fissa a 100 mila euro per i redditi generati all’estero (se si assume residenza fiscale in Italia). La Serie A ne dovrebbe giovare, quindi, in termini economici, sperando che inevitabilmente ne derivi un massiccio aumento degli investimenti esteri.

 

3 aprile, Cristiano impressiona l’Allianz per l’ultima volta da rivale (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

 

La competitività 

La Juventus ha peccato di ὕβϱις, letteralmente. Ci eravamo così tanto inflitti la pena di sottostare a Liga e Premier, e non rivedere più i verdi prati del capitalismo familiare padrone del calcio, che ci eravamo dimenticati di cosa potesse dire per la Serie A dare albergo a queste stelle. La normalità, nulla più, per buoni trent’anni, ad ogni campanile. Quindi se ci pare strano, c’è un problema. Occorre dare merito alla Juventus di aver ricollocato la Serie A al centro della geopolitica del calcio, di aver rimesso il nostro movimento ove ha diritto di stare. Quindi ora spetta agli altri fare le dovute contromosse: adeguarsi per non estinguere. Milanesi, romane, Napoli, Fiorentina, calcio di provincia.

 

Cogliere subito la palla al balzo, sfruttare immediatamente il fascino riacquistato, investire, richiamare, attrarre fuoriclasse e crescerne di nuovi dentro casa. La Juventus è il benchmark delle ambizioni, le altre devono percorrere il sentiero tracciato. Questo sarà il vero effetto moltiplicatore dell’arrivo di Cristiano Ronaldo, se intenderemo capitalizzarlo. Pena un inquientante scenario controfattuale: diventare la seconda Ligue 1 d’Europa, non proprio un titolo di vanto.

 

In un bellissimo réclame del 2010, opera del regista Iñárritu, Nike profetizzava l’erezione di una statua in onore di Cristiano Ronaldo. La statua poi arrivò davvero, come il museo e l’intitolazione dell’aeroporto di Madeira.

 

Gli effetti economici sulla Juventus 

I conti, a Torino, o all’asse Amsterdam-Londra-Detroit, pensiamo li sappiano fare. Soprattutto se l’ultima parola, checché se ne dica, spetta a Marchionne. Sarà anche Cristiano Ronaldo, ma un investimento di 1/3 di miliardo su due paia di gambe, foss’anche per alzare l’anelata Coppa, appare sproporzionato. A mercato chiuso oggi – non considerando quindi le quasi certe operazioni in uscita – l’incidenza di un ingaggio di 55 milioni di euro lordi e di un ammortamento di 25 milioni annui del cartellino, sono comunque eccessivi rispetto i ricavi attuali. Anche se si vincesse la Champions League.

 

Quindi è ragionevole credere che il placet sia arrivato dopo un ben ponderato studio sul previsto impatto che il campione portoghese può recare all’intera galassia Agnelli. Consulenti ed analisti finanziari dietro questo spettacolare acquisto, nessuna impulsiva improvvisazione ma un business plan curato al dettaglio. Da capire se un supporto finanziario potrà giungere indirettamente da Exor, o se direttamente FCA, tramite qualche marchio come Jeep o Fiat, o Ferrari possa partecipare all’esborso, previo notevole rientro di immagine. La linea di discontinuità segnata con il rebranding del 2016, quella J tanto vicina agli emblemi del baseball statunitense, proietterà la Juventus in premiata ditta con Ronaldo a sovraneggiare nei pigri mercati asiatici. Scenario probabile, sicuramente non certo. L’impatto è stato valutato come conglomerato, non solo come Juventus. Una fusione di due imperi commerciali, una partnership che andrà ben oltre il rettangolo verde. Aleggia comunque il dubbio che un investimento di questa portata, anche se di lungo periodo, non possa portare i benefici sperati, perlomeno nella quantità.

 

La foto di rito per celebrare il matrimonio calcistico del XXI secolo (maisfutebol.com)

 

Gli effetti non economici sulla Juventus

Smaltita l’invidia (temporaneamente) e cassata l’euforia da calciofili, ci sono valutazioni contrarie all’operazione su cui è doveroso speculare. Coesistono, da sempre, tre Juventus: una internazionale, una italiana ed una sabauda. Sulla terza si è già detto prima: l’angoscia dell’Avvocato di essere e stare sempre nell’ombelico mediatico a fianco del più platinato jet set internazionale vede nel nipote Andrea, dominus della zebra, un degno precipitato. Il matrimonio con Cristiano potrebbe non portare all’affermazione sul campo internazionale, perché questa non può essere garantita da nessuno, ma sicuramente punterà i riflettori sul marchio Juve e lo imporrà in ogni angolo del globo.

 

La seconda Juventus è la squadra della Nazione: il club di Togliatti e dei padroni industriali, dell’establishment, della borghesia meridionale, dei contadini, dei veneti, dei marchigiani, dei calabresi, della provincia, dell’Italia profonda ed operaia. La Juventus dei 12 milioni di tifosi sparsi nella sola penisola. Una potenza morale apolide, una voce disseminata su tutto un territorio – fatico a definirla passione, nel senso di religione di popolo come a Roma, Napoli, Firenze etc. – che alimenta il culto ossessivo della vittoria come riaffermazione di un sé vincente o come, più sovente, riscatto della propria miseria. In questa declinazione Cristiano Ronaldo è un giocatore da Juventus come in precedenza lo è stato per lo United e il Real Madrid e come ontologicamente lo è per la nazionale. A Manchester, ed Inghilterra, non ha mai davvero dovuto fare i conti il puro spirito britannico, che nell’odierna Premier è incostante comparsa. Mai un derby acceso, mai una rivalità di fuoco, mai una polemica extra-campo. Idem in Spagna, dove di certo non scelse il Madrid per lealtà alla corona od anti-catalanismo. Nel superbowl che è divenuto il Clasìco, Ronaldo ha scelto l’equipo del mundo, quello che più rapidamente avrebbe permesso alla sua stella di brillare. Mai una faziosità, mai una scelta di impeto. Ma sempre un porre davanti i suoi osteggiatori un diktat: il tuo amore mi rende forte, il tuo odio inarrestabile. Si troverà bene da Madama.

 

Però, però, c’è un però. La Juventus una e trina ha sempre raccolto in tutta Italia le sue fortune ma la semina è sempre avvenuta sotto il Monviso. L’understatement piemontese ha reso possibile questo secolo di dominio del calcio nostrano, non Napoli né Venezia o Palermo. Se è vero che questo club potrebbe risiedere ovunque – l’attuale sede legale e commerciale è a Milano – non è assolutamente un caso che la sua storia si leghi a Torino. Lì e soltanto lì poteva generarsi e crescere industurbata quell’attitudine fatta di stoicismo e tenacia, a tratti risorgimentale, di pugnace serietà, propensione al sacrificio, spirito e disciplina. In una città fiera e produttiva, mica come le altre. Se è risaputo che quest’etica viene introiettata sin da subito ai neo-juventini, calciatori e non, che dalle prime uscite già sembrano battagliare per il conte Cavour, soldati servili della disciplina savoiarda, che ne sarà di questa juventinità una volta entrata in collisione con l’universo Ronaldo? Quell’arcilatino che è Cristiano, sceneggiatore, mammone, edonista, metrosessuale ed egomaniaco? Un uomo che vuole un figlio e lo commissiona, che non vuol far vedere quant’era povero in infanzia e fa demolire la casa natìa. Uno che guadagnerà quattro volte il secondo della classe. Difficile poterlo vedere umile commilitone di Sturaro, per quanto sia innegabile che negli anni il suo carattere sia cambiato, e in meglio, in direzione di più saggi lidi. Sarà affare di Allegri gestire questo Hercules in mezzo ai piedi. O sarà vecchia Juve, con il peso specifico di Ronaldo, o sarà nuova Juve rinforzata dal suo ego.  Dubitare è lecito, oltre che gratis.

 

Nella partita di Sochi contro l’Uruguay il 30 giugno scorso (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

 

Gli effetti sul campo

Le domande sono troppe. Dopo una tirannia di sette anni, dopo l’aver dimostrato che anche quando le contendenti erano autorevoli (il Napoli di quest’anno, almeno), non ce n’era per nessuno, cosa sarà del campo, con la Juventus Cristiano-munita? La forbice con le inseguitrici si alzerà fino a spezzarsi? Cristiano Ronaldo è davvero in grado, a 34 anni, di squilibrare i rapporti di forza? La risposta ragionevole è affermativa a tutti i quesiti. Un acquisto che distrugge psicologicamente, se non scatterà l’effetto emulazione, gli avversari, e che taglia di netto le speranze agostane di Napoli, Roma ed Inter. Cristiano Ronaldo rappresenta, assieme a Messi, la pietra angolare di un ultracalcio.

 

Ci siamo assuefatti all’eccezionale che diveniva ordinario, alle triplette come routine, allo spettacolo come abitudine. Come si può credere che un Ronaldo, anche a mezzo servizio, non metta a segno una trentina di reti? Anche a voler beneficiare del dubbio di vedere uno dei duopolisti (con Lionel) fronteggiare le ruvide e tattiche difese nostrane. Un trentenne con l’età biologica falsata da una cura maniacale del proprio corpo ed una propensione all’atletismo rara nel lazzarone mondo del calcio. Ad oggi – con tutte le rose incomplete – nessuno può soltanto immaginare di competere con la Juventus, anche considerando i più cupi scenari. Solo una dichiarazione di guerra cholista, come nel ’14, può strappare questo virtuale ottavo scudetto consecutivo. Una guerra al Cristiano Re.

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