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14 Maggio

Viva Baldini e il percorso! (ma quello vero)

Federico Brasile

62 articoli
Chissenefrega di questo mondo, viva la libertà.

L’intervista di Silvio Baldini ai microfoni di Eleven Sports, dopo che il suo Palermo ha passato la prima fase dei playoff di Serie C avendo la meglio della Triestina, ha scaldato i cuori di tanti amanti del calcio. «La mia media punti non mi interessa, a me interessa arrivare in fondo per questa gente, i giocatori, la società. Ma io sono innamorato del percorso che la vita mi ha relegato perché la cosa più importante, anche se sembra banale, sono le emozioni che io provo a pensare alla mia famiglia (…) a me sinceramente della vittoria e della sconfitta non me ne frega un cazzo! A me interessa il percorso! A me non me ne frega di questo mondo. Voglio sognare, voglio essere libero, non voglio avere niente, voglio amare solamente la mia famiglia e i miei amici e godermi quello che mi dà la natura».

Silvio Baldini, unico ed inimitabile

Che meraviglia, Silvio Baldini. Da brividi. Un “anarchico vero”, come lo definiva tempo fa il Foglio, o anche un monaco medievale che se ne frega del mondo – a morte, il mondo mondano! – che fa l’elogio della povertà, che non vuole possedere nulla affinché nulla lo possieda. Un uomo, comunque la si veda, che davvero vive per il calcio. Ma come, storcerà il naso qualcuno, voi non eravate quelli che prendevano in giro gli Adani e i circoli bielsisti che parlavano di “percorso”? Quelli che identificavano nel risultato l’unica cosa importante e si schieravano perciò con i più biechi risultatisti? Ebbene qui c’è una grande differenza: nel calcio ad altissimi livelli, per ammissione dello stesso Guardiola, conta solo vincere – e ognuno ricerca la maniera che gli è più congeniale o ritiene più efficace. Nel calcio in generale, tutt’altro (a partire dalla base della piramide, quella giovanile, in cui – come abbiamo sempre scritto – la “cultura” del risultato ha conseguenze nefaste).

Il punto sta proprio qui: non si può parlare di percorso (nell’accezione più nobile del termine, baldiniana in questo caso), di valori e di etica nel football e poi prendere come suoi modelli Guardiola e Bielsa, due maniaci del controllo e – giustamente – della vittoria. Non si può fare l’apologia del tecnico rosarino come “miglior allenatore del mondo” perché vincere non è l’unica cosa che conta – anzi quello che conta è appunto il percorso – e poi tralasciare il fatto che lo stesso Bielsa è il primo a disumanizzare il gioco del calcio: uno certamente di cuore ma ossessionato dalla vittoria e dalle statistiche, come mostrato magistralmente da Valerio Santori in questo articolo, che rende il calcio una scienza, stressa all’ennesima potenza i suoi giocatori e dichiara se questi fossero tutti robot lui, dalla panchina, vincerebbe sempre.

Uno che al Leeds guadagnava 8 milioni netti a stagione, e sia chiaro noi non siamo di quei populisti pauperisti che si scagliano contro gli stipendi dei calciatori, allenatori etc., ma il senso del discorso è un altro: se davvero vi interessa il percorso, avete tutta la nostra stima e il nostro sostegno, anche la nostra commozione. Ma allora fate come mister Baldini, che è andato in Serie C ad allenare gratis la Carrarese per anni. Che davvero non lo fa per i soldi, che anzi se ne strafotte dei soldi e allena per amore, come ci aveva confessato ormai tre anni fa in una delle più belle interviste uscite sulle nostre colonne.

Perché è troppo facile parlare di “percorso” quando questo è sovvenzionato dalla dirigenza emiratina del City, o dagli 8 milioni annui di quella del Leeds. Ed è anche incoerente il fatto di voler coniugare questa filosofia con l’ossessione della vittoria – che Bielsa trasforma in apologia pasoliniana della sconfitta nella più classica favoletta della volpe che non arriva all’uva, e dice che è acerba. Di questo parliamo: il vero percorso è quello di Silvio Baldini, non certo quello di Bielsa – almeno per ora. È il percorso degli educatori di calcio, Dio li benedica, a cui davvero non interessa dei soldi e per cui il risultato non è la cosa più importante: dei mister appassionati che allenano i dilettanti in cambio di due spicci, degli autentici maestri (nel senso letterale del termine) che vivono per trasmettere ai bambini i valori dello sport e non solo.

«Non ci potevo più stare dentro il sistema. Me lo impedivano i miei valori, la mia necessità di emozioni. La società di oggi vuole solo vincenti e crea così una generazione di falliti».

Silvio Baldini intervistato da Giancarlo Dotto

Formatori del pallone che non vogliono nulla in cambio, che non ambiscono alle luci dei riflettori né alle ricompense economiche, ma si accontentano invece di quelle emozioni che solo un pallone e il suo contorno possono regalare. Insegnanti di calcio (e non solo) che, diciamola tutta, possono essere loro stessi fino in fondo solo nelle categorie minori. In certi contesti e a certe condizioni, senza gli obblighi e gli assilli degli obiettivi stagionali da centrare a tutti i costi.

Per questo Silvio Baldini è il vero rappresentante del percorso, ne riassume la versione strapaesana, italianissima, anti-moderna; umana, troppo umana per questi tempi così ipocriti, ideologicizzati e allo stesso tempo materiali. Un uomo che non ha mai sposato le perversioni del progresso disumanizzante e rivendica orgogliosamente di essere un rappresentate della periferia, impermeabile tanto all’individualismo quanto alle ideologie alla moda del centro. Uno che riassume la massima di Franz Grillparzer – «se il mio tempo mi vuole avversare, io lo lascio fare tranquillamente: io vengo da altri tempi e in altri spero di andare» – che parla sempre di famiglia, degli amici, degli altri; dei “valori”, come quelli ereditati dal padre cavatore, a partire dall’ “amore verso le altre persone”.

«Mio padre faceva il cavatore di marmo, mio nonno materno aveva un’osteria, uno comunista, l’altro fascista, e nell’osteria sono cresciuto. Nelle discussioni da osteria non prevale la verità ma la prepotenza. E la prepotenza nel calcio come nella vita te la dà soprattutto il denaro».

Silvio Baldini, intervistato dal Corriere dello Sport

Altro che fascismo e comunismo, l’importante sono le persone, e spesso a corromperle è il denaro più che la politica: «Conosco tante brave persone di sinistra e di destra», dichiarava al Corriere della Sera, facendo capire che gli uomini non si giudicano dalle ideologie. Quindi concludeva con il suo sogno, ai tempi in cui ancora allenava senza stipendio la Carrarese:

«portarla in serie A e poi fare il pastore. Che bello stare lì con gli animali tra le montagne leggendo un bel romanzo di Rigoni Stern o di Bambaren e magari riuscire a sentire la presenza di Dio».

Silvio Baldini, intervistato dal Corriere della Sera

Come dice Giovanni Lindo Ferretti d’altronde, Dio nelle metropoli è morto ma in montagna qualche segno della sua presenza lo dà ancora. Tornando invece sulla terra, se davvero il grado di libertà di un uomo si giudica dai suoi sogni, come scriveva Alda Merini, possiamo davvero affermare che quel francescano nel pallone di Baldini è sulla strada per essere un uomo libero. Anzi, sul percorso.

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