“Il surf fece le regole dello skate, lo skate cambiò le regole della vita”. Questa sintesi di successo, tratta dal docufilm Dogtown and Z-Boys, racchiude le origini mitiche di un fenomeno travolgente. Grazie alla sua intrinseca vitalità creatrice, lo skating si è fatto largo nel corso degli ultimi decenni tra le sottoculture giovanili più degne di nota del panorama mondiale. Una storia nata per necessità dalla costola del surfing. Perché l’oceano, dettando le sue condizioni, segna i destini dell’uomo fin dalla notte dei tempi.

 

 

A spingere i ragazzi a sfidare l’asfalto fu l’astinenza da onde. Verso la fine degli anni ’50, per non rimanere a bocca asciutta di emozioni nei giorni di magra, proprio coloro che fino ad allora avevano vissuto soltanto con i piedi nella sabbia iniziarono a lanciarsi giù in picchiata dalle colline di cemento della California. Esuberanza e metamorfosi: Big Bang. Nacque l’universo a rotelle. Riscoprire le città divenne una dolce ossessione. I surfisti, ora skaters, si riappropriarono degli spazi urbani alla loro maniera. Come sciami d’api, invasero ogni luogo senza rendere conto a nessuno. Spirito d’aggregazione, libertà d’esprimersi e ricerca del limite plasmarono un’intera generazione:

 

«Fare skating non nasce da un bisogno di ribellione ma piuttosto da un bisogno mistico, biologico di calore umano, di amicizia, di fratellanza, di solidarietà. Lo skate parte da un sentimento. Che implica crudezza, materialità, sesso, emozioni gettate senza garbo sulla strada, un atteggiamento ruvido e spavaldo».

 

Roberto D’Agostino, “La fratellanza dello skate”.

 

 

Tutta l’irriverenza di uno skater anni ’70 in una foto (Ph Evening Standard/Getty Images)

 

 

Cos’è lo skate se non una promessa d’eterna giovinezza? Inesaudibile ed evanescente, chi la compie è perfettamente consapevole di non poterla mantenere. A correre lungo la tavola sono sogni, frustrazioni, speranze, disincanti: proprio come in amore. Sarà per questo che è difficile farne a meno. L’inevitabile sofferenza di diventare grandi, e quindi di dover affrontare il mondo reale, viene soffocata da un trick vincente o da una caduta rovinosa: le due facce della medaglia di uno skater. È nella polvere delle metropoli che si può cogliere il fiore di questa disciplina. Là dove strisciano le ambizioni infrante delle persone comuni, germoglia l’estro di un popolo che nel frastuono cerca la propria pace.

 

 

Lo skate inteso come continua ricerca. Un rito intimo e al tempo stesso collettivo, senz’altro catartico. Figlio della modernità ma animato nel profondo da valori antichi. Chi fa skate è un corsaro. Che si ritrovi a sfrecciare nelle piscine abbandonate di Santa Monica a Los Angeles, sul travertino fascista del quartiere EUR di Roma, per le strade di Hong Kong o sulle discese di Rio de Janeiro, ogni skater è accomunato dal senso di conquista degli spazi che lo circondano. Uno sport che va ben oltre lo sport. «Esiste un legame indissolubile tra architettura e skate. Come le onde hanno creato il surf, così gli architetti hanno inconsapevolmente dato forma allo spazio d’azione degli skater», afferma il paesaggista finlandese Janne Saario. Architettura, musica, abbigliamento, arte: l’essenza e l’estetica dello skating abbraccia mondi diversi ma affini, facendoli comunicare efficacemente tra loro.

 

«Lo skate è privo di regole da rispettare, allenatori cui obbedire, campi di gioco o squadre in cui stare confinati. Non per niente è l’unico sport senza una divisa, lo fai con gli stessi vestiti con cui vai a scuola o al lavoro. Ma soprattutto è privo di quel sistema di vincitori e vinti così tipico del mondo agonistico».

 

Roberto D’Agostino, “La fratellanza dello skate”.

 

 

Una panoramica su alcuni skaters in azione a Southbank in quel di Londra nel gennaio 1978 (Ph Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Come scrive Andrea Girotto ne “La cultura dello skateboard dal passato al presente” su Sportfarm: «I primi skateboard commerciali fecero la loro comparsa sugli scaffali dei negozi americani nel 1959 e quando Larry Stevenson, editore di “Surf Guide” iniziò a promuovere lo skateboard nella sua rivista le cose iniziarono a decollare. Makaha, la compagnia di Larry progettò il primo skateboard professionale nel 1963 e preparò una squadra per promuoverlo. È così, che presero vita le prime squadre di skaters».

 

 

Se da un lato è evidente che sin dalle origini attorno allo skate si siano affollati interessi commerciali legati a logiche di profitto e contemporaneamente abbiano preso piede dinamiche agonistiche, dall’altro va sottolineato come nell’universo a rotelle sia fiorita spontaneamente una sottocultura regolata da leggi non scritte e valori non in vendita.

 

 

Merito di chi ha saputo dare il giusto impulso al movimento. Negli anni ’70 furono gli Z Boys a tracciare la via, dando dimostrazione di coraggio e sfrontatezza nel cimentarsi in acrobazie inedite. Stacey Peralta, Tony Alva e Jay Adams divennero portabandiera di un vero e proprio branco di giovani selvaggi. Una mandria scatenata dall’approccio diverso alla disciplina, che non si riconosceva affatto nel mondo patinato dei contest ufficiali pur partecipandovi. Il freestyle si impose con una rottura. Come da tradizione negli Stati Uniti d’America, dove le virtù cardinali derivano dal ripudio, dalla decapitazione dei legami, dall’invenzione e dall’affermazione, per dirla con le parole di Louise Glück.

 

«Non dimenticate mai i vostri skateboard: difendeteli; e difendete insieme a loro l’agilità che vi abita, questo spirito di metamorfosi che vi fa diventare ardentemente tutte le cose, perduti in tutte le cose, e insieme difesi dal cristallo impenetrabile della giovinezza. Difendete il vostro mondo infantile dal mondo adulto nel quale state per entrare».

 

Pietro Citati

 

 

Una sequenza tratta dal film “Lords of Dogtown”

 

 

Il boom dello skate negli anni 70 e 80 fu vertiginoso. Anche oltreoceano. La massiccia diffusione di video autoprodotti dagli skaters creò un immaginario potentissimo. In Italia nel 1977 vennero vendute tavole in quantità industriale. A partire da quell’anno i marciapiedi delle nostre città si riempirono di nuovi adepti, tanto da costringere le autorità a vietare la circolazione degli skateboard.

 

 

Senza luoghi adeguati dove poter danzare sull’asfalto, il loro entusiasmo si affievolì. Ma negli anni ’90, con l’ammorbidirsi delle ordinanze e la nascita dei primi skatepark, il movimento italiano, specialmente al Nord, riprese a correre. Oggi possiamo vantare campioni di assoluto livello mondiale come Ivan Federico. Medaglia d’oro agli X Games, Federico è un fuoriclasse dalle idee chiare:

 

«La forma del presente l’hanno scelta i grandi classici. Molti, però, si dimenticano che il futuro è esattamente il posto dove ogni classico è stato concepito, pensato e realizzato. Non diventi un classico se non hai distrutto il presente e inventato un pezzo di futuro […] Mi sono sempre sentito parte della cultura che si respira nello skate. Mi sono sentito rappresentato da tutto quello che è. Un misto unico, con tante robe nel mezzo. È occhio, perché fatto di immagini, colori ed estro. È orecchio, perché fatto di vibrazioni e di ritmo. È corpo, perché fatto di esperimenti, di trick e di fantasia».

 

La storia dello skate è in continuo divenire. Un destino che scivola sulle ringhiere di mezzo mondo. Finché ci saranno ragazzi disposti a rischiare di cadere, finché nell’oscurità metropolitana si riconosceranno l’un l’altro, spingendosi a vicenda ad alzare l’asticella, lo skate avrà lunga vita. Perché lo skate è una promessa d’eterna giovinezza. E allora lasciateci pensare che quei ragazzi rimarranno fedeli a loro stessi.