Papelitos
21 Marzo 2018

Sostiene Cagnucci: il calcio è del popolo (ma tutto)

Il direttore de Il Romanista si scaglia contro i prezzi del Camp Nou: gli diamo ragione, ma non su tutto.

Il Barcellona ha deciso di fagocitare due volte la Roma, la prima sul campo, dove si prospetta una tauromachia tanto sgradita ai catalani, e la seconda, sugli spalti, con il costo del biglietto: 89 unità del conio di Francoforte, non pochissimi per le tasche di un tifoso in trasferta. Allorché l’unico quotidiano al mondo dedicato ad una squadra di calcio, Il Romanista, ha deciso di buzzo buono di scrivere direttamente al presidente dei blaugrana col titanico intento di ottenere un ribasso. Lo j’accuse della lettera, ripresa anche dal NYT, sta tutto nella provocazione “dimostrateci di essere més que un club“. E oggi rincara la dose anche il dir. Cagnucci, con un editoriale in cui denuncia un sistema che ha rimosso dal centro il tifoso e le sue istanze.

Anfield da sempre in prima linea nella battaglia dei prezzi (Immagine Reuters)

Siamo d’accordo su (quasi) tutta la linea: il direttore si scaglia con animo contro i gendarmi del pensiero che tacciano immediatamente di populismo chi difenda i protagonisti obliqui di questo sport, i tifosi. E fa bene a farlo con toni emozionali, “il calcio è e deve restare uno sport popolare“, dice, e continua con una affermazione da esaminare “Il mercato ha le sue regole ed è (purtroppo) normale che ci siano (non possiamo essere luddisti della pedata) ma lasciateci uno spazio, un settore, popolare appunto, lasciateci il sogno della normalità di un pallone da andare a riprendere incastrato sotto la marmitta“.

Qui risiede il Cagnucci-pensiero, che condividiamo, ma a cui non nuoce muovere delle considerazioni, si spera edificanti. Il mercato ha delle regole, ed è giusto che così sia, al netto di deliri liberisti, come sacrosanto deve essere che si venda qualcosa se c’è qualcuno disposto ad acquistarla: in questo senso si può accettare con maggiore serenità la tendenza dei nuovi stadi di offrire servizi premium come suite d’albergo o altre esperienze non tangenziali al rettangolo verde. Affari di chi vuol vivere così, verrebbe da dire. Qui non interessa tanto il movente di lucro di chi impone questi prezzi, altrettanto pacifico a nostro avviso, quanto più il malcelato desiderio di escludere una categoria sociale presunta inferiore, quella dei tifosi di curva, e di rimuoverla da un luogo di aggregazione e socialismo applicato quale lo stadio è. Per questa ragione  appare marginale la questione Barcellona: per quanto esosa sia la cifra richiesta, questa non incide particolarmente sull’economia di una trasferta europea che di per sé è appannaggio di chi del trade-off costo del biglietto/ soddisfazione ricavata non se ne cura proprio. La guerra da condurre è unicamente domestica.

 

I soldi per lo stadio si trovano sempre: Gassman ne I mostri di Risi trascura la salute del figlio pur di sostenere i ‘lupi’. 

 

Lo stadio è un luogo di sintesi sociale che ha preso, con i dovuti distinguo, il testimone storico del teatro: finché vivranno loggioni e piccionaie, dovrà essere concesso a qualsiasi classe sociale di entrarvi, così come sempre è avvenuta commistione tra patrizi e plebei in arena. Non si può privare della liturgia laica chi vuole parteciparvi, come alla Messa, imponendo barriere economiche al suo ingresso, come da intento del caro prezzi negli stadi. La soluzione finale per una categoria sociale stridente con gli obiettivi della governance del calcio, che vuole uno stadio-cinema, non luogo apolide ove dare albergo a turisti spendaccioni ed abbienti tifosi divoratori di tramezzini, come ebbe a definire qualche anno fa Sir Alex Ferguson i supporter di casa. Lo stadio a mo’ prodotto pre-confezionato dalla società, che si accolla anche l’onere, come accade a Barcellona, Torino o Parigi, di allestire la scenografia ed indirizzare la ritmica del tifo.

 

In controtendenza appare il suggerimento di un giocatore-colonna di una squadra pioniera di tali fenomeni: Vincent Kompany, neo dottore in Business Administration, che suggerisce, nella sua tesi di laurea, al board della Premier League di far abbassare i prezzi dei biglietti, al fine di riempire gli stadi di calore ed atmosfera, rendendo anche più attraente e vendibile il prodotto televisivo. Si pensi al tristume domenicale del vedere spalti deserti, anche se filtrati dalla tv.

 

Re Giorgio VI in patrocinio della finale di FA Cup del ’39 davanti ai 100 mila spettatori di Wembley: c’è tutta la piramide sociale in un solo luogo.

 

Cosa si può rimproverare a Cagnucci? Il rifugio melanconico della nostalgia: la questione non è in un calcio prima più puro e in un calcio dopo corrotto, ma deve risiedere nella precisa volontà di resistere ad un progetto che vuole, ora e adesso, i tifosi più autentici fuori dallo stadio a favore di una più ampia platea di tifosi-consumatori dislocati nel mondo. Non occorre rivendicare il passatismo del borghetti o dei super santos incastrati sotto le macchine, e men che mai, come qualcuno fa, la conversione lire-euro del costo del biglietto. Questa è una battaglia d’avanguardia per il calcio del futuro, non per quello del passato. Nella speranza che lo stadio possa rimanere un luogo di pluralità ed associazione che catechizzi i tifosi al senso primo del loro essere: identità, orgoglio, appartenenza che vanno fieramente sfoggiati, senza dover collassare in nessun tipo di violenza, al contrario di quello che si vuol far credere.

Qualsivoglia forma di ostacolo e di proibizionismo non ottiene altro che il ribollire di quelle frange, statisticamente inevitabili, di tifosi che usano lo sport per sconfiggere i propri fantasmi. Quando Pasolini affermava che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, alludeva proprio allo stadio.

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