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28 Febbraio

Spalletti è calmo fuori, ma freme dentro

Il Napoli aggancia il Milan in vetta alla classifica.

La prima notizia è che la Serie A, alla 27a giornata, è un campionato apertissimo. Il più bello in Europa in questo momento – se è ancora valida l’equazione equilibrio = bellezza, perlomeno. La seconda notizia è che a contenderselo, questo campionato ballerino, sono tre allenatori che non l’hanno mai vinto: Pioli, che lo guida, Inzaghi, che sta disperdendo il patrimonio accumulato nelle prime 19 giornate, e Spalletti, che ieri sera ha agganciato il Milan insidiandolo anche emotivamente.

Contro una Lazio visibilmente diversa rispetto a quella dell’andata, il Napoli ha saputo soffrire nel primo tempo, aggredire la partita nel secondo e vincerla al 94′ dopo essersi fatto raggiungere all’89’. Ci ha provato in tutti i modi il Napoli ad imitare le due milanesi nel buffo gioco a perdere punti – al quale aveva partecipato a Cagliari una settimana fa. Non è bastato. Il tiro di Fabian Ruiz, chirurgico, è un segnale fortissimo che Spalletti e il Napoli hanno dato al campionato.

Forse è per questo, allora, che Spalletti in conferenza stampa si è tolto l’anello d’argento trastullandolo sul tavolo di legno lucido, mentre con lo sguardo rivolto verso il basso rispondeva sommessamente alle domande dei giornalisti presenti. “Siamo a un bivio, aveva detto nel pre-partita. Dobbiamo decidere se essere dimenticati o rimanere nella testa dei tifosi ed essere ricordati come eroi”. Nel post-partita, ai microfoni di DAZN, ha rincarato la dose:

Tutti rompono i coglioni dicendo che questa squadra non ha carattere che è molle. Ora voglio vedere: è il contrario”.

Nella sala della conferenza stampa allo Stadio Olimpico c’era un’aria di entusiasmo incontenibile, un fuoco invisibile ma presente. Spalletti ha pensato bene di fare da pompiere (cit. Caressa) perché sa che solo così – smorzandolo, l’entusiasmo di cui sopra – può concedersi un finale di stagione da sogno. Lo avevamo già detto ad inizio anno: è un Luciano Spalletti diverso dal solito, più monaco che santone, più sacerdote che politico.

Ugolini ha detto che questo gol, questa corsa di Spalletti – felice come un bimbo –, gli hanno ricordato da vicino il gol di Koulibaly a Torino nel 2018. Un po’ troppo come paragone, forse. O troppo poco? Questo Napoli è una squadra benedetta nelle (e dalle) difficoltà: da Insigne capitano e trascinatore ma partente a fine anno ai tre africani Osimhen (in costante lotta contro strani demoni psicofisici, eppure sul pezzo), Anguissa (tornerà) e Koulibaly appunto (leader tecnico e già campione d’Africa, ma spesso indisponibile per problemi fisici), passando per gli infortuni di Lozano, Politano, Zielinski. Ora, però, Spalletti li ha (quasi) tutti a disposizione. Il supergol di Pedrito sembrava la giusta conclusione di un copione ben scritto, il gran gol di Fabian l’ha trasformato in un film di David Lynch. Inspiegabile come il calcio. E come Napoli, che da ieri sera può sognare il titolo.

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