Il coronafootball è antiestetico. L’assenza dei tifosi dal gioco non solo lo rende più scontato e prevedibile, ma essenzialmente più brutto da vedere. Persino chi ha sempre guardato il calcio dal divano se n’è reso conto. Senza dubbio lo hanno notato le pay-tv, che hanno subito un calo vertiginoso a livello di ascolti ed entrate da quando è iniziata la pandemia.

 

 

Senza voler tirare in ballo citazioni di intellettuali prestati al mondo del pallone – o meglio, di calciofili prestati ai salotti intellettuali –, nessuno può più negare che il calcio senza pubblico sia un altro sport anche perché, al contrario di altre discipline (il tennis, ad esempio), dei tifosi il football non può fare a meno. Ma se il calcio decide di fare a meno dei tifosi, i tifosi smettono di guardarlo.

 

“Il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?” dice Colin Firth in Fever Pitch, film cult per ogni tifoso, tratto dal celebre romanzo di Nick Hornby.

 

In un calcio ormai totalmente asettico e post-umano, l’unica vera alternativa è rappresentata dalla radio, antica avanguardia. Ne sentiamo parlare nei racconti dei padri e dei nonni, quando non era così facile andare allo stadio e le partite di Serie A era possibile sentirle in diretta solo attraverso il racconto dei radiocronisti. Ma ne sentiamo parlare, di nuovo, anche oggi. Piuttosto che guardare il desolante coronafootball, meglio immaginarselo (diverso da com’è realmente) ascoltando le radiofrequenze nazionali.

 

 

Viviamo negli anni dell’HD, del 4k, dei mille replay, delle grafiche minuziose per il fuorigioco, del VAR, dei gol-no gol, addirittura siamo sottoposti alla visione dei muscoli dei calciatori in slow-motion; ma la radio rimane la tecnologia per eccellenza. Dei commenti a bordocampo dei calciatori e di immergerci nel coronafootball, vuoto come gli stadi che lo ospitano, cimiteri del pallone, non ce ne importa nulla. Sentire la radio ci fa tornare ad un’epoca ormai tramontata nella quale il calcio era gioia, comunità, immaginazione.

 

 

Se si è tifosi, del modo in cui deve posizionarsi il terzino o di come deve attaccare la profondità la punta, interessa poco. Se si è tifosi si ha bisogno di trasporto emotivo, non di minuziosi dettagli tattici, rilevanti solo per gli addetti ai lavori. Guardare da appassionati il coronafootball è semplicemente impossibile: se ne esce alienati.

 

radio cronisti

Foto di gruppo di giornalisti sportivi Rai al Giro d’Italia 1967. Da sinistra Adone Carapezzi, Enrico Ameri, Nando Martellini, Sandro Ciotti, Sergio Zavoli, Adriano De Zan e il capo spedizione Nino Greco

 

“L’amore che strappa i capelli / È perduto ormai / Non resta che qualche svogliata carezza / E un po’ di tenerezza.”

 

(Fabrizio De André, La canzone dell’amore perduto)

 

I dati TER (Tavolo Editori Radio) del secondo semestre 2020, pubblicati qualche giorno fa, sembrano dare valore alla tesi del ritorno in auge dell’ascolto delle partite di pallone alla radio. Infatti le uniche stazioni che hanno incrementato i propri ascolti, nonostante la pandemia abbia fatto registrare cali di share ovunque, sono proprio le stesse in cui viene proposta la radiocronaca delle partite.

 

 

Alle ragioni sentimentali vanno però aggiunte quelle economiche: le radio, a differenza delle pay-tv, sono l’unico canale gratuito su cui è possibile seguire l’andamento in tempo reale delle partite. In un periodo storico nel quale l’Italia, rispetto al 2019, registra un calo dell’11,2% del PIL e 432mila posti di lavoro in meno, non possiamo non pensare a quanto ciò abbia influito sul dato relativo all’ascolto delle radio. Tutto il contrario di Sky, ad esempio, che ha perso centinaia di migliaia di abbonati.

 

Il Generale Vaccaro diceva, già negli anni ’30, che “ad uno spettacolo cinematografico si può rinunciare, ma ad uno spettacolo calcistico il buon tifoso non rinuncia: rinuncia invece, per esso, magari al vino per una settimana”. Ecco, oggi il tifoso rinuncia alla partita in televisione, ma non può rinunciare all’ascolto della partita alla radio.

 

Un calcio come questo è indubbiamente meglio immaginarlo che vederlo, e lo strumento migliore che abbiamo per farlo è la radio. Sentire le radiocronache ci permette di entrare in un mondo alternativo, arcaico, a partire dal linguaggio utilizzato durante la partita. Più che sui termini o sulle descrizioni in sé, facciamo affidamento sul volume della voce del radiocronista per capire l’andamento della partita.

 

 

Certo, che sia radio o televisione quei seggiolini restano vuoti ma, per lo meno, il semplice ascolto è in grado di creare una dimensione meno amara, illudendoci, per qualche istante, di essere tornati alla normalità. In fin dei conti la radio assomiglia allo stadio. La partita, quando si è in curva, tra cori e bandiere si vede poco o niente. Si capisce chi ha segnato solo dal boato del pubblico, da chi ci è accanto e di fronte. Di chi ci accompagna con la voce, come la radio domenica dopo domenica, in un rito di popolo che oggi è vivo più che mai.

 


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