Uno Hobbit tra gli Uomini e gli Elfi.
A metà degli anni Trenta, nella vecchia Inghilterra, il tennis aveva ancora quel sapore antico e venerando a cui le folle esaltanti e l’inusitata popolarità hanno ormai da tempo disabituato. Nella propria naturale eleganza il tennis attirava nel Novecento intellettuali e uomini della secolare gentry d’Albione, allietando i pomeriggi e le giornate, con quel rintocco morbido e ipnotizzante della pallina sul campo.
E mentre in Italia la racchetta rievoca gli scenari malinconici e decadenti dell’Italia borghese raccontata nei Finzi-Contini, tra i campi di Sua Maestà, nello stesso periodo, un giovane tennista di nome Angus McIntosh, divenuto in seguito un noto accademico presso l’Università di Edimburgo, si rese involontariamente “responsabile” dell’infortunio alla caviglia del proprio, ancora non abbastanza celebre, avversario. Di 22 anni più anziano di lui, appassionato di tennis non meno che di filologia anglosassone, ad infortunarsi era stato un certo John Ronald Reuel Tolkien.
Prima ancora di diventare uno dei più grandi autori che la letteratura inglese (e probabilmente mondiale) abbiano mai conosciuto, Tolkien è stato un accademico, un ricercatore, un raffinato filologo e studioso. Ed anche, ovviamente, uno sportivo. Figlio e interprete della cultura stessa dello sport in salsa anglosassone.
Pur ritenuto fisicamente inadatto alla pratica sportiva, nel 1911 troviamo una foto del creatore della Terra di mezzo con la sua squadra di rugby: lo sport degli inglesi e dell’impero britannico per eccellenza. Tolkien, nato in Sudafrica e poi trasferitosi quasi immediatamente nella patria inglese, fu anche in questo un “arci-anglosassone”. Nel rugby che anima la vita, lo spirito e la forza delle classi dirigenti dell’impero, c’è tutta l’irruenza giovanile dei college; l’elitaria raffinatezza dei rampolli della vecchia Inghilterra. Scrivendo più di trent’anni dopo la sua prima esperienza come rugbista, Tolkien diede sfogo alla propria irremovibile visione del mondo da nostalgico e conservatore in un mondo ritenuto in sfacelo:
“Perché io amo l’Inghilterra (non la Gran Bretagna e certamente non il Commonwealth [grr!]), e, se avessi l’età per fare il militare, credo starei borbottando da qualche parte in servizio di combattimento, pronto ad andare fino all’amara fine, sempre sperando che le cose vadano per l’Inghilterra meglio di come sembra stiano andando”. . .
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