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Interviste
25 Novembre

Una vita in tribuna stampa

Abbiamo parlato di calcio italiano e di narrazione sportiva con Alessandro Vocalelli, direttore del Corriere dello Sport e del Guerin Sportivo.

Abbiamo incontrato Alessandro Vocalelli, direttore del quotidiano sportivo romano Corriere dello Sport – Stadio. Dal 2016 è anche alla guida del Guerin Sportivo, il mensile sportivo più longevo del mondo, fondato nel 1912. Ex firma di Repubblica e ospite frequente di numerosi programmi Rai in qualità di esperto, Vocalelli ci ha parlato della situazione attuale del movimento calcistico italiano, dei suoi maestri, del mestiere di giornalista sportivo e di tanto altro ancora.

Sappiamo che Roma e Milano sono due piazze molto differenti a livello di giornalismo sportivo. Possiamo dire che il corriere sia più radicato nella capitale e in generale nel centro Sud?

No, effettivamente abbiamo una tiratura nazionale abbastanza uniforme. Bisogna considerare che al Nord ci sono molte persone del Sud e in diverse città del Nord tanti hanno origini meridionali. Lì abbiano numeri importanti soprattutto quando vincono squadre come il Napoli, il Palermo, il Cagliari.

Il Corriere dello Sport è un giornale storico italiano che ha acquisito con il tempo un tono istituzionale. è difficile avere sede a Roma e non scendere a compromessi con l’ambiente romano, che spesso tra radio e opinionisti dell’ultim’ora rischia di risultare esasperato?

Non credo dipenda dalle piazze ma dalla natura del giornale. Il Corriere dello Sport per tradizione e per cultura è un giornale molto controcorrente. Non ne faccio una questione di qualità ma ci sono giornali più istituzionali, mentre il nostro giornale ha sempre fatto inchieste e battaglie su temi delicati (il doping, l’abuso dei farmaci etc.) e da questo punto di vista è sempre stato in prima linea, al di là della piazza.

Ormai internet e le televisioni stanno fortemente minacciando la carta stampata. Recentemente lei ha assunto la direzione del Guerin Sportivo e ha intrapreso una strada in controtendenza, puntando sul cartaceo e sull’approfondimento culturale e sportivo. è una scelta che le ha dato soddisfazione e quali riscontri ha avuto?

Il Guerin Sportivo in questo momento è un fenomeno editoriale. In un periodo in cui i giornali tendono a soffrire, il Guerin dall’inizio dell’anno ha avuto un aumento di vendite del 70-80%. Questo dimostra che c’è ancora spazio per la carta stampata fatta in una certa maniera, perché è vero che la richiesta cala ma è anche vero che vengono premiati i giornali e le riviste di qualità. Inoltre, pur soffrendo, i giornali continuano ad essere il traino delle casi editrici. Anche perché si stanno trasformando in sistemi di comunicazione: c’è il sito internet, la radio, la web tv e così via. In questo senso il giornale continua ad essere fondamentale.

Dunque possiamo dire che il Guerin Sportivo si rivolge ad un pubblico sportivo “alto” ?

Sì, in un periodo in cui i quotidiani si vanno specializzando e settimanalizzando, per un periodico come il Guerin c’è la necessità di andare ad approfondire. Si deve essere bravi in questo senso, ma posso dire che in effetti stiamo facendo inchieste e servizi di grande qualità e approfondimento.

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Alcune copertine storiche del Corriere dello Sport con le vittorie azzurre nei mondiali del 1982 e del 2006

Avvicinandoci a questo mondo, ci rendiamo conto che il giornalista per ricevere informazioni debba necessariamente avere un rapporto con il calciatore, il procuratore, il dirigente. Questo non rischia di appiattire la narrazione e di soffocare il lato polemista di un giornale?

Il giornalismo secondo me è uno. Questo è lo stesso rischio che corre il giornalista d’informazione politica. Anche lui si rivolge a delle fonti per avere un certo tipo di informazioni. Dunque io non credo ci sia questo rischio. Poi ovviamente dipende da fonti e fonti. Generalmente se si apre un colloquio con dei referenti è perché li si ritiene credibili e seri, non per avere dei vantaggi. Noi da questo punto di vista siamo assolutamente liberi e abbiamo addirittura una storia da “anti”, avendo avuto polemiche con Juventus, Milan, Roma, Lazio etc. Insomma un po’ con tutti, ma questo non ci ha mai impedito di arrivare sulle notizie.

Domanda personale, quali sono stati i suoi maestri di giornalismo sportivo?

Uno su tutti Giorgio Tosatti, che a vent’anni mi ha assunto come praticante lanciandomi sui campi. Poi non l’ho avuto come direttore ma Antonio Ghirelli è stato per me un punto di riferimento, al quale mi onoro di essere accostato per aver diretto due volte il Corriere dello Sport.

Leggendo le pagine di Brera ad esempio, non crede che oggi i giornalisti esaltino troppo l’individuo rispetto al collettivo e a ciò che rappresenta per un ambiente, per un territorio o anche per una nazione?

Hai ragione. In questo momento il racconto sportivo è molto individualistico anche perché i calciatori sono diventati delle piccole grandi aziende e muovono interessi personali che prima non muovevano. Per cui una volta c’era l’esaltazione del gruppo e della squadra, adesso invece prevale l’esaltazione del singolo giocatore.

Per quanto riguarda il calcio italiano pensa che possa essere rilanciato solo con investimenti stranieri? O c’è qualcosa che si può muovere internamente?

Innanzitutto il calcio è lo specchio del Paese, e anche la filosofia di gioco è spesso l’espressione del Paese stesso. Risente moltissimo dell’atmosfera che c’è. E per quanto riguarda gli investitori stranieri è esattamente quello che succede nell’impresa, nell’industria, nella moda e così via. In questo momento c’è una globalizzazione che fa parte di tutto e fa parte anche del calcio e dello sport, Personalmente credo che nello sport e nel calcio in particolare, al di là delle proprietà straniere, ci sia un elemento distintivo che è il senso dell’appartenenza e che difficilmente si perderà. Quindi investimenti stranieri sì, ma le società e le squadre che avranno sempre qualcosa di più e di meglio da dire sono quelle con radici profonde attraverso i vivai dei calciatori.

Da questo punto di vista l’Italia di Antonio Conte era in piena sintonia con il Paese ed era riuscita a coinvolgere gli Italiani come non si vedeva da tempo. Quando una squadra ha un’identità così forte e ha la voglia di lottare per questa identità, c’è ancora spazio per un racconto non monopolizzato dalle leggi del valore e del mercato?

Non c’è dubbio, durante l’Europeo c’è stata questa identificazione molto forte con l’Italia di Conte. Rappresentava una nazione orgogliosa, convinta certamente sul piano tecnico di essere inferiore alle altre ma che cercava di sopperire con l’aspetto emotivo. In generale questo aspetto molto spesso ha avuto una componente importante, anche nel mondiale del 2006 abbiamo vinto in una situazione molto difficile e la Nazionale ha risentito di una carica psicologica prima che tecnica. Come dicevamo, il calcio rappresenta l’aria che si respira.

Antonio Conte, ct della Nazionale italiana di calcio dal 2014 al 2016
Antonio Conte, ct della Nazionale italiana di calcio dal 2014 al 2016

E invece passando a Giampiero Ventura è venuto qui in redazione di recente. Che impressione le ha fatto e cosa le ha raccontato?

Ventura è sicuramente una persona di grande esperienza e buon senso. Adesso si sta misurando su un terreno nuovo anche per lui, ma credo sia un ottimo commissario tecnico abituato a lavorare sui giovani. Questo è fondamentale perché la nazionale è in un momento di passaggio. L’importante è cogliere il confine, il momento giusto per questo passaggio di testimone. Forse questa è la prima volta che l’Italia viene chiamata ad uno sforzo reale per andare ai mondiali, difficilmente era successo di avere un turno eliminatorio così difficile. Ventura si trova quindi nella difficoltà di coniugare un passaggio generazionale con l’impellenza del risultato. Inoltre difficilmente un ciclo iniziava con un mondiale, generalmente terminava con un mondiale. Lo aspetta un compito arduo ma è una persona di buon senso e sarà all’altezza.

Lei ha una lunghissima carriera da giornalista sportivo. Come era raccontare il calcio di quei presidenti che incarnavano ancora dei valori di una città (Moratti, Sensi, Cragnotti etc.) rispetto a quello di oggi. C’era un etica maggiore?

Beh, sicuramente c’era un senso d’identificazione maggiore. Io questi li ho conosciuti e vivevano la squadra con un occhio da imprenditori ma con l’altro da tifosi. Era presente una partecipazione emotiva forte. Oggi chi arriva come proprietà straniera – e non c’è nulla di male a dirlo – pensa al business. Alla Roma James Pallotta a capo di una cordata americana ha come interesse anche la costruzione dello stadio. Ma non ci si deve scandalizzare, ai miei tempi il business sembrava quasi una brutta parola, oggi lo viviamo in tutti gli ambiti e nella vita di tutti i giorni.

Torniamo invece alla narrazione sportiva. L’Italia è il Paese delle pagelle: perché ci siamo così affezionati? Ed è un buon modo per raccontare una partita?

Guarda un allenatore molto importante in questi giorni mi diceva: «Non sai con quanto trasporto i calciatori aspettano le pagelle il lunedì mattina, anche con quanta sofferenza fisica». Per cui sì, è un fenomeno fortemente italiano. In quanto al modo, è la sintesi che dà un giudizio ad un calciatore. A volte ingeneroso ed estremo ma è l’unico modo per parlare di un giocatore che altrimenti non riusciresti a rappresentare.

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