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16 Novembre

Edmondo Fabbri, il controritratto

Alberto Fabbri

78 articoli
Verità e bugie sull'allenatore della Nazionale eliminata dalla Corea del Nord.

Quando il diagonale di Pak Doo Ik si infila alla destra di Albertosi sul prato di Ayrsome Park, la vita di un uomo cambia per sempre, non soltanto la sua carriera. Al triplice fischio, il protagonista di questo ritratto diventa il nemico pubblico di un Paese che godeva ancora dell’onda del boom, ignaro delle nuvole pronte a rovesciare una tempesta di piombo di lì a pochi anni. Edmondo Fabbri diviene per sempre “l’allenatore della Corea”, un’etichetta che pesa ancora oggi sui giudizi riguardanti la sua abilità di tecnico, così come la sua persona. Se l’articolo odierno può avere un valore, essendo scritto da un parente di Mondino che ha lasciato questa terra nel luglio 1995, è proprio quello di correggere una damnatio memoriae infamante.

Verità di comodo acquisite dalla vulgata, spesso per superficialità, a volte travisando e ingigantendo le parole tramandate da Brera e dai suoi discepoli.

Nel mondo del calcio Mondino si fa strada grazie agli esordi con l’Imolese ed una stagione in serie C con il Forlì; quindi arriva la chiamata dell’Atalanta in massima serie e l’addio alla natia Romagna. Fabbri V, quinto figlio di un fornaio, gioca all’ala destra dove è soprannominato Topolino, per il fisico e lo scatto. Dalla Dea passa all’Ambrosiana, quindi durante il Torneo di Guerra Alta Italia si riavvicina a casa, vestendo la maglia del Faenza. Poi sarà di nuovo Ambrosiana, la prima Sampdoria e il ritorno all’Atalanta; infine Brescia e Parma tra B e C, fino ai dilettanti con il Mantova, dove conosce la panchina e comincia la scalata verso la serie A.

Nell’estate del 1962 Helenio Herrera sembra deciso a lasciare l’Inter, così Italo Allodi ha già pronto il sostituto: Edmondo Fabbri, fresco Seminatore d’Oro grazie al miracolo del Piccolo Brasile virgiliano, di cui il dirigente nerazzurro è stato complice. Sembra tutto fatto, poi il Mago ci ripensa e non si muove da Milano. Per il tecnico di Castelbolognese rimane la panchina del Verona che si sta preparando a giocare un inedito spareggio contro il Napoli, per la promozione in A.

La famiglia Fabbri si è trasferita in riva all’Adige da ormai più di un mese, quando squilla il telefono; soltanto l’incredulità supera la sorpresa: è il presidente federale Giuseppe Pasquale che vuole fare di Mondino la nuova guida della Nazionale. La FIGC vuole inaugurare un nuovo corso, una svolta dopo la mancata qualificazione ai Mondiali 1958 e la cruenta eliminazione in Cile. I dubbi sull’inesperienza ad alti livelli si fanno sentire, così come la paura di non essere all’altezza della missione, ma l’occasione è irripetibile. Risolta la situazione con il Verona, il 9 ottobre 1962, gli sono affidate la Nazionale maggiore, quella giovanile ed olimpica, a nemmeno quarantuno anni.

Edmondo Fabbri Rivera
Edmondo Fabbri a colloquio con Rivera, durante una pausa negli allenamenti a Coverciano.

L’esordio non potrebbe essere dei migliori: doppietta di Pascutti e l’Italia torna a vincere al Prater, un successo atteso dai tempi di Pozzo. La nuova Nazionale deve essere costruita sul superamento degli oriundi a favore dei giovani italiani che stanno uscendo dai vivai, come Mazzola, Rivera e Facchetti, e sulla valorizzazione del centro di Coverciano, dove organizzare stage di aggiornamento per tutti i giocatori del giro della Nazionale. Sul campo l’obiettivo è non limitarsi al Catenaccio, tanto caro alle milanesi di Herrera e Rocco, ma cercare di offrire un gioco più propositivo; subito Gazzetta e Guerin Sportivo storcono il naso, ma i risultati danno ragione a Fabbri. Nelle successive quattro partite si supera la Turchia nel turno di qualificazione agli Europei 1964, di nuovo l’Austria, poi 3-0 al Brasile campione del mondo; davanti ai settantamila di San Siro, gli azzurri hanno un’età media di ventitré anni e mezzo.

Tutto fila liscio e qualsiasi testata, sportiva o di cronaca rosa, è pronta a celebrare i meriti del homo novus che sta riaccendendo l’amore di tifosi e giocatori verso la maglia azzurra. I critici sull’inesperienza internazionale del Commissario Unico sembrano taciuti ed il consenso diffuso attorno al suo operato, almeno fino alla partita di Mosca, quando l’Italia perde 2-0 e si rischia la crisi internazionale.

Allo stadio Lenin, oggi Luzhniki, gli Azzurri sono seguiti da una delegazione composta da esponenti di tutto l’arco parlamentare, ma la diplomazia è limitata agli spalti.

Sul rettangolo verde, l’arbitro polacco Banasiuk è particolarmente permissivo nei riguardi dei sovietici, che non risparmiamo alcuna cortesia agli ospiti. A metà primo tempo, l’URSS passa in vantaggio, poi Pascutti subisce un fallaccio da Dubinski; la fumantina ala del Bologna reagisce alla provocazione, una spinta o forse un pugno, il terzino fa la sceneggiata, si scatena un putiferio e la giacchetta nera lo manda negli spogliatoi. Gli Azzurri non riescono a riorganizzarsi ed il raddoppio chiude la partita. Un mese dopo, nel ritorno di Roma i sovietici sono subito avanti, poi Yashin para un rigore a Mazzola e l’Italia pareggia soltanto al 89°; eliminazione e prime puntuali critiche all’allenatore, come da atavica tradizione nostrana.

Edmondo Fabbri con Maldini, Trapattoni e Facchetti
Edmondo Fabbri con Maldini, Trapattoni e Facchetti a spasso per Vienna.

La stagione 1963/64 si conclude con il drammatico spareggio dell’Olimpico tra Bologna e Inter, anticipato dalla morte del presidente Dall’Ara e dal giallo del caso “doping”. Le polemiche si perpetuano per tutto il campionato e sulla carta stampata i catenacciari, alfieri di Herrera e Rocco, affrontano i sistemisti, adepti della scuola di Bernardini. La nazionale non rimane al riparo dallo scontro dialettico e Fabbri deve fare esercizio di equilibrismo; dalle pagine del Giorno e del Guerin Sportivo Brera non gli risparmia bordate e, dopo l’eliminazione per mano russa, è accusato di partigianeria verso i giocatori rossoblù, un luogo comune che verrà tramandato ai posteri. In realtà il punto fermo della sua visione tattica è la complementarietà dei blocchi bolognese ed interista, una posizione a cui rimarrà fedele fino ai Mondiali 1966.

A scanso di equivoci, il Bologna era la sua squadra del cuore sin da ragazzo e nel ’33 era stato vicino a vestirsi di rossoblù, sostenendo un provino per la squadrone allenato da Felsner. Allo stesso modo, era sincero l’affetto verso la società nerazzurra con cui, nel ’42/43 e nel ’45/46, aveva raccolto quasi sessante presenze in A. Se è vero che siede in tribuna al Comunale di Bologna di fianco a Bernardini, squalificato per le accuse del “caso doping”, il 7 giugno a Roma è ospite della famiglia Moratti; pur di non fare figuracce di fianco al presidente interista, deve fingere di non conoscere un parente che cerca di saltargli addosso per la gioia, al triplice fischio di Lo Bello.


Archiviato il campionato tra i veleni, la Nazionale Olimpica è pronta a volare a Tokyo per i giochi della XVIII Olimpiade; di comune accordo con Fabbri, il selezionatore Galluzzi ha stilato la lista dei giovani convocati, giocatori dal futuro certo come Mazzola e Meroni. A pochi giorni dalla partenza però, esplode una bomba sulla scrivania del presidente del CIO di Losanna: è un dossier anonimo che riporta in maniera estremamente precisa i compensi percepiti dagli Azzurrini, accusandoli di professionismo e di fatto squalificandoli dalla manifestazione iridata. FIGC e CONI decidono di non insistere presso il Comitato Olimpico e la spedizione azzurra è ritirata; Fabbri incassa la delusione e si dedica alla preparazione della marcia verso i Mondiali di Inghilterra.

L’Italia ritrova gioco e brillantezza fino almeno ad uno scialbo 0-0 in casa della Polonia; ancora Brera coglie la palla al balzo per puntare l’indice contro i tre “abatini”, Mazzola, Rivera e Bulgarelli, accusati di eccessivo lezionismo e scarsa propensione alla lotta. L’ultimo ostacolo verso la qualificazione alla Coppa del mondo è la Scozia, che nella tana di Hampden Park batte di misura una Nazionale stranamente rinunciataria. Un mese dopo però, nel dicembre 1965, gli scozzesi sono travolti per tre a zero al San Paolo e l’Italia conclude in testa al girone di qualificazione.

“Il gioco dell’Inter funziona bene grazie a Jair e Suarez, che ha un lancio di quaranta metri. Due giocatori che in Nazionale non posso convocare”.

Edmondo Fabbri (“Oltre la Corea. Vita e calcio di Edmondo Fabbri” di T. Zaccaria, 2021)

Le amichevoli di avvicinamento alla partenza per Londra confermano lo stato di forma degli Azzurri, che realizzano una caterva di gol; intanto le aspettative aumentano, insieme alla pressione ed alla polemiche sulle convocazioni. La stampa di Torino e Milano spinge per la supremazia del blocco nerazzurro, ma il CU non si discosta dalla linea dell’equilibrio, di cui Vittorio Pozzo è il principale difensore. A farne le spese sarà Corso, mancino tanto educato quanto statico, ma soprattuto Picchi, libero e capitano del Biscione, nonché principale pomo della discordia tra i giornali e Fabbri.

Intanto si registrano le gravi defezioni per infortunio dell’ala destra Bruno Mora, già campione d’Europa con il Milan, e del numero uno rossoblù Negri; alla fine per il ritiro di Durham partono 22 giocatori: cinque a testa per Bologna (Janich, Fogli, Bulgarelli, Perani e Pascutti) e Inter (Facchetti, Burgnich, Guarneri, Landini e Mazzola), più elementi di spicco come Albertosi, Rivera, Meroni ed il capitano Salvadore, libero della Juventus. Appena atterrato sul suolo inglese Fabbri vuole caricare l’ambiente: <<Da oggi siamo in guerra!>>, una dichiarazione che più che convinzione nasconde una nervosismo latente.


L’esordio è vincente: a Sunderland Barison e Mazzola regolano il Cile, vendicando la mattanza di Santiago di quattro anni prima; eppure le facce nello spogliatoio sono funeree e la stampa sottolinea la prestazione opaca. L’atmosfera attorno al gruppo azzurro diventa irrespirabile dopo la sconfitta per mano russa, autentica bestia nera; Fabbri cerca di dare fantasia alla squadra mescolando le carte in attacco, ma la fisicità dei Sovietici annulla le trame italiane. In realtà la strada per gli ottavi non è compromessa e per proseguire il cammino basterebbe non perdere contro gli enigmatici Coreani del Nord; il vice Valcareggi va a visionarli e li definisce lapidariamente una squadra di “Ridolini”, comici dilettanti e nulla più. Mai definizione è stata più infelice.

L’ultima partita del girone è anticipata da un bombardamento massivo della stampa sull’allenatore, che deve valutare anche le precarie condizioni di Bulgarelli. Ogni testata ha la sua formazione vincente, così come ogni tifoso italiano. In questa confusione si sgretolano le certezza con cui Fabbri era partito, mentre un inviato di Brera si intrufola nel ritiro e gli recapita il suggerimento con l’undici titolare; l’emissario è mandato via a male parole, il bigliettino stracciato.

Middlesbrough è una città dalla forte componente operaia, così Ayrsome Park è quasi completamente schierato al fianco dei comunisti coreani contro la borghese Italia. Ci vuol poco a capire che la partita sia stregata: l’Italia sembra in palla, ma Perani sbaglia un gol clamoroso; poi il ginocchio di Giacomino non regge l’intervento di un avversario e gli azzurri rimangono con un uomo in meno. Quando Pak Doo Ik segna da fuori al 42°, cala la notte e la Corea passa alla storia. Si vocifera che a Milano salti il collo di una bottiglia del migliore champagne. Nella conferenza stampa post-partita Fabbri si assume ogni responsabilità e si inaugura lo stillicidio a mezzo stampa.

“Quei giorni non li augurerei nemmeno al mio peggior nemico”.

Edmondo Fabbri

La Federazione non si è nemmeno posta il problema dell’eliminazione al primo turno, tanto che il ritorno in aereo è improvvisato; si sceglie Genova, sperando che l’accoglienza della Superba sia più clemente di quella presupposta a Milano. Sbarcati sulla pista di Sestri Ponente, la comitiva è ricevuta da una pioggia di insulti, ortaggi e uova marce; l’allenatore è costretto ad uscire dall’aeroporto nel baule della macchina del cugino della moglie, ma sono solo i prodromi della tempesta che sta per travolgerlo. La scritta “A morte Fabbri!” sui muri di mezza Italia mette in allerta le forze dell’ordine, che gli assegnano una scorta personale; nel frattempo subisce un accertamento fiscale che nemmeno un malavitoso. È costretto a ricercare la pace fra le mura dell’eremo di Camaldoli, dove rimane con il primogenito Roberto, ma non ci sta a subire passivamente il ruolo di capro espiatorio.


Si è assunto le responsabilità in toto, ammesso pubblicamente le sue colpe, ma non digerisce come i dirigenti federali lo abbiano abbandonato. Inoltre, dopo la lettera al CIO è diventato sospettoso ed ha l’impressione che i giocatori siano arrivati alla gara con la Corea inspiegabilmente senza energie; nello spogliatoio circolavano fialette con un liquido rosa che lo fanno insospettire: ha paura che la squadra sia stata anestetizzata e prepara un dossier di sedici pagine per sostenere la sua tesi. Alcuni giocatori firmano il rapporto, poi ritrattano per evitare ulteriori problemi; intanto la Federazione consente al medico Fino Fini, presso cui curiosamente sono transitate anche le fialette con il fantomatico “drogaggio” del Bologna, di esporre querela contro di lui.

“Edmondo Fabbri è un Balilla tardivo”.

L. Bianciardi – Guerin Sportivo (9/11/1970 – Il fuorigioco mi sta antipatico)

L’umiliazione è totale: rescissione del contratto, prolungato prima del mondiale fino al 1970, e squalifica di sei mesi. La stampa sbatte il mostro in prima pagina e calca la mano sui difetti: la bassa statura, il carattere poco incline ai compromessi ed i natali suggeriscono il paragone con il fallimento ben più drammatico di un altro dittatore romagnolo; secondo i giornali, l’inesperienza e l’ottusità nel non voler ascoltare i loro suggerimenti, sempre giusti a posteriori, sono i vizi capitali che gli sono costati la panchina e la faccia. Che abbia pagato la sua simpatia per i bolognesi, poi epurati dalla Nazionale, è verità assodata, nonostante in campo contro la Corea siano scesi in quattro come gli interisti. E’ un uomo solo, un allenatore dimenticato ed evitato.

A ricordarsi di lui è solo il presidente del Torino Orfeo Pianelli, mantovano che non ha dimenticato i fasti del Piccolo Brasile. Sotto la Mole, ritrova la dignità della panchina ed un altro dei luoghi comuni che lo accompagneranno per il resto della vita ed oltre, ovvero la vicenda con Gigi Meroni. Senza dubbio, i due avevano caratteri agli antipodi, ma nella rilettura del loro rapporto non bisogna cadere nell’errore che si commette ai nostri tempi, in cui la Farfalla Granata è diventata un icona. All’epoca conviveva con una donna sposata con un altro uomo ed era alfiere di quella Controcultura che imbarazzava i benpensanti: la stampa non era certo delicata nei suoi confronti. Così, in occasione di una delle prime convocazioni, Fabbri gli chiede accorciarsi i capelli, per evitare grattacapi con i giornalisti, poi durante una trasferta in Polonia è escluso da un ricevimento per il suo look sgargiante; qui nasce il mito della incompatibilità tra i due.

“Quando vidi Gigi per la prima volta in Nazionale B, con quei capelli lunghi ed i vestiti stravaganti, non mi fece una bella impressione. Conoscendolo meglio, capii che era un ragazzo serio, pieno di buona volontà, maturo per la maglia azzurra” (Edmondo Fabbri).

Basandoci sui fatti però, è chiaro che la stima nei confronti del calciatore sia testimoniata dalla convocazione per l’Inghilterra e dalla scelta, purtroppo infruttuosa, si schierarlo solo contro i temuti russi. Sul rapporto umano tra i due, ci si può domandare che senso avrebbe avuto per il presidente Pianelli affidare la panchina del Toro all’aguzzino di quel ragazzo che trattava come un figlio. La linea del buonsenso non sembra aver ispirato Mamma Rai nella realizzazione del docufilm “La Farfalla granata”(2013): qui Nereo Rocco, un altro dal carattere abbastanza ruvido, è quasi un nonno per Meroni-Alessandro Roja, mentre Fabbri è dipinto come ottuso e rancoroso; il cattivo perfetto, stereotipo del sergente di ferro che non riconosce il genio.

Sulla discutibilità dell’opera, che arriva a stravolgere l’ultima partita del numero 7, è meglio soprassedere, mentre è certo che Edmondo Fabbri si sia portato dentro all’animo il rimorso di aver ceduto alle pressioni dei giocatori, concedendo loro la serata libera dopo la vittoria. Se si fosse attenuto alla consuetudine del ritiro post-partita, forse la vicenda umana e sportiva del povero Gigi sarebbe stata più fortunata, così come la sua e del Torino stesso.

Ad ogni modo, sulla panchina granata nel ’67/68 e ’68/69 riesce a raccogliere almeno una Coppa Italia, quindi la chiamata da Bologna offre la possibilità di riunire la famiglia nel capoluogo emiliano e di realizzare il sogno che non si era concretizzato quando indossava ancora gli scarpini. Il club rossoblù è ormai in declino rispetto alla gestione del patron Dall’Ara ed i lacci del portafoglio del presidente Venturi rimangono stretti. La prima stagione è di assestamento, ma la seguente fa sognare. A metà campionato a San Siro ci si gioca la testa della classifica contro il Milan, quando Benetti frantuma il ginocchio dell’astro nascente Liguori ed i sogni di gloria si infrangono; arriveranno comunque la Coppa Italia e la Coppa Italo-Inglese contro il Manchester City, che in patria primeggia; rimarrà l’amaro in bocca per l’incompiutezza del cammino.

Edmondo Fabbri con l’amico e collega Rocco, prima di un Bologna-Milan.

Più che i trofei, per Edmondo Fabbri, l’importante è che la credibilità dell’allenatore sia ritrovata, anche se il grido “Corea! Corea!” lo accoglie quasi ogni domenica. A Bologna ha riabbracciato anche Bulgarelli, sicuramente uno dei giocatori che ha stimato maggiormente, tanto da affidarsi a lui anche nella fatidica partita contro la Corea; forse pagando le sue precarie condizioni fisiche. Nell’estate del ’70 il capitano del Bologna è sul punto di trasferirsi al Milan, dove Rocco, amico di vecchia data di Fabbri, sogna di accoppiarlo a Rivera in mediana; il presidente Venturi sta per cedere di fronte all’assegno, l’allenatore nemmeno per scherzo. Si decide tutto durante una nottata in un ristorante del centro, la serranda si alza solo al sorgere del Sole: Bulgarelli non si muove e la sua vita sportiva sarà solo rossoblù.

Nel ’72/73 lo chiama il Cagliari, ma l’unica stagione in Sardegna è agrodolce. I senatori non si ritrovano nel rigido codice del nuovo allenatore, rimpiangendo il metodo “libertario” di Scopigno, e la squadra non decolla. In più a Riva pesa ancora il fatto di essere stato portato in Inghilterra soltanto per fare esperienza, fuori dalla lista dei giocatori schierabili. In effetti Fabbri lo aveva già provato in altre partite, ritenendolo però ancora troppo acerbo.

Nel ’73/74 squilla il telefono, e dall’altra parte del filo suona la voce amica di Pianelli: bisogna svezzare alcuni giovani granata e risollevare la squadra. Il ritorno al Filadelfia dura appena un campionato e mezzo, giusto il tempo di calibrare il mirino della coppia Pulici-Graziani. Senza ridimensionare i meriti di Gigi Radice, si potrebbe dire lo scudetto dell’anno successivo sia anche frutto del lavoro impostato dal tecnico romagnolo che è costretto a dimettersi per le pressioni sul presidente Pianelli di parte della tifoseria, che non ha mai digerito l’allontanamento di Giagnoni, peraltro suo giocatore ai tempi del Mantova.

Ricordo ancora quando lo feci esordire a Budapest. Negli spogliatoi non riusciva nemmeno ad allacciarsi le scarpe per l’emozione. Se però non avessi creduto in Riva non l’avrei certo portato in Inghilterra a fare esperienza.

Edmondo Fabbri

Dopo la seconda volta al Toro, Fabbri si dedica alla famiglia ed ai filari sulle colline romagnole; i prodotti dei vitigni di Albana e Trebbiano sono dedicati rispettivamente a Mazzola, Rivera e Bulgarelli. Ci sarà ancora spazio per due brevi esperienze alla guida di Ternana e Pistoiese, ma ormai il tempo della panchina è passato. Rimarrà sempre il piacere di seguire una partita il calcio, spesso come osservatore per conto di qualche club, fino alla fine. Nonostante la Corea.

Innovatore, inesperto, arguto, incapace: sul Fabbri allenatore se ne sono scritte e dette di tutti i colori, così come sulle sue scelte. Per una conclusione faziosa si potrebbero riportare le parole di stima da parte di Mazzola e Facchetti, due che avrebbero dovuto pagare la sua avversione all’Inter; allo stesso modo si potrebbe riportare la media di vittorie nel periodo azzurro. Invece, per non venir meno alla credibilità di questo (contro)ritratto e soprattutto non scadere nella partigianeria che spesso ha preso il sopravvento nel raccontare la sua storia, è meglio evitare. Nella speranza che almeno i giudizi sull’uomo possano essere più equilibrati.

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