In un decennio teatro di utopie, slanci rivoluzionari, colpi di Stato, sconvolgimenti nella musica e nel costume, anche il fùtbol scopre alcune facce nascoste della Luna, su tutte quella colorata d’arancio del calcio totale. Un altro volto, di colore granata, è quello che emerge tra la nebbia di una Torino bianconera e città-fabbrica della Fiat, che vanta in Mirafiori lo stabilimento automobilistico più grande d’Europa, con oltre 50 mila dipendenti, e in Gianni Agnelli l’uomo più ricco e potente del Paese. L’Avvocato è il modello da imitare e la sua squadra quella da tifare, riflettendo un dominio incontrastato che va dal rettangolo verde alla politica.

 

«Se la sorte ti ha dato in dote di essere innamorato di una squadra come il Torino, allora avrai la ragionevole certezza che quel tuo amore non sarà mai angustiato dalla monotonia. Ma da qualsiasi altra possibile condizione dell’anima, inevitabilmente, sì» (Federico Buffa).

 

Nella zona sud del capoluogo piemontese però, sul campo che vide le gesta del Grande Torino, si può vedere un Capitano, di nome Giorgio Ferrini, trasmettere ai compagni di squadra un senso di appartenenza viscerale alla maglia vestita dagli Invincibili, scomparsi in un lontano giorno di pioggia. Allo stadio Filadelfia, ora sede degli allenamenti del Toro e fucina di nuovi talenti, si preparano anche i ragazzi delle giovanili. Il vivaio infatti è un punto di forza voluto dal presidente Orfeo Pianelli, un imprenditore illuminato che si preoccupa, anche in prima persona, di migliorare la condizione dei suoi operai quando hanno problemi di salute. Il suo arrivo, nel 1963, significava il salvataggio del Torino dal fallimento e l’inizio di una semina dopo anni di lacrime e umiliazioni.

 

Orfeo Pianelli festeggia lo scudetto del 76

 

Prima dell’avvento di Pianelli, Ferrini esordiva già in maglia granata, nel ruolo di mezzala, nel primo anno di serie B della storia del club. Colui che sarebbe diventato Il Capitano, si rivelava, sin da subito, leader della nobile caduta nel fango della cadetteria e pronto per trascinare una banda di bastardi senza gloria verso l’immediato ritorno nella massima serie. Poi negli anni 60, con Pianelli presidente, avvenivano le prime prove di rinascita, anche con il contributo di Nereo Rocco sulla panchina, un triestino come Ferrini. I sogni di gloria, portati dall’estro di Gigi Meroni, venivano poi infranti dalla sua improvvisa scomparsa, che aggiungeva un’altra cicatrice al martoriato cuore granata.

 

«L’esempio, il cuore, il silenzio. I suoi silenzi dicevano tutto perché Giorgio non parlava molto, però con il suo esempio ci faceva capire cosa fare. […] Giorgio era uno che difficilmente sbagliava una partita o come comportarsi nella vita» (Aldo Agroppi).

 

Entrati negli anni Settanta, i sentimenti covati da due decenni sono maturati in qualcosa di nuovo e il fiume granata è ormai pronto per un tracimare in grado di rompere dighe e argini. Anche la società e il mondo del lavoro sono in movimento, tra autunni caldi, scioperi e l’introduzione dello Statuto dei lavoratori, proprio nel 1970, che cambia i rapporti tra imprenditori e operai.

 

Il funerale in onore di Meroni

 

Si sta entrando nell’era in cui il prodotto più pregiato del vivaio granata è pronto a esplodere. E’ l’attaccante Paolo Pulici, passato per una trafila iniziata nel tunnel del Filadelfia, dove l’allenatore delle giovanili, Oberdan Ussello, diceva ai suoi ragazzi “Quando passate qua dentro, quelli lassù vi guardano”. La Trafila terminava poi con la consegna di un diploma, timbrato da Capitan Ferrini e consegnato a Paolino una volta affacciato tra i grandi.

 

«Da ragazzino, nelle mie prime partitelle d’allenamento con la prima squadra venivo sempre marcato da Giorgio Ferrini che, per obbligarmi a tenere i gomiti alti, mi riempiva di pugni ai fianchi. Un giorno non ce la feci più e con un gomito troppo alto colpii Giorgio al naso facendolo sanguinare. Lui allora mi disse: “Adesso sei del Toro”» (Paolo Pulici).

 

Nell’estate del 1971, il nuovo allenatore del Torino è Gustavo Giagnoni, sardo di nascita e mantovano d’adozione, che da giocatore, con la maglia dei virgiliani, ha già incontrato Ferrini e dal quale viene immediatamente contagiato dall’amore per il Toro. Giagnoni, in quei freddi inverni piemontesi, prende l’abitudine di indossare un colbacco, regalatogli dai tifosi, e sembra quasi un generale dell’Armata Rossa, giunto in città per provare a sovvertire l’ordine costituito.

 

L’inimitabile stile di Gustavo Giagnoni

 

Con lui in panchina, il Torino ha una marcia in più, e oltre al Capitano ci sono i difensori Natalino Fossati e Angelo Cereser, oltre al centrocampista Aldo Agroppi, che costituiscono lo zoccolo duro di quello che prenderà il nome di tremendismo granata. A Paolo Pulici, invece, manca ancora qualcosa per fare il salto di qualità. I tifosi apprezzano la grinta di Pupi, che però segna ancora troppo poco, fino a quando il suo maestro Ussello dice a Giagnoni: “Il ragazzo non è tranquillo quando tira, se me lo dai per un mese te lo rendo lucidato”. Tornato in prima squadra dopo il periodo passato con la primavera, Pulici si consacra definitivamente. Adesso è pronto per essere battezzato Puliciclone, da Gianni Brera, e laurearsi capocannoniere.

 

La stagione 1971-72 vede il Toro tornare addirittura a competere per lo Scudetto, per la prima volta dal dopo Superga. A metà aprile la squadra di Giagnoni è in testa, davanti alla Juventus, ma il sogno dura solo una settimana, per poi infrangersi a San Siro contro il Milan, con un gol dubbio annullato ai granata. La classifica finale proclamerà i bianconeri campioni d’Italia, con Toro e rossoneri staccati di un solo punto. Quanto visto fare dai granata però lascia tutti a bocca aperta, tanto che a fine campionato un nuovo termine entra nell’enciclopedia del calcio italiano.

 

«Il vocabolo l’abbiamo importato dal gergo sportivo sudamericano, secondo il quale tremendista è il giocatore, è il club che magari non vince grappoli di trofei, ma costituisce un osso durissimo per chiunque. Una squadra di orgoglio, di rabbie leali, di capacità aggressive, mai vinta, temibile in ogni occasione e soprattutto quando l’avversario è di rango: tutto questo significa tremendismo, un termine che da quando l’abbiamo adottato è riuscito a creare invidie di cui andiamo orgogliosissimi. Perché anche di neologismi si vive, non solo di pane e Coppe» (Giovanni Arpino).

 

Stagione 75-76 (foto Old School Panini)

 

Anche se l’utopia di riportare uno Scudetto sulla sponda granata della città non si è realizzata, adesso la Vecchia Signora si sente in pericolo. Gli avversari non sono quelli classici di Milano, ma quelli del Toro, che hanno saputo far propria la disperazione della tifoseria e vivere in simbiosi con essa. Mai come ora il derby non è una partita come le altre. Mai come ora il Toro crede di poter sovvertire le gerarchie e matare il torero nella corrida del Comunale.

 

«Come entravi nel Toro dovevi sposare la loro filosofia. Ti accettavano se eri un combattente. Quelli che non avevano gli attributi venivano emarginati e andavano via subito» (Luciano Castellini).

 

Nella settimana che precede la stracittadina, il portiere Luciano Castellini è uno che fatica a dormire per la troppa tensione e per distendersi si dedica agli scherzi telefonici. Una delle sue vittime preferite è Giagnoni, uno che, se provocato, ci mette poco a infiammarsi. Allora Il Giaguaro chiama il mister a notte fonda, per accendere la miccia e caricarlo a dovere in vista del derby, e fingendo di essere un tifoso bianconero gli grida “Giagnoni bastardo, forza Juve!”, prima di riattaccare la cornetta.

 

Luciano Castellini nei panni del preparatore portieri all’Inter

 

Caricato forse troppo, l’uomo col colbacco entra nella mitologia tremendista in un derby del dicembre 1973. A un certo punto del match, Giagnoni non riesce più a resistere alle continue provocazioni di Franco Causio, così una volta raggiunto il giocatore juventino a bordocampo, lo colpisce con un cazzotto sullo zigomo. A fine partita, l’allenatore sardo, pentito del suo gesto, teme le reazioni della stampa e una pesante squalifica, ma intanto i tifosi granata lo attendono impazienti, per portarlo in trionfo e gridare «Questo è il Toro».

 

«E’ chiaro che quel pugno simboleggiò un po’ la rivincita del proletariato. E per questo divenne un beniamino» (Aldo Agroppi).

 

Ignaro del fatto che quello sia il suo ultimo derby, il mister lascia col botto, con un gesto che ricorda quello di Ferrini di dieci anni prima, in cui tirò un calcio nel sedere all’irriverente Omar Sivori. Nel corso di un campionato sotto le aspettative, l’allenatore verrà esonerato per fare posto a Edmondo Fabbri, una vecchia conoscenza in casa torinista, con cui si è vinta la Coppa Italia qualche anno prima. Certo non un ossesso come Giagnoni il buon Mondino, al quale è assegnato il compito di gestire una transizione verso una nuova fase.

 

Zaccarelli a contrasto con Boniek

 

Con Fabbri in panchina c’è l’esordio di un altro diamante del vivaio, Renato Zaccarelli, che dopo vari prestiti in provincia per farsi le ossa è pronto per vestire la maglia numero dieci. La stagione 1974-75, inoltre, vede il consolidamento della coppia formata da Paolo Pulici e Ciccio Graziani, al suo secondo anno in granata. I due sono ormai conosciuti come Gemelli del gol e Puliciclone vince un’altra volta la classifica dei marcatori.

 

La fine di un ciclo è segnata dagli addii di Agroppi, Cereser, Fossati e soprattutto di Giorgio Ferrini, che appende gli scarpini al chiodo, dopo aver vestito per 16 anni quella maglia, diventata la sua seconda pelle con 566 presenze. Il Capitano lascia solo il calcio giocato perché il Toro non può certo abbandonarlo. La sua figura è fondamentale per chiunque sia passato dal Filadelfia negli ultimi tre lustri, e lo sarà per chiunque passerà dopo. Il suo nuovo ruolo sarà di vice allenatore.

 

Giorgio Ferrini, il Capitano

 

In un 1975 segnato dalla fine della guerra in Vietnam, con la caduta di Saigon e relativa ritirata americana, e in cui i sindacati e gli operai parlano di “scala mobile” per adeguare i salari all’inflazione, sulla panchina granata arriva Gigi Radice. Un innovatore il tecnico brianzolo, anzi un rivoluzionario, anche per le sue idee politiche. Gigi vuole uno stile di gioco votato al pressing a tutto campo, sulle orme del calcio totale di Cruijff e compagni. L’uomo giusto al momento giusto, nella città-fabbrica e nell’epoca in cui la classe operaia non si è mai sentita così forte.

 

Durante il ritiro estivo, i suoi metodi di allenamento, tra cui le sgambate nei sentieri di montagna, fanno storcere il naso ai giocatori per la troppa fatica. Tutto preventivato nei piani del mister di Cesano Maderno, che mette una stretta anche al consumo degli alcolici. Tra i nuovi acquisti, nel ricambio generazionale, c’è anche il ventenne regista Eraldo Pecci, in arrivo da Bologna, in sovrappeso di cinque chili e immediatamente spremuto da Radice per ritrovare il peso forma.

 

Parte del Torino dei sogni datato 1976

 

La fascia da capitano, ora, è sul braccio dell’ala Claudio Sala, uno dei veterani. Il Poeta del gol, inoltre, è uno dei tanti giocatori della rosa che formano un’enclave della Lombardia, in un calcio che vive la chiusura delle frontiere, e in cui nello stesso gruppo è possibile stringere amicizia con più compagni della stessa provincia. Una volta digeriti gli allenamenti dell’allenatore brianzolo, la squadra inizia a girare, nell’ambiente c’è fiducia, ma meglio non farsi illusioni perché là davanti c’è sempre la Juventus, che al giro di boa del campionato guida la classifica con tre lunghezze sul Toro.

 

«Il risultato è la seconda cosa. La prima cosa è dimostrare in campo di poter indossare quella maglia» (Paolo Pulici).

 

Nei rituali da seguire prima delle partite c’è il consueto cinque di Radice a tutti i giocatori, al momento dell’ingresso in campo. A tutti tranne uno, perché il mister quando si trova davanti Pulici non gli dà la mano, ma vuole un testa contro testa col suo bomber, come per infondere un flusso che parte dalla mente del tecnico e sfocia nei piedi del centravanti. Quando entra in campo Puliciclone, anche i tifosi granata hanno un occhio di riguardo per il loro idolo, che una volta ruba una nazionale senza filtro a uno dei capi ultrà, sotto la Curva Maratona, per fare tre tirate, come il numero dei gol che avrebbe segnato poco dopo.

 

A fine febbraio la distanza si allarga a cinque punti, non pochi considerando che la vittoria ne vale ancora due. Per i sogni di gloria forse è meglio aspettare l’anno prossimo, quando il gruppo avrà accumulato ancora più esperienza. La primavera del 1976 però, porta con sé un vento strano, che a livello politico si tinge di rosso e sul campo si colora di granata. Il 21 marzo la Juventus perde clamorosamente a Cesena e la distanza si accorcia a tre, con i granata vincenti per 1-0 contro la Roma.

 

Claudio Sala, il poeta del gol

 

La settimana dopo, nel derby della vita, la Vecchia signora inizia a sentirsi fragile e segna tre gol, ma due volte nella propria porta. Il Torino vince per 2-1, poi ratificato in 2-0 a tavolino per un petardo che colpisce Castellini, ma quel che conta è che la squadra di Radice si trova a meno uno dalla Juve, battuta nell’orgoglio da un Toro con la bava alla bocca e che si sente inarrestabile, consapevole che sta arrivando quel treno che passa un sola volta nella vita. Altri sette giorni e la Juventus cade per la terza volta consecutiva, contro l’Inter a San Siro, mentre il Torino batte il Milan 2-1.

 

Dalle radioline, che trasmettono Tutto il calcio minuto per minuto, il popolo granata si scopre capolista, vicino a una parola che solo tre settimane prima apparteneva al mondo dei ricordi, della nostalgia, agli anni di Valentino Mazzola e compagni al Filadelfia, a quello dei rimpianti, di quando l’uomo col colbacco l’aveva sfiorato insieme a Capitan Ferrini. Quella parola adesso è vicina, ma mancano ancora sei giornate. Più di un mese di sofferenza.

 

«La mentalità-Toro è fare una corsa in più, per quella maglia, anche se non hai più fiato» (Paolo Pulici).

 

Le immagini di quel trionfo

 

Il minimo vantaggio viene mantenuto e si arriva all’appuntamento decisivo del 16 maggio. Il Torino, finora, ha vinto tutte le partite di campionato giocate in casa. Anche quel giorno, in un altro rituale da rispettare severamente, è presente la ragazza che, prima di ogni match casalingo, saluta la squadra da un balcone di corso Bramante, durante il passaggio del pullman in direzione stadio. Il Torino ospita il Cesena, con i settantamila del Comunale che colorano gli spalti di un granata reso ancora più splendente dal sole di maggio. Le orecchie dei tifosi sono tese anche alla radio, per ricevere notizie da Perugia, dove è impegnata la Juventus, ed è la voce di Sandro Ciotti ad annunciare il vantaggio degli umbri. Il primo boato viene poi sublimato da un’incornata, a mezzo metro di altezza, del solito Pulici.

 

La sofferenza però fa parte del dna del Toro, bisogna penare fino alla fine, perché Il Cesena pareggia su autogol dello stopper Mozzini. Per un attimo cala il silenzio, fino a quando Ciotti sentenzia che a Perugia è finita e la Juve non può più fermare la corsa del Toro verso lo Scudetto. L’urlo stavolta è di liberazione. Il Torino è Campione d’Italia. Una redenzione attesa per ventisette anni. Il popolo granata invade le strade della città, compresa quella che porta in cima al colle di Superga, che è così affollata da non permettere ai giocatori di salire a salutare gli Invincibili, com’era nelle loro intenzioni.

 

Il Torino è campione d’Italia

 

Nel novembre dello stesso anno, il Toro rimarrà orfano di Giorgio Ferrini, che se ne andrà a soli 37 anni, colpito da un doppio malore nel giro di pochi mesi. L’addio al Capitano verrà celebrato al Filadelfia, in un freddo giorno di pioggia e lacrime, come quelle di Don Francesco Ferraudo, padre spirituale del club granata, il quale ricorderà ai presenti che Giorgio ”ha lasciato un posto vuoto, non occupatelo mai, è suo. Gli spetta di diritto, teneteglielo sempre”.

 

Con il dolore nel cuore, nella stagione 76-77, il Toro totalizzerà cinque punti in più rispetto all’anno precedente, ma i cugini chiuderanno davanti ai granata con un punto di vantaggio. Il miracolo non si ripete, ma forse non importa per chi non ha la vittoria come dogma della propria fede. In un’epoca di utopie, anche una sola scalata al paradiso può bastare.