Calcio
15 Maggio 2026

Il tremendismo granata, anima del Toro

L'ultima grande vittoria di una squadra unica in Italia.

In un decennio teatro di utopie, slanci rivoluzionari, colpi di Stato, sconvolgimenti nella musica e nel costume, anche il fùtbol scopre alcune facce nascoste della Luna, su tutte quella colorata d’arancio del calcio totale. Un altro volto, di colore granata, è quello che emerge tra la nebbia di una Torino bianconera e città-fabbrica della Fiat, che vanta in Mirafiori lo stabilimento automobilistico più grande d’Europa, con oltre 50 mila dipendenti, e in Gianni Agnelli l’uomo più ricco e potente del Paese. L’Avvocato è il modello da imitare e la sua squadra quella da tifare, riflettendo un dominio incontrastato che va dal rettangolo verde alla politica.

«Se la sorte ti ha dato in dote di essere innamorato di una squadra come il Torino, allora avrai la ragionevole certezza che quel tuo amore non sarà mai angustiato dalla monotonia. Ma da qualsiasi altra possibile condizione dell’anima, inevitabilmente, sì».

Federico Buffa

Nella zona sud del capoluogo piemontese però, sul campo che vide le gesta del Grande Torino, si può vedere un Capitano, di nome Giorgio Ferrini, trasmettere ai compagni di squadra un senso di appartenenza viscerale alla maglia vestita dagli Invincibili, scomparsi in un lontano giorno di pioggia. Allo stadio Filadelfia, ora sede degli allenamenti del Toro e fucina di nuovi talenti, si preparano anche i ragazzi delle giovanili.

Il vivaio infatti è un punto di forza voluto dal presidente Orfeo Pianelli, un imprenditore illuminato che si preoccupa, anche in prima persona, di migliorare la condizione dei suoi operai quando hanno problemi di salute. Il suo arrivo, nel 1963, significava il salvataggio del Torino dal fallimento e l’inizio di una semina dopo anni di lacrime e umiliazioni.

Prima dell’avvento di Pianelli, Ferrini esordiva già in maglia granata, nel ruolo di mezzala, nel primo anno di serie B della storia del club. Colui che sarebbe diventato Il Capitano, si rivelava, sin da subito, leader della nobile caduta nel fango della cadetteria e pronto per trascinare una banda di bastardi senza gloria verso l’immediato ritorno nella massima serie. Poi negli anni 60, con Pianelli presidente, avvenivano le prime prove di rinascita, anche con il contributo di Nereo Rocco sulla panchina, un triestino come Ferrini. I sogni di gloria, portati dall’estro di Gigi Meroni, venivano poi infranti dalla sua improvvisa scomparsa, che aggiungeva un’altra cicatrice al martoriato cuore granata.

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