Altri Sport
23 Marzo 2026

La globalizzazione del rugby

Vista dagli occhi degli italiani.

Difficile che Franco Modigliani abbia mai giocato a rugby. Eppure, l’unico italiano a essere mai stato insignito del premio Nobel per l’Economia (1985) disse una volta qualcosa che si potrebbe benissimo adattare al mondo ovale nostrano.

In un’intervista al «Corriere» Modigliani affermò, infatti: “Le capacità […] degli italiani sono uniche al mondo. Se avesse un sistema politico, amministrativo, sociale serio l’Italia sarebbe il primo Paese al mondo. Davanti a tutti. Anche agli Stati Uniti”. (F. Modigliani, «Il Corriere della Sera», 20 aprile 1998)

Certo, quelle “capacità uniche” potrebbero davvero spiegare come un movimento di dimensioni francamente ridotte possa aver raggiunto una posizione tanto preminente, a livello sportivo e politico, all’interno di una delle “industrie sportive” fra le più rilevanti al mondo.

La Federazione italiana Rugby riesce a totalizzare infatti 66.711 tesserati, contro gli 1.108.198 del calcio, figurando, per iscritti, appena al di sotto di Badminton (69.376) e Dama (68.890).

Per citare un altro grande italiano, Roberto Gaja: “Raramente risultati più notevoli furono ottenuti con così pochi mezzi”. In quel caso Gaja si riferiva all’opera di Renato Prunas quale ministro degli Esteri del sopravvissuto Regno d’Italia in esilio fra Brindisi e Salerno (1943-45) e al suo avventuroso gioco diplomatico fra Churchill, Roosevelt e Stalin.

Fatte le debite proporzioni, stiamo comunque parlando di qualcosa di eccezionale.

Il trionfo contro i maestri inglesi, gli inventori del Gioco, costituisce l’ennesimo gradino di una scalata che dura – a fasi alterne e spesso accidentate – da tre decenni circa e che è destinata a non arrestarsi. Mancano solamente gli All Blacks, fra le formazioni nazionali mai battute dagli Azzurri e, come si spiegherà oltre, un simile obiettivo verrà pure raggiunto.

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