La vicenda che ha coinvolto Antonio Conte e la dirigenza nerazzurra è stata il vero tormentone estivo delle ultime settimane, bruscamente interrotto da un lieto fine imprevedibile e poi dalla contestuale bomba mediatica lanciata da Leo Messi, tramite fax, che ha spostato l’attenzione di tutti verso il campione argentino.

 

 

Lungi da noi indagare sulle ragioni che hanno spinto l’allenatore salentino a rilasciare dichiarazioni al cianuro nel post-Bergamo e quantomeno criptiche dopo l’amara notte di Colonia. Non ci aggiungiamo alla pletora di cronisti che vantano posizioni di rilievo nella testa di Conte, o che si sono trasformati in minuscoli personaggi tolkeniani in grado di entrare a Villa Bellini, e cogliere nel merito le valutazioni intercorse nella riunione fiume tra i vertici della dirigenza dell’Inter e il suo allenatore.

 

 

E non sono nemmeno le parole in sé a interessarci, bensì il loro valore. Le interviste architettate con maestria da Conte hanno tenuto in scacco la dirigenza della squadra meneghina per oltre un mese, divisa tra speranza di continuità e venti di rivoluzione. Un potere dirompente involontariamente attribuito all’allenatore, che segna ormai l’approdo a un cambiamento totale della figura del mister.

 

 

Scriveva Gian Alfonso Pacinotti in arte GIPI, illustre maestro pisano del fumetto internazionale, nel suo incipit di Unastoria:

«Se il diciottenne si svegliasse di colpo una notte. Si alzasse. Ed allo specchio si vedesse per magia, per maledizione, con la faccia, con la pelle dei suoi cinquantanni, morirebbe, vomiterebbe.

Ma invece, ma invece, scivolando secondo dopo secondo, per anni e poi decenni, sempre distratto da altro, un giorno non più diciottenne ello si alzerà. Andrà allo specchio del bagno e si troverà mica male per quel momento, una notte.

Malevola tanto è la natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra cecità.»

Ecco che siamo stati spettatori di un mutamento epocale senza nemmeno accorgercene: gradualmente l’abbiamo accettato assecondando le sparate di allenatori che sembravano istrioniche macchiette, ma al contrario erano veri e propri campioni di comunicazione. Ora quegli stessi allenatori, a ben guardare, hanno assunto un nuovo ruolo.

 

 

Tradizionalmente erano deputati all’organizzazione di gioco, alla vita di campo, divisi tra la scelta di essere parte della squadra o membri della società. Dai veraci lavoratori sul campo vestiti in tri-acetato e scarpette agli impettiti manager con le cravatte regimental della propria società. Insomma, dai Carletto Mazzone ai Sir Alex Ferguson, ma con un solo unico obiettivo: essere a servizio della squadra e accompagnarla il più in alto possibile.

 

 

Nell’ultimo decennio è invece maturato un punto di rottura tra l’essere parte della truppa o emissari del Re. Gli allenatori hanno inserito un nuovo elemento all’equazione, una parte terza non codificata e si sono convertiti in milizie mercenarie, generali istituiti con il compito di condurre la battaglia, slegati dai colori di uno schieramento. Eccoli dunque balzare con estrema agilità da una rivale all’altra ostentando fieramente un professionismo esemplare e una fine dialettica, studiata a tavolino, volta sempre al compimento della propria strategia.

 

L’allenatore vecchio stampo, sanguigno e schierato: Carletto Mazzone (Grazia Neri/ALLSPORT)

 

 

Segnare con certezza il punto di svolta non è facile, ma è proprio in casa nerazzurra che si trova traccia di una tra le prime manifestazioni del nuovo corso. È il 22 Maggio 2010, la notte più memorabile per il tifo interista, quando il suo condottiero, un José Mourinho non ancora annacquato da una retorica superata e da un’evidente crisi di risultati, lasciava la sua squadra dopo aver scritto la storia.

 

 

A fronte di proclami d’amore, di difese strenue del suo popolo a suon di slogan come ‘Zero Tituli’, ‘Rumore dei Nemici’ e ‘Prostituzione intellettuale’, lo Special One non aveva avuto alcun dubbio nel cavalcare il mito del successo personale invece di accompagnare la “sua” Inter verso una transizione fortunata. Nella notte di Madrid saliva simbolicamente su un’automobile targata Real, alimentando la propria leggenda senza remore e lasciando nello sconquasso uno società che, dopo quella sbornia, sarebbe crollata sotto il peso delle sue contraddizioni. Troppo importante tirarsi fuori all’apice del successo per mantenere alto l’appeal e accrescere il proprio valore: l’Inter, in questo senso, era stata uno straordinario mezzo per rinforzare l’aura da vincente e salire ulteriormente di livello.

 

 

Tornando ad Antonio Conte, il tecnico è ora sulle prime pagine dei giornali per il suo presente e (immediato) futuro interista: già agli albori della sua carriera però, dopo una Serie A conquistata in Puglia con uno degli ultimi Bari dei Matarrese a suon di gioco scoppiettante, dava il ben servito al DS Perinetti pochi giorni dopo il rinnovo con il Galletto. Divergenze sul mercato, storia vista e rivista anche a Torino e Londra, quasi un’arrendevolezza antitetica al personaggio Conte, sempre pronto a mostrare i denti, ma impaurito di fronte a una rosa non straripante nella misura degli obiettivi concordati. Si torna al non poter fallire, per dover restare stabilmente tra i migliori.

 

Mou allenatori

L’abbraccio di Giuda. Dopo la notte di Madrid, l’Inter ha cambiato 12 allenatori e 2 presidenti, raccogliendo solo 2 trofei: il mondiale per club conquistato da Benitez nel 2010 e la Coppa Italia targata Leonardo nel 2011 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

E che dire poi delle notizie che rimbalzano dalla Spagna in questi giorni. Un Koeman quanto mai duro non solo nei lineamenti, ma anche in quell’austerity così in voga tra i paesi “frugali” cui appartiene: le cronache raccontano di telefonate con messaggi chiari e diretti, delle purghe olandesi e di un ruolo da comandante in capo che sembra voler togliere d’impaccio la dirigenza. A Koeman il timone di un Barcellona in crisi, nel quale saranno molte le teste coronate a dover saltare; in Catalogna l’eroe della Coppa dei Campioni del ’92 dovrà ergersi a protagonista e affrontare la burrasca, salvando (o affondando definitivamente) la barca. Anche nella patria della Masia e del successo collettivo, la narrazione è quella di un uomo solo al comando.

 

 

Tutto il mondo è paese, si diceva una volta. Ed ecco che dall’Inghilterra lo scorso anno anche Pochettino tuonava richieste alla fine di una Champions persa di misura con il suo Tottenham, minacciando un addio sanguinoso. Una vicenda che si sarebbe poi ritorta contro di lui, prima non ricevendo le rassicurazioni sperate sul mercato, poi perdendo beffardamente quella cieca fiducia da parte della squadra e della dirigenza che ne avrebbe decretato, a pochi mesi dalla storica impresa, un esonero improvviso.

 

 

E come possono dimenticare i tifosi biancocelesti il clamoroso caso Bielsa, un allenatore nell’immaginario protagonista in campo con le sue idee rivoluzionarie, eppure nella realtà al centro di una delle spy-story più intriganti degli ultimi anni. Giorni ad attenderlo a Fiumicino senza esito, senza mai sapere veramente se siano state le pretese di Lotito a frenarlo, o se al contrario siano state le bizza del rosarino a far saltare il trasferimento. Poco conta, se non a corroborare ancora di più la capacità odierna di un allenatore di tenere in pugno un’intera società di calcio.

 

Allenatori Bielsa

A Marcelo Bielsa è dedicato lo stadio del Newell’s Old Boys, ma da quando è stato rinominato El Loco non ci ha voluto più mettere piede (Photo by Michael Regan/Getty Images)

 

 

Perché il rapporto tra allenatore e squadra è diventato sempre più una malata dipendenza, da cui non può più trascendere l’etica del mister. È fondamentale avere la propria lista degli acquisti e una società che la soddisfi, e in caso di mancati arrivi sono automatiche le lamentele di insoddisfazione quasi a giustificare futuri insuccessi. Il top player diventa direttamente l’allenatore con le sue richieste, il suo stile di gioco, i calciatori a lui più congeniali: basta vedere il caso di Guardiola al City, o meglio “il City di Guardiola”, per cui la proprietà ha speso quasi 800 milioni in quattro anni (non ottenendo ad oggi i risultati sperati). Ad oggi trionfi e tracolli sono suoi ben prima di quanto siano di Aguero, Sterling, De Bruyne.

 

 

Sono eloquenti anche i casi degli ‘epurati’ di lusso, gli Eriksen, i Bale, asset milionari per le società, ma che mal integrandosi con le visioni tattiche del proprio allenatore vengono definitivamente accantonati. Non conta più che un giocatore sia bravo o meno, e all’allenatore non viene nemmeno richiesto necessariamente di trovare il migliore modo di sfruttarlo; sono i giocatori, invece, a dover calzare nel sistema tattico dell’allenatore. Una caccia al profilo perfetto, che non lascia più spazio al genio dell’intuizione.

 

 

Non sembra più il tempo di un Andrea Pirlo spostato regista nel Brescia di Baggio per convivere con il 10 di Caldogno, che avrebbe cambiato per sempre la carriera del 21. È il tempo di una dittatura tattica senza precedenti, parte integrante di una narrazione in cui gli allenatori assurgono a sacri portatori di idee e dogmi, rimanendo talvolta imbrigliati nelle loro stesse ossessioni.

 

Una delle tante pose completamente disinteressate di Gareth Bale sulla panchina del Real Madrid, ormai totalmente ignorato da Zidane. (Photo by Denis Doyle/Getty Images)

 

 

Un rovesciamento dei ruoli tradizionali che si riflette anche sui bilanci. Diego Simeone è l’allenatore più pagato al mondo, e il suo stipendio grava sulle casse dell’Atletico Madrid per una cifra pari a 41 milioni di euro (lordi, quelli che impattano effettivamente sui conti del club). Inutile dire che l’allenatore argentino sia il più pagato della squadra, e non di poco, se alla seconda piazza si posiziona l’ex juventino Alvaro Morata con un salario di 10,5 milioni, che sebbene siano netti non si avvicina nemmeno lontanamente alle vette del Cholo.

 

 

Ritorna in classifica anche Antonio Conte, il più pagato dell’Inter, dove i suoi ormai celebri 12 milioni netti superano l’ingaggio anche del mattatore della stagione interista, quel Lukaku fermo solo a 9 milioni netti, compresi i bonus. La lista è lunga e, anche quando non detengono il primato di paperoni della squadra, gli allenatori dei top club sono posizionati sempre in ottima graduatoria.

 

 

Perché in fondo la mutazione genetica del ruolo ha ingrassato anche le loro tasche. Essere maestri di comunicazione, entrare nelle grazie dei i tifosi, aizzare la stampa sono aspetti fondamentali per la costruzione di un personaggio che ora, mai come prima, è sempre più immagine della squadra, parafulmine della società, faccia da esibire sempre davanti a delusioni, sconfitte, gioie e vittorie. Questo naturalmente ha un prezzo, e porta gli allenatori a una nuova dimensione negli equilibri del calcio. Bilanci che si spostano spesso a favore dei tecnici e, considerando che sovente si stratificano ingaggi di allenatori sedotti e poi abbandonati, il tesoretto loro riservato inizia ad essere talmente ingente che non sembra esagerato parlare degli allenatori come dei veri top player del calcio contemporaneo.

 

Simeone allenatori Atletico

Diego Simeone è il paperone degli allenatori, ma da quando ha arrotondato il suo stipendio monstre non sono più arrivati trofei (Photo by Julian Finney/Getty Images).

 

 

In Inghilterra hanno storicamente provato a prevenire lo scollamento tra tecnico e società investendo i manager di responsabilità tali da renderli partecipi di un disegno societario più ampio. Ecco che le figure come Ferguson, Wenger, hanno avuto un’etica differente in cui vittoria e sconfitta erano solo le conseguenze di un progetto tecnico da alimentare e rinverdire, in questo sempre seguendo come stella polare il nome del club più che il proprio. Ora anche oltre Manica un simile equilibrio si è incrinato: non tanto per il ruolo che rimane invariato, ma per l’interpretazione della professione, sempre più individualista e che cede il fianco all’ambizione e alla gloria personale.

 

 

Così il cambiamento è passato sotto i nostri occhi in sordina. Ora dobbiamo essere pronti ad accoglierlo, chiedendoci se fosse meglio l’allenatore con il fischietto in bocca o quello con piani machiavellici in testa, e ben sapendo che il tempo non ci regalerà una risposta. Al contrario le società dovranno interrogarsi sempre più a fondo su quanto siano disposte a cedere nel delicato gioco di equilibri con il proprio tecnico; anche perché, dopo tutto, oggi la squadra più forte al mondo è allenata da un signor nessuno chiamato Hans-Dieter Flick che, senza voler recitare un ruolo da protagonista, ha semplicemente gestito, assecondato e guidato lo spogliatoio. Perché in fondo gli allenatori cambiano, vanno e vengono, ma le squadre restano.