Gli anni Ottanta e in parte i Novanta rappresentano l’età dell’oro delle provinciali. Lo scudetto del Verona di Bagnoli sintetizza l’acme più fragoroso di un movimento che grida: “un altro calcio è possibile”. Ci sono però anche il Pisa di Romeo Anconetani e l’Ascoli di Costantino Rozzi, capaci di farsi largo nell’Europa in miniatura della Mitropa Cup.

 

 

O una falsa provinciale come la Sampdoria, Campione d’Italia e a un passo dalla vittoria della Coppa dei Campioni. Non dimentichiamoci, poi, della Coppa Italia del Vicenza e delle storiche prime volte di Chievo e Castel di Sangro. Un ventennio, quello tra gli ’80 e i ’90, che alza il tasso di imprevedibilità del gioco e appassiona migliaia di tifosi poco abituati al successo.

 

Il calcio italiano è un carillon di simboli che riproduce le speranze di fazzoletti di territorio.

 

Ai nuovi eroi corrispondono nuove divise. Il giro – anche quello d’affari – si allarga, e al banchetto iniziano a partecipare tante realtà artigianali che quelle divise, sempre più identificative, le pensano ed eseguono nel territorio. Una filiera che ha il cuore pulsante nella provincia italiana, e che in quegli anni è pronta a definire con i propri loghi le imprese di tante squadre locali. Prima dell’affermazione dei grandi colossi multinazionali dell’abbigliamento tecnico, il calcio italiano è un carillon di simboli che riproduce le speranze di fazzoletti di territorio. Il rumore sincronizzato dei macchinari dei laboratori accompagnava il suono del pallone che rotolava in campo.

 

 

Non siamo qui per arroccarci sulla nostalgia di un calcio che non c’è più: una pratica infantile. Vogliamo piuttosto organizzare una sfilata virtuale per provare a restituire uno spaccato di come si veste la provincia calcistica negli anni ’80 e ’90. Convinti che, anche in questo campo, la velocità dei processi di globalizzazione sia stata il naturale detonatore di un conformismo estetico che ha individuato nel dettaglio il suo bersaglio naturale.

 

 



 

Si può dire, senza esagerare, che negli anni Ottanta il marchio italiano di Nicola Raccuglia è tra i più diffusi a livello nazionale, non solo in provincia. In quegli anni infatti, oltre a fornire abbigliamento tecnico a club come Pescara, Catanzaro, Palermo, Atalanta, Bologna, Cagliari, Avellino e Venezia, raggiunge la fama sponsorizzando Roma, Milan e Napoli.

 

napoli maglia nr

Una maglia che ha fatto la storia del Napoli e del nostro calcio

 

 

La storia del marchio inizia nel 1972 quando Raccuglia, ex calciatore professionista, decide di dar vita a una propria linea di abbigliamento tecnico. Un po’ per volta, partendo dal laboratorio in Abruzzo, scala il calcio italiano diventando l’emblema di una decade, gli anni ’80, ritratta anche in pellicole indimenticabili come “Paulo Roberto Cotechiño, centravanti di sfondamento” o “L’allenatore nel Pallone”.

 

In quest’ultimo la Longobarda di Banfi veste un completo bianco con bande rossoblu sulle spalle, firmato NR. Gli anni Ottanta rappresentano il punto più alto dell’epopea del Brand che dalla metà degli anni Novanta inizia una rapida discesa, sino a uscire del tutto dal calcio che conta. Oggi NR è tornata come Brand di indumenti sportivi vintage e di moda casual.

 

 



 

Il marchio torinese, nato sotto la Mole nel 1979 e specializzato nella fornitura tecnica per calcio a 5, ha avuto il suo periodo d’oro anche nel calcio a 11 tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta. A dargli spolvero è soprattutto la partnership firmata con il Pisa di Romeo Anconetani a partire dalla stagione 1990-1991, anno che segna il ritorno del club in Serie A e l’arrivo in toscana di giocatori di caratura internazionale come Diego Simeone e José Chamot.

 

GEMS, oltre a una presenza capillare a livello dilettantistico, mette a segno alcuni “colpi” internazionali come la sponsorizzazione dello Young Boys in Svizzera e il Jeunesse d’Esch in Lussemburgo. A metà degli anni 2000 si rivede per la firma delle divise ufficiali del Carpi.

 

 



 

Due anni dopo GEMS, cinquecento chilometri più a Nord, nel piccolo comune parmense di Fontevivo, nasce un nuovo piccolo laboratorio di abbigliamento sportivo: si chiamava ABM ed è specializzato nella realizzazione di kit per squadre di calcio. Sono anni in cui anche le piccole realtà produttive di paese possono ritagliarsi il proprio spazio e arrivare a rosicchiarlo a giganti come Adidas e Puma.

 

Sul finire degli anni Ottanta ABM è lo sponsor tecnico della Fiorentina di Roberto Baggio, Stefano Borgonovo e Dunga ma non solo. ABM è infatti il brand delle “cosiddette” provinciali: Casertana, Ternana, Palermo, Triestina, Piacenza, Brescia ma anche Lodigiani, Alzano F.C., Carrarese e Chievo. E proprio dei veronesi ABM è compagna d’avventura nell’annata 1993-1994, quella della prima storica promozione in Serie B di Lorenzo D’Angelo e compagni.

 

 



 

Nel 1982, in un altro paesetto in provincia di Treviso – Caerano di San Marco – vede la luce Virma, nuovo brand sportivo che si prefigge di entrare quatto quatto nel mondo del pallone. L’Italia, paese dei mille campanili e delle altrettante squadre di club, ben si presta a questa ambizione. Così anche Virma riesce quasi subito a trovare la propria collocazione, diffondendosi in quasi tutte le categorie dilettantistiche nel Nord Italia e successivamente affermandosi anche a livello nazionale con le partnership firmate con Vicenza, Varese, Venezia e Alzano Virescit negli anni ‘90.

 

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La bellezza estetica di questa maglia targata ABM è semplicemente indescrivibile: Crodino sponsor del secolo

 

 

Sempre in questa decade il marchio trevigiano riesce a chiudere un accordo con la Federcalcio sammarinese per la fornitura tecnica della Nazionale e uno più esotico con la nazionale di Antigua e Barbuda. Ma il “capolavoro” arriva nella stagione 1997-1998 quando Virma realizza le divise del Venezia fresco di ritorno in A dopo 31 anni di attesa: magliette che diventano subito iconiche.

 

Stiamo parlando di quelle nere con leone stilizzato arancio, giallo e verde che si sviluppa dalla spalla destra per scendere sul petto. L’anno dopo i lagunari passano a Kronos, mantenendo però l’impostazione grafica delle maglie. Virma sembra già in discesa verso le categorie dilettantistiche, dove oggi continua a distinguersi.

 

 



 

Questo marchio, diventato oggetto di culto tra i collezionisti di maglie storiche, conosce il suo punto di maggior notorietà nel settennato 1983-1990, quando il marchio con l’effige dell’agile animale della savana compare sul petto dei giocatori del Brescia. Le magliette si distinguono per la sobria eleganza e la fedeltà ai colori sociali delle Rondinelle: niente scelte stravaganti, o particolarmente innovative, ma grande cura dei dettagli e rispetto della tradizione.

 

Questa, in sintesi, la filosofia di Gazelle adottata per vestire il Brescia calcio che durante questo periodo passa dalle sabbie mobili della Serie C alla Serie A, riconquistata nel campionato 1985-86, dopo aver subito l’onta della doppia retrocessione dalla Massima Serie nel biennio 1980-1982.

 

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L’inimitabile maglia del Venezia, firmata Virma (foto Depop)

 

 

Ma la compagine della città della Leonessa non è l’unica a scegliere Gazelle come partner tecnico; in quegli stessi anni il marchio firma anche le gialle casacche del Pergocrema, espressione calcistica della vicina Crema. L’approccio è sempre lo stesso: sobrietà e fedeltà alla tradizione. Oggi di questo marchio sembra essersi persa ogni traccia, rimangono le foto del Brescia di quegli anni, qualche cimelio di tifosi e collezionisti ma non si trova quasi più nulla sulla storia di questo brand.

 

 



 

Vi ricordate l’ultima “provinciale” a vincere un trofeo nazionale? Parliamo del leggendario Vicenza di Francesco Guidolin che si aggiudica la Coppa Italia 1996-1997 battendo in una doppia finale il Napoli. Quell’anno i biancorossi “stregano” l’Italia con il proprio gioco sbarazzino e senza timore reverenziale. Quel Vicenza diventa oggetto di culto per tanti e anche la maglietta a strisce verticali biancorosse con la scritta Pal-Zileri contribuisce ad accrescerne il fascino.

 

Una divisa realizzata da Biemme, brand vicentino con sede a Brogliano che dal 1978 si specializza negli equipaggiamenti per ciclisti. In quegli anni però il patron Maurizio Bertinato decide di intraprendere l’avventura nel calcio. Il suo inizio è vicino a casa, al Vicenza appunto, nel 1995, per poi espandersi con Chievo Verona, Cagliari, Fidelis Andria e Padova.

 

Con l’arrivo del nuovo millennio, il marchio di Brogliano abbandona il calcio, puntando forte sull’abbigliamento da ciclismo, il primo amore. Nel 2014, Maurizio Bertinato viene condannato dalla giustizia rumena a 4 anni di reclusione per evasione fiscale nel paese in cui aveva delocalizzato parte della produzione. Nell’ottobre del 2016 Bertinato, ormai ex proprietario, che si dichiara innocente da sempre, sceglie di scontare la pena in Italia, chiedendo gli arresti domiciliari.

 

 



 

In qualche maniera legato a Biemme è un altro marchio che nei primi 2000 fa molto parlare di sé. Si tratta di A-line, un progetto che nasce in Sardegna nel 1999, su un’idea dell’ex Inter Gianluca Festa e del francese Christian Karembeu con il sopporto strategico di Andrea Picciau, ex calciatore professionista e, soprattutto, rappresentate di Biemme nell’isola. Con queste premesse, il neonato brand non ha difficoltà a farsi spazio nel calcio che conta. Festa e Karembeu sono ottimi uomini immagine mentre Picciau, con la sua esperienza in Biemme, è l’elemento che serve per far quadrare il cerchio o, meglio, per far tornare i conti.

 

 

E proprio da Picciau arriva il primo grande cliente: l’Uruguay Under 17 che vede in A-Line il partner giusto per gli scarpini destinati ai suoi campioncini. Il contatto germoglia tre anni prima mentre Picciau si trova nel paese sudamericano, precisamente a Punta de l’Este, per giocare un torneo internazionale con il CUS Cagliari. La squadra degli universitari cagliaritana giunge in finale e, per l’occasione, viene allo stadio Paco Casal, il suo braccio destro Delgado, Pato Aguilera e ovviamente Oscar Tabarez.

 

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Il Vicenza di Guidolin campione d’Italia, targato Biemme

 

 

Delgado chiede il contatto di Picciau, inizialmente per i prodotti Biemme; da lì il passo è breve e nel 1999 arriva l’accordo per la fornitura di scarpini A-line alla Celeste. A poco a poco, grandi nomi del calcio iniziano a scegliere A-line per i propri scarpini. Oltre a Festa e Karembeu calzano A-line giocatori come Fabian O’Neill, Marcelo Otero, Marco Branca e Ian Wright. Il passo come partner tecnico di un club è ormai dietro l’angolo.

 

Nel 2002, infatti, si concretizza la sponsorizzazione più importante, quella del Cagliari. Il Brand si lega al club rossoblu per un triennio, firmando anche la maglia numero 10 del ritorno di Gianfranco Zola, nella stagione 2003-2004, quella che vale la promozione in A degli isolani. Nello stesso periodo A-line compare nelle divise di altre squadre: le sarde Selargius e Torres, il Vicenza e la Sambenedettese. Un brand magico, che cessa di esistere nel 2013.

 

 



 

In questa sfilata non può mancare Galex, compagna delle avventure calcistiche del vulcanico Luciano Gaucci. Nata nel 1991, anno in cui Gaucci acquista il Perugia, debutta sulle maglie del Grifo soltanto quattro anni più tardi nella stagione 1995-1996; un’annata storica per gli umbri, che si conclude con una promozione in Serie A attesa da ventiquattro anni.

 

Per la marca del patron, anche se formalmente il presidente è Silvio Alfredo Salerni – Luciano Gaucci doveva scontare tre anni di squalifica per illecito sportivo in merito alla partita Siracusa-Perugia –, è un debutto meraviglioso nel mondo del pallone.

 

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Il Pisa targato GEMS. In ginocchio, da sinistra, il riconoscibilissimo e giovanissimo Diego Pablo Simeone (foto Wikipedia)

 

 

Il sodalizio con il Grifo dura per un decennio, accompagnando il club in tranquille salvezze ma anche nella campagna europea del 2004-2005, iniziata con la vittoria dell’Intertoto e culminata con il debutto in Coppa Uefa. Ma il Perugia non è la sola squadra a vestire Galex: tra la fine degli anni ’90 e i primi Duemila, la “X” compare anche sulle magliette di Viterbese, Sambenedettese e Catania. Tutte squadre presiedute da Gaucci. In quegli anni se un club indossa Galex molto probabilmente fa parte della galassia del compianto presidentissimo. Con la fine dell’era Gaucci, anche Galex sparisce dal mondo del calcio, rimanendo però attivo con la produzione di kit tecnici e palloni per futsal e calcio a undici.

 

 

Al termine di questa nostra virtuale e parziale sfilata – sicuramente abbiamo tralasciato qualcuno – non possiamo non soffermarci sull’andamento della diffusione di questi marchi. Una traiettoria che si è mossa partendo da un laboratorio artigianale, dall’essenza profonda e operaia del Bel Paese, per propagarsi a sciami, squadra dopo squadra, campo dopo campo, su tutta la Penisola. Talvolta la spinta creativa è così esplosiva da travalicare i confini nazionali.

 

 

Magia frutto di un capitalismo ibrido che si basa su eccellenze locali, intuizioni geniali e scelte spericolate. Vettore di un Made in Italy che mai come in questo ventennio lungo appare il vestito di feste calcistiche e che, a detta di molti, rimane il più affascinante del pianeta. Serve anche questa varietà di forme, di tagli, di colori per restituire immediata iconicità a tante squadre di “provincia”, capaci con le loro gesta di contribuire a far diventare ogni giorno più popolare il gioco del pallone. Fuori dai consueti assi viari, lontano dalle solite città.

 

 


Francesco Andreose è autore del blog Non chiamateli provinciali, che gestisce con cura maniacale