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Italia
30 Marzo

I ragazzi che diventeranno uomini senza l’Italia ai mondiali

Luca Pulsoni

80 articoli
Storia di un disamore antico: quello tra i ragazzi italiani e il pallone.

I bambini diventeranno grandi nell’attesa di un’altra Italia ai mondiali. È questo uno degli aspetti di cui si parla di più dopo la debacle azzurra sulla via di Qatar 2022. La finale di Berlino nel 2006 resterà dunque l’ultima partita a eliminazione diretta giocata dall’Italia in un mondiale almeno fino al 2026. Venti anni di un vuoto desolante, se non fosse per la grande illusione di Wembley nel magico 2021 dello sport italiano. Nel frattempo i bambini cresceranno e i ragazzi si faranno uomini. Ma l’Italia continuerà a non giocare i mondiali.

Prima di rivedere l’Italia ai mondiali passeranno almeno altri quattro anni, per un totale di dodici (i ragazzi che ne avevano 19 l’ultima volta, ne avranno 31). I mondiali di Sudafrica e Brasile, con gli azzurri di Lippi e Prandelli eliminati nella fase a gironi, rimarranno le ultime apparizioni mondiali di una Nazionale che, prima della sconfitta contro la Macedonia del Nord, sembrava aver ritrovato il sostegno del pubblico dopo anni di amarezze e lo shock della mancata qualificazione a Russia 2018.


L’ELIMINAZIONE DELL’ITALIA E I RAGAZZI SENZA MONDIALI


Ma torniamo ai giovani. Degli effetti dell’eliminazione dell’Italia sulla generazione Z, quella dei nati tra il 1995 e il 2010, ne ha parlato all’Agi il professor Stefano Tomelleri, ordinario di Sociologia e Sociologia dello sport presso l’Università degli studi di Bergamo, il quale ha sottolineato come non ci siano i presupposti di un “fenomeno sociologico” nonostante “le possibili conseguenze emozionali di questa situazione”. Tomelleri sostiene che le conseguenze saranno più mediatiche che sociologiche:

“I media svolgono un ruolo importante nel favorire la promozione di determinati sport. Basti pensare allo spazio mediatico che possono avere sport come il nuoto o l’atletica alle Olimpiadi o la nazionale di Rugby al Torneo Sei Nazioni”.

Sulle colonne de La Stampa, Giulia Zonca ha scritto che questa sconfitta “è destinata a modificare le passioni degli italiani, a intaccare la nostra cultura”. “È più probabile – ha aggiunto – che oggi un bambino voglia essere Jacobs piuttosto che Verratti. Il nome non è casuale, lui è il più brillante e pure quello che fa più tenerezza: costretto a sciupare il suo evidente talento. È uno di quelli che avrebbe i numeri per fare colpo, ma non ha il palcoscenico, non quello dove davvero il calcio ha impatto sulle persone”.


Ma la domanda da porsi è un’altra: alla generazione Z importa davvero qualcosa della nazionale di calcio? E, più in generale, del calcio? I risultati di alcuni studi testimoniano un disinteresse sempre maggiore dei giovani nei confronti dell’universo sportivo, in particolare per il football. Uno studio condotto da McKinsey e Nielsen tra il 2019 e il 2020 su un campione distribuito tra Inghilterra, Spagna, Germania, Polonia, Olanda e India, ha rilevato che il 27% degli intervistati tra i 16 e i 24 anni sostiene di non avere alcun interesse per il calcio. Il 13% afferma addirittura di detestarlo.


LA CRISI DI AUDIENCE DELLA SERIE A


L’Italia non fa eccezione: prima di sposare la causa della Superlega, Andrea Agnelli parlava di un calo del 40% di audience nella fascia di età tra i 12 e i 34 anni. Uno scenario che trova conferme anche nei dati televisivi della Serie A 2021/2022, la prima in cui un colosso dello streaming (Dazn) detiene l’esclusiva. Il matrimonio tra la Lega Serie A e la piattaforma aveva tra gli obiettivi a breve e medio termine quello di un maggior coinvolgimento della GenZ, una grande platea di nativi digitali del web che sembra disaffezionarsi al pallone.

Rispetto al girone d’andata della scorsa Serie A, l’Auditel ha rilevato un calo di ascolti stimabile tra il 20 e il 50%. Il grande pubblico, giovani compresi, migra altrove: la Premier League con i suoi campioni e la Liga di Real e Barcellona. La Serie A è roba per vecchi, così come la Nazionale.

Nel calcio del nuovo millennio a liquefarsi è stato soprattutto il tifo. Secondo lo stesso studio di McKinsey e Nielsen, appena il 49% dei giovani ha dichiarato di seguire il calcio per tifare quella che una volta avremmo definito la propria squadra del cuore. Il 32% dei millennials ha invece ammesso di seguire solo determinati calciatori e di guardare soltanto i big match, soprattutto quelli internazionali. È lo scenario partorito dal calcio dei social, in cui i club si sono trasformati in brand e Media Company e la passione (o presunta tale) si dissolve nei tanto agognati highlights.

La generazione highlights che non guarda le partite ma soltanto le giocate a effetto non sa che farsene della nazionale italiana, da anni priva di un’icona al pari di CR7, Haaland o Mbappè. Sono i calciatori, intesi come veri e propri brand, ad animare le passioni dei più giovani. Le loro foto inneggianti al successo e alla fatica, insieme ai tatuaggi scolpiti nelle carni e agli abiti eccentrici, rappresentano un ponte ideologico e mediatico tra gli attori del calcio e il nuovo pubblico, sul quale la politica del pallone continua a barcamenarsi alla ricerca di un modello ideale che sappia coniugare sostenibilità e appeal.


LA FINE DEL TIFO, LA FINE DEL CALCIO


Smettiamola con la storia che le sventure della Nazionale portino i più giovani ad allontanarsi dal calcio. Il pallone, i baldi giovanotti, lo hanno già abbandonato da un pezzo. Le due mancate qualificazioni consecutive dell’Italia sono, al contrario, effetto e non causa. Se è utile aprire una discussione sullo stato in cui verte l’intero movimento, lo è altrettanto sollevare un dibattito sul perché il calcio non sia più roba per giovanissimi. Mettiamoci allora il problema delle infrastrutture, la cui fatiscenza allontana i ragazzi dal calcio giocato, oppure quello relativo alla concorrenza selvaggia degli infiniti diversivi per un giovane di oggi.

La verità è che abbiamo perso la nostra identità di tifosi e appassionati. Il tifo si è dissolto in un panorama complesso dominato dallo spettacolo, dalle partite in altissima definizione alle immagini fruibili in modo rapido e personalizzato. L’era del tifo tradizionale ha lasciato spazio a quella digitale, tra frenetiche scrollate e un’occhiata alle statistiche dei calciatori, nel Paese che è passato dai 60 milioni di allenatori ai 60 milioni di fantallenatori.

Perché anche il celebre fantacalcio restituisce un’immagine liquida della passione: è una realtà in cui domina l’individuo e non più la squadra, ribaltando il concetto tradizionale del tifo del gioco del calcio. Nel calcio di Instagram e del fantacalcio non c’è più posto per le emozioni: cosa diamine importa ai millennials se l’Italia non giocherà il mondiale quando sul web potranno tifare Messi o Ronaldo o gustarsi in slow motion l’ultima sgroppata di Mbappé mentre con con gli amici virtuali verrà inaugurata l’ennesima asta di riparazione?

Se un tempo, come suggerito da Eduardo Galeano, nella vita un uomo poteva cambiare “moglie, partito politico o religione, ma non la squadra per cui tifa”, oggi domina il trasformismo estremo.

Invocheremo, per giustificare la disfatta degli azzurri di Mancini, commenti e dati inequivocabili, come quelli degli stranieri in Serie A e dei pochissimi giovani impiegati in campionato. La realtà è che il calcio italiano ha perso la propria identità e attraversa una grave crisi di valori: i magheggi contabili, le lotte intestine della Lega Serie A e l’immobilismo della Federazione restituiscono l’immagine di un movimento intento a sopravvivere piuttosto che a vivere. Senza quei valori che hanno avvicinato le folle e teso una mano ai più giovani il calcio, che tanto ha ispirato e alleggerito le vite di chi lo seguiva, è destinato a una morte atroce.

La crisi morale che coinvolge dirigenti, tecnici e calciatori ha scavato un solco ulteriore con pubblico e appassionati e i risultati sul campo ne sono naturale conseguenza.

La via del cambiamento passa dal rovesciamento di un sistema tossico che continua a perseguire interessi individuali piuttosto che collettivi. Il tifo, così come il mondo, è cambiato. Il calcio, che tanto punta sulla ventata di freschezza portata dalle giovani generazioni, non è stato in grado di restare sula scia del cambiamento. Cambiamento che dovrà passare innanzitutto da un ripristino morale senza snaturare le abitudini contemporanee.

È ora di tornare alla nostra identità del tifo, per anni criticata e rinnegata. È tempo che i giovani tornino a vivere di passioni, non solo per il calcio. Ma, affinché ciò avvenga, va restituito loro un modello sano al quale ispirarsi. Se il calcio non è in grado di beneficiare della spinta propulsiva delle nuove generazioni, la colpa è solo nostra, colpevoli di aver snaturato il gioco più popolare del mondo. Abbiamo confinato il pallone in una nicchia di segugi, snaturando aspetti, narrazione e filosofia di fondo. Abbiamo lanciato un messaggio controverso che i giovani hanno saputo cogliere a pieno. La crisi morale è ancora più accentuata di quella tecnica. Ai ragazzi che diventeranno grandi nell’attesa di un’Italia ai mondiali non resta che aspettare. Non la qualificazione alla Coppa del mondo, ma il ritorno a un calcio vero, fatto di passione ed emozione. Senza di queste, avrà senso parlare ancora di sport?

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