L'originalissimo opinionismo di Gigi Buffon.
Con tutto il chiacchiericcio, superficiale per sua natura, che avvolge qualsiasi argomento si tratti in Italia, potevamo forse essere risparmiati dalla mitragliata di opinione della più potente coppia che unisce media e calcio, giornalista impegnata lei e capo delegazione della nazionale lui? Decisamente no. Eppure dell’opinionismo di Ilaria D’Amico e di Gianluigi Buffon potevamo tutti fare a meno. Soprattutto perché di verità rivelate ne sono uscite poche, pochissime (nessuna) – e da due esseri umani liberi ci si poteva aspettare di meglio.
Ovviamente, per inciso, è bene tenere a mente che, comunque, la prima indagata per questo sfacelo mediatico è la classe giornalistica che, per intero, sarebbe chiamata a un gigantesco mea culpa.
Tra sperticarti applausi, sorrisoni manco ci fosse qualcosa da festeggiare, con Buffon in particolare è andato in onda un carosello di banalità abbastanza allarmante: l’educazione è importante, i valori sono importanti, la comunità è importante. Bene, bravo, bis. Poi un appunto su come l’oratorio “sia uno spazio di aggregazione giovanile più sano, una vera alternativa alla strada”. Siamo davvero ancora qui? Per carità, noi per primi abbiamo sottolineato il valore fondativo e comunitario degli oratori, ma davvero oggi, nel 2025 e con una religione non più forza motrice e/o rete sociale del Paese, stiamo delegando la dimensione ludica e formativa di un’intera nazione alla chiesa cattolica?
Davvero pensiamo che in Norvegia, per citare la Nazione che ci ha costretto ad andare ai playoff, umiliandoci tra andata e ritorno con 7 pappine, i ragazzini passino le loro giornate all’oratorio? Se crediamo sul serio che per tornare a competere ci sia bisogno di questo, consiglierei di fare un salto dall’oratorio direttamente in chiesa – ma per accendere un cero e fare una preghiera.
Questi, tra gli altri, sono i concetti espressi dal capo delegazione della nostra nazionale di calcio. D’altronde, Buffon ha avuto bisogno della moglie per spiegare dove risieda politicamente – evidentemente non sa dirlo da solo, visto che ha sostenuto prima Mario Monti, poi Matteo Renzi e ora Giorgia Meloni – e nel mezzo si è definito, con buona pace eterna di Prezzolini, “un anarchico conservatore”. Ilaria D’Amico, infatti, ha precisato che il marito, è “un liberale moderato”, uno che “ondivaga alla ricerca di un centro di gravità permanente”. Ammesso e non concesso che queste parole significhino qualcosa, mi sembra di capire che parliamo, sempre politicamente, di una
banderuola affumicata che gira senza pietà, per dirla alla Montale.
Sempre la moglie, poi, ha ben tenuto a declassare a errore di gioventù le sue uscite boiachimolliste. Lui, comunque, da appartenenze di estrema destra si era già smarcato – anche se col liberi tutti di questo periodo, quale momento migliore per dire che era un po’ nero in gioventù? Probabile che non l’abbia detto perché il tentativo è quello, in stile sanremese, di essere più nazional popolare che nazionalista – e, per quanto ci si provi, il nero ancora non lo è. Ma questo è un altro discorso.
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Tornando al Buffon capo delegazione, il problema è che per essere nazional popolari, al popolo devi piacere; e per piacere al popolo, devi vincere. A differenza della politica, nel calcio non vinci perché piaci, ma piaci perché vinci. Finché questo semplice concetto non verrà metabolizzato, qualsiasi operazione-simpatia come quella di Atreju finirà per rivelarsi un’assurda operazione-noia. Tediosa per il trito, e quindi svilito, richiamo ai valori, all’educazione, alla comunità. E irrazionale per le altre parole senza senso di Buffon a proposito della kermesse del 2026:
“Andare al mondiale porterebbe magia nel Paese e l’Italia diventerebbe un grandissimo oratorio nel quale si condivide tutto”.
Magia? No, caro Buffon, non ci dovrebbe essere nulla di straordinario, di eccezionale, nulla di magico (?) nell’Italia che va a un mondiale. Si dovrebbe trattare della normalità, una normalità bella e buona; e no, caro Buffon, l’Italia non diventerebbe un gigantesco oratorio e no, infine, in un oratorio non si condivide tutto. Meglio lasciare stare, evitare queste uscite, a maggior ragione se fatte ad Atreju – perché lì ci ricordano con più evidenza che la storia della nostra nazionale di calcio è altroché infinita, anzi pare proprio una storia finita.
Il capo delegazione si occupasse di campo anziché pontificare sui destini politici dell’Italia e di ratificare che Giorgia Meloni “rappresenta l’Italia nel modo migliore”. Ma siamo nel momento storico in cui tutti possono parlare di tutto, sentenziare e dare, appunto, la propria opinione senza colpo ferire. In quest’ultimo caso però, a pensarci meglio, Buffon sull’argomento è edotto: su come si rappresenta al meglio una Nazione, da capo delegazione di questa nazionale di calcio, ne sa qualcosa. Peccato lo sappia per via negationis.
Immagine di copertina Cesare Purini / Insidefoto