“Meno partite, più qualità”. Il format che Pep Guardiola propone durante la conferenza stampa non può che farci piacere. Soddisfare il palato del tifoso non vuol dire ingozzarlo fino a farlo strozzare. Ci spieghiamo meglio: non è normale far giocare una partita ogni due giorni, né per i calciatori né per gli appassionati. Esposti a continui infortuni i primi, sazi di calcio i secondi. Già perché come sostiene l’allenatore del Manchester City,

“i tifosi possono vivere anche con meno calcio”.

Pensiamoci bene. Quante inutili chiacchiere precedono un match. Quante analisi tediose e ripetitive contornano i post partita. Quasi non rimangono più cose da dire. Siamo letteralmente gonfi di calcio.

 

Ciò contro cui prendiamo posizione, e a farlo insieme a noi ci sono Pep e Klopp, non proprio due a caso, è la pubblicità dello sport, la spettacolarizzazione, che ormai punta più alla quantità che alla qualità; insomma, anziché mangiare bene, ingrassiamo. Ma il problema non è solo dei tifosi. Gli allenatori sono ormai costretti a basare i propri allenamenti sulla corsa e la resistenza muscolare, a discapito della tecnica (e dei giocatori tecnici).

 

Come sapete non siamo grandi fan del Pep Guardiola extra-calcistico, ma questa è una battaglia di buon senso (Photo by Lintao Zhang/Getty Images for Premier League)

 

In Inghilterra, dove si gioca con più frequenza, si sta addirittura pensando di abolire la terza competizione, quella Coppa di Lega che in molti snobbano non tanto per puntare ad altri obiettivi, quanto perché rappresenta l’unica occasione per concedere un po’ di respiro ai propri calciatori. L’esempio più recente, oltre che scandaloso, è stata la sconfitta del Liverpool per 5-0 contro l’Aston Villa, proprio in questa competizione.

 

Testa fra le nuvole per i campioni d’Europa in carica? Classica sottovalutazione dell’avversario? Niente di tutto questo. La squadra di Kloop era intenta a conquistare la coppa del mondo per club e per questo ha dovuto schierare le riserve. Insomma, the show must go on, purché si giochi. Ma Klopp lo aveva detto molto chiaramente:

 

“It’s obvious that it’s too much, absolutely obvious”, ha detto Klopp. “Everybody involved in the game will tell you that, and you know it as well”.

 

Siamo dell’idea che questa continua crescita dell’offerta calcistica sia frutto non della domanda dei consumatori (in questo caso, noi tifosi) quanto di quella economica. Giocare per incassare. Guadagnare per continuare a partecipare al gioco. La regola del nuovo calcio è questa: se si vuole ancora rimanere nelle competizioni più prestigiose bisogna avere un portafoglio molto grande.

 

Per riempirlo, servono sponsor e pubblicità, nonché introiti televisivi. A rimetterci, neanche a dirlo, gli appassionati. Abbonamenti allo stadio, contratti con pay-tv, giustificazioni per non uscire. Il ragionamento è impostato sullo scherzo, ma qua da ridere ci sarebbe ben poco.

 

“All you can eat: buon appetito lega italiana” (foto da Sportal.it)

 

È significativo che il grido di allarme venga dal campionato più bello (e più seguito) al mondo. Non è neanche la prima volta che esponenti del Manchester City propongono riforme sociali che vanno in totale controtendenza con le politiche della propria società: prima di Pep, Vincent Kompany.

 

Il capitano dei citizens come oggetto della propria tesi di laurea in economia ha infatti ideato una teoria secondo la quale, se le squadre fossero disposte ad abbassare i prezzi dei biglietti per lo stadio, ne beneficerebbero in risultati sportivi. Infatti, se si permettesse al tifo post-proletario di tornare a sostenere la propria squadra spodestando dai seggiolini quei turisti distaccati ed ammutoliti, la squadra avrebbe la spinta per arrivare alla vittoria. Il famoso dodicesimo uomo, insomma.

 

Da parte nostra, ribadiamo che lo spettacolo non deve per forza andare in scena. La passione è, allo stesso tempo, arma di forza e autodistruzione per il tifoso: finché ci ostineremo a non lasciarla da parte e continueremo a ricercarla, tutto resterà com’è. Fino a quando continueremo a porla davanti alla nostra dignità di tifosi, non avremo miglioramenti. Il cambiamento, per una volta, deve venire dall’alto, da chi oltre ad essere coinvolto emotivamente ha anche la possibilità di metter mano alle cose. Se dalla nostra abbiamo Guardiola e Klopp, forse l’utopia è già possibilità.