Negli ultimi anni il panorama delle serie tv è stato investito da un ciclone mediatico chiamato House of Cards. Partorita dalle pagine dell’omonimo libro di Michael Dobbs, si concentra sulla figura di Frank Underwood, personaggio interpretato in modo magistrale da Kevin Spacey, che, tra un ammiccamento verso la camera con la conseguente rottura della quarta parete, o gestualità iconiche come sbattere l’anello sulla scrivania, in poche stagioni, da Capogruppo del Partito Democratico riesce ad essere eletto presidente degli Stati Uniti.

 

Un minuzioso affresco della politica americana e dei meccanismi che la caratterizzano, in cui il protagonista si muove come l’uomo machiavellico del ventunesimo secolo. Dalle tinte geniali ma cupe e talvolta inquietanti, ha come scopo quello di assecondare una sconfinata sete di potere, per colmare la quale è disposto a tenere sotto il proprio controllo uomini e mezzi d’informazione, ponderando scrupolosamente le dichiarazioni pubbliche e soppesando i pro ed i contro delle sue mosse.

 

Image result for frank underwood

Frank Underwood e l’iconico gesto che ha reso celebre House of Cards (foto da Netflix)

 

Con l’ausilio di un’iperbole, allora, vista la sanguinosa lotta nella stanza dei bottoni che sta lacerando il Milan, potremmo provare ad accostare Underwood ad Ivan Gazidis, che pare stia tramando dietro le quinte per accentrare nelle sue mani tutto il potere. Direttore finanziario del club e profilo strettamente legato al fondo Elliott, è stato accusato da Zvonimir Boban di averlo tagliato fuori, e con lui Paolo Maldini, dalla scelta del possibile sostituto di Pioli, provocando una frattura insanabile culminata con la lettera di licenziamento pervenuta all’ex trequartista.

 

Una mossa spregiudicata, che delinea il modus operandi di un manager autodefinitosi “introverso funzionante, così lontano da quello degli addetti ai lavori italiani, e che lo dipinge ai nostri occhi come un alieno chiuso nella sua riservatezza che concede di rado interviste (e solamente per comunicare cosa ha in mente di fare per il bene della sua nuova squadra). Ai tifosi rossoneri restano quindi le pesanti scorie di questa faida che, ancora una volta, li priva di una parvenza di stabilità, merce ormai rara in quel di Milanello.

 

Definirlo sudafricano è riduttivo, poiché si tratta di un cosmopolita nel vero senso della parola. Nato a Johannesburg cinquantasei anni fa da genitori attivisti anti-apartheid, la madre era proveniente da una ricca famiglia locale ed il padre un immigrato greco, rinchiuso in carcere nei primi tre anni di vita del figlio. In una nazione divenuta sempre più intollerante, i tre ripararono in Europa, prima ad Edimburgo, poi definitivamente a Manchester, dove Ivan diviene un Mancunian a tutti gli effetti abbracciando la sponda City della città. Nel 1986 pone il primo mattone per la costruzione del suo ricco curriculum, conseguendo la laurea in legge al St. Edmund di Oxford. Pochi anni più tardi viene reclutato dallo studio Latham Watkins negli Stati Uniti, sua patria d’adozione.

 

Sarà anche la porta da cui entrerà nel mondo del calcio, dal momento che in America contribuisce alla formazione della MLS, massimo campionato a stelle e strisce ufficializzato nell’anno dei mondiali, che lo vede sviluppare la componente commerciale. Si rende quindi protagonista della costruzione di un brand partendo da zero, cosa che gli fa assumere progressivamente maggior peso nella lega fino a divenirne il vice commissioner.

 

Ivan Gazidis ai tempi del vice commissariato dell’MLS, nel 2007 (foto di Lefty Shivambu/Gallo Images/Getty Images)

 

Nel frattempo Stan Kroenke, proprietario della franchigia dei Colorado Rapids che aveva potuto ammirarlo all’opera, diviene il principale azionista dell’Arsenal e per prima cosa decide di portarlo con sé in questa nuova avventura. Correva l’anno 2008, quando Ivan Gazidis tornava nella terra d’Albione in veste di CEO di una delle compagini più blasonate del Regno Unito. Arrivato al Nord di Londra ci tiene subito a mettere in chiaro di non esser venuto, da americano, a costruire una versione dei Gunners in stile Disneyland, ma che i tifosi avrebbero avuto a che fare con un uomo cresciuto fra fish’n’chips e Joy Division. Nel pieno della crisi economia mondiale ebbe inizio il suo controverso decennio a Londra, costellato da sparuti successi sul campo, ma risultati notevoli dal punto di vista finanziario.

 

Il bilancio della sua esperienza presenta delle caratteristiche quasi manichee, poiché, se da un lato ha conquistato solamente tre FA Cup ed altrettante Community Shield, dall’altro, sul fronte dei ricavi ha portato la società nell’olimpo europeo. Secondo il rapporto Deloitte Football Money League del 2018, infatti, l’Arsenal figura al sesto posto per fatturato, alla stregua dei vari Real Madrid o Manchester United. Un lavoro profondo e certosino a livello commerciale, a partire dalla ridiscussione dei contratti di sponsorizzazione per i generosi diritti televisivi in seno alla Premier League. Al momento del suo arrivo, l’Emirates Stadium fruttava solamente 5,5 milioni annui, mentre adesso il rapporto di partnership è stato esteso fino al 2024, garantendo 230 milioni complessivi.

 

Cambiato anche lo sponsor tecnico, dalla Nike alla Puma, pronta ad irrorare le casse del club con 40 milioni annui. Se guardate attentamente la divisa sociale del club potete poi apprezzare un colpo di genio griffato dallo stesso dirigente: per la prima volta nella storia, infatti, la manica sinistra reca la sponsorizzazione dell’ente turistica del Rwanda, uno degli stati più poveri del continente africano.

 

Ivan Gazidis, durante un derby con i Spurs, ai tempi dell’amministrazione dei Gunners (foto di Paul Gilham/Getty Images)

 

Un Miracle man, insomma, così come viene soprannominato nell’ambiente, che ha fatto lievitare i ricavi societari del 141 per cento, consentendo un aumento di fatturato dai 263 milioni iniziali ai 487 dell’ultimo anno; dati semplicemente impressionanti. Se però dovessimo fermare un tifoso biancorosso fuori dall’Emirates Stadium, molto probabilmente sarebbe avido di complimenti, per usare un eufemismo, nei confronti di Ivan Gazidis. Basta analizzare i risultati di questa stagione, che sarebbe dovuta essere quella dell’affermazione di Unai Emery – il pupillo designato per raccogliere l’eredità del ventennio wengeriano – ma che, invece, si è dispersa nell’avvicendamento tre allenatori, con la squadra eliminata ai sedicesimi di Europa League dal modesto Olympiakos.

We don’t buy superstars, we make them.

L’eredità della gestione sportiva impostata dal sudafricano prima di sposare la causa rossonera, fatta di slogan e frasi pompose, perfette per riempire d’inchiostro le prime pagine dei tabloid, ma che sono andate di traverso a tutto il popolo Gunners. “We don’t buy superstars, we make them”, espressione ribadita anche ultimamente, l’ennesimo esercizio retorico che prometteva una continua produzione di campioni grazie alla fitta rete di scout di cui poteva vantare il club (ma che non ha poi trovato conferma nei fatti). Difatti i primi anni sono stati caratterizzati solamente da cessioni di peso tese ad alleggerire bilancio e monte ingaggi, puntando su acquisti mirati e ponderati.

 

Strategia sconfessata però in poco tempo con l’arrivo di nomi altisonanti dal punto di vista mediatico e con conseguenti contratti pesanti, come quelli di Özil e Sanchez, e più di recente di Aubameyang e Lacazette, approdati rispettivamente per 65 e 68 milioni di sterline: se il rendimento dei primi due è stato caratterizzato da alcune luci ma probabilmente ancor più ombre, per gli altri le cose sembrano essere andate meglio (specie per l’ex Borussia Dortmund) seppure, come detto, è la squadra che non ha mai iniziato ad ingranare.

 

Unai Emery, chiamato da Ivan Gazidis per raccogliere la pesante eredità di Wenger, ha finito per portare nel baratro i Gunners (foto di Shaun Botterill/Getty Images)

 

Le varie rose allestite nel corso delle stagioni mantenevano costantemente delle falle strutturali, come la mancanza di un centrale difensivo di livello, in cui hanno provato a cimentarsi i vari Koscielny, Mertesacker, Mustafi etc. fino ad arrivare a David Luiz, fornendo prestazioni disastrose, per non parlare della penuria di mediani fino al provvidenziale arrivo di Torreira dalla Sampdoria.

 

Un concentrato di elementi che ha dato come risultato quello di non aver mai compiuto il tanto anelato salto di qualità, scopo centrale del mandato di Gazidis, trovatosi nella scomoda posizione di dover raccogliere il testimone di David Dein: il Paul Mccartney che con Arsene Wenger, aka John Lennon, aveva formato un sodalizio straordinario riempendo la bacheca biancorossa di tre titoli nazionali, cinque FA Cup e una quasi Champions League (sfumata in finale).

 

Le pagine della sua nuova avventura milanista sono ancora tutte da scrivere, poiché diciotto mesi sono considerabili come un lasso di tempo troppo breve per trarre delle conclusioni. Cosa ci si dovrà aspettare? In ottemperanza alle direttive della proprietà, la gestione dovrà essere resa autosostenibile spalancando le porte al cosiddetto “player trading”, insieme di compravendite che trasformerà il Diavolo in un supermercato dalle porte girevoli. Nel frattempo l’unica certezza è che il progetto dovrà essere ricostruito da capo, con l’avvento di nuove figure societarie che prenderanno il posto del silurato Boban e del dimissionario Maldini. Ovviamente, Ivan Gazidis permettendo.