Carlo Mazzone è un uomo che veleggia verso gli 83 anni. Un allenatore che può vantare più di mille panchine ufficiali e un numero record per quello che riguarda la Serie A. Nonostante sia rimasto ai margini delle grandi piazze, e delle conseguenti vittorie, dove è passato ha lasciato il segno. Il motivo è semplice, quanto terribilmente crudele. La figura di Carlo Mazzone come allenatore è stata assassinata dalla retorica.

 

Non si parla mai di un mister che nonostante la mancanza di attitudine tattica è riuscito in qualche impresa mirabile, come detenere il record di punti in una sola stagione di Serie B con l’Ascoli o qualificare il piccolo Cagliari per la Coppa UEFA nel 1993. Numeri finiti nel dimenticatoio. Mazzone è e sarà sempre intrappolato nel personaggio di sor Carletto, l’allenatore del popolo, quello semplice, che alle alchimie tattiche preferisce gestire i suoi uomini, e che viene amato dai suoi tifosi quasi a prescindere dai risultati, per via di quella sua veracità tutta romana che conquista ed inganna allo stesso tempo.

 

Commosso, insieme al nipote, dopo l’inaugurazione al Del Duca di Ascoli della “Tribuna Carlo Mazzone”, lo scorso 5 maggio 2019 (foto dalla pagina ufficiale di Carlo Mazzone). Prima di un derby contro la Lazio, a chi gli chiedeva se fosse teso, rispose: “Chi ha giocato Ascoli-Samb non ha paura di niente”.

 

Se si vuole parlare del Mazzone allenatore è necessaria una dialisi anziché un’analisi. Non si capisce mai veramente il confine tra il mister e l’uomo, per cui si sprecano attestati di stima. Difficilmente sentiremo dire da qualche giocatore passato sotto la sua guida che Mazzone era il mister più preparato, quello maniacale che ti manda in campo sapendo già cosa dovrai fare in ogni zona, in ogni situazione. Se depuriamo dalla retorica la figura di Mazzone allenatore rimane un mister battagliero, con squadre mai spettacolari, più attento a tirare il freno a mano piuttosto che a pigiare il pedale dell’acceleratore delle sue squadre.

 

Un mister concreto, per come mette la squadra in campo e per come riesce a gestire il gruppo di calciatori a disposizione. Il pragmatismo di ferro, eccessivo ed ostentato, è la sua cifra stilistica. Alla continua ricerca di un calcio semplice, dove non servono strane formule per emergere. Si contrappone apertamente ai maghi della panchina reputandosi, e vuole che così la gente lo veda, come un contadino della panchina, un allevatore di uomini più che di calciatori.

 

I tifosi dell’Atalanta giocano con la nomea di “allevatore” di Mazzone (foto DIGITAL IMAGE Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

 

Questo suo senso pratico per il calcio ha dei lati positivi, che lo fanno quasi sempre entrare in perfetta sintonia con i grandi campioni. D’altra parte, chi è baciato in fronte dal talento reputa il pallone una cosa semplice. Meno un allenatore la fa complicata, più il fuoriclasse ne gioverà. Una specie di schema da oratorio, dove si dà la palla al più bravo di tutti sperando che risolva la partita. Quando nella sua favola bresciana, il presidentissimo Corioni gli regala Baggio, sor Carletto ha il merito di capire che quello è un giocatore speciale, e che deve ricevere un trattamento speciale. In questo caso ripropone più forte che mai il suo integralismo derogando alla gestione patriarcale del gruppo e ammettendo apertamente la superiorità di un elemento su tutti gli altri.

 

Affida le sorti della squadra ai piedi fatati di Baggio, già diventato una sorta di Papa pallonaro. Questa ricerca ossessiva del buon senso in campo è il pregio e al contempo il maggiore limite di Carlo Mazzone. Infatti quando servirebbe un guizzo, un’idea geniale da mettere sul rettangolo verde per scardinare la gara e invertire il piano inclinato della partita manca sempre il famoso centesimo per completare la lira. Non esistono contromisure in corsa, non esiste (ancora) la fisima tattica: in campo vincono i più bravi e basta.

 

Insieme a Roberto Baggio, il Papa della Serie A (foto dalla pagina ufficiale di Carlo Mazzone)

 

Proprio per tutta questa serie di motivi tecnici, e d’impostazione di squadra, la figura del Mazzone allenatore è inevitabilmente scivolata verso lo stagno della retorica, non potendosi abbeverare alla fonte delle vittorie. Il passaggio da allenatore di provincia a venerabile santino di un calcio nostalgico ha una linea di demarcazione ben precisa. Parliamo naturalmente dell’episodio più conosciuto, quello della corsa sotto la curva atalantina durante un derby tra i nerazzurri e il suo Brescia nel settembre del 2001.

 

Si tratta di un episodio che rappresenta plasticamente quello che è l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mazzone, e segna per il mister romano il definitivo distacco da professionista della panchina, per entrare nella galassia delle icone pop di un’epoca, svuotando praticamente di contenuto un’intera carriera. Mazzone diventa quindi una figura a cui è sostanzialmente concesso tutto, perché considerata folkloristica. I fatti sono conosciuti, visti e rivisti in tutte le salse. Dopo 90 minuti di insulti e contumelie di ogni genere, Mazzone sfoga l’adrenalina di un pareggio in rimonta andando a sfidare apertamente la curva avversaria, una delle più agitate d’Italia per giunta, correndo davanti ai tifosi orobici, in una scena che rimane a metà tra il comico e il raccapricciante.

 

Con affanno e rabbia, Mazzone si dirige sotto la curva orobica (foto DIGITAL IMAGE Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

 

Quando queste cose le faceva Malesani, peraltro andando ad esultare sotto i suoi tifosi, si diceva che era un sempliciotto, un provinciale capitato per caso su qualche panchina milionaria. Quando queste cose le fa adesso Mourinho, mettendosi la mano all’orecchio solo per sentire il rumore dei nemici allo Juventus Stadium, si dice che è un provocatore, si fanno titoloni di giornale, si specula sugli eventuali rischi di tali atteggiamenti. Quando Mazzone si rende protagonista del più clamoroso atto provocatorio mai visto da parte di un allenatore, sono tutti dalla sua parte. Giornali, opinionisti di vario genere, addetti ai lavori.

 

Certo, dall’altra parte della barricata ci sono gli ultras, i cattivi per eccellenza, cosa che rende facile il gioco di beatificazione “mazzoniana”. Ma c’è anche quel gusto retorico tutto italiano del calcio provinciale, di quelle figure estremamente genuine, amate da tutti perché pittoresche e soprattutto innocue. Ridurre la figura di Carletto Mazzone ad una paonazza corsa sotto la curva è però ingeneroso: come allenatore si è potuto togliere qualche soddisfazione sparsa. Se fosse un ciclista si direbbe che ha vinto qualche tappa, senza mai però avvicinarsi al trionfo completo.

 

Carletto Mazzone sotto la “sua” Curva, la Sud di Roma (foto dalla pagina ufficiale di Carlo Mazzone)

 

Come quando il suo Perugia annega le speranze di scudetto della Juve nella celebre piscina del Renato Curi, consegnando di fatto il tricolore alla Lazio di Cragnotti. Mazzone, fedele alla sua immagine di uomo verace e con la battuta pronta, in sala stampa dirà come prima cosa che ci voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio. Battuta fulminante e francamente riuscita, che descrive appieno il personaggio. O come quando porta il Bologna alle porte della finale di Coppa Uefa – una competizione, all’epoca, ancora una seria. Sarebbe stata finale contro il Parma di Malesani, in una sfida tra i due allenatori più retorici in circolazione, vittime di una cattiva pubblicità.

 

Con l’avanzare dell’età e dopo aver appeso la panchina al chiodo, Mazzone si è trasformato in una specie di senatore a vita del mondo pallonaro. Non esiste una sola persona che si azzardi ad uscire dal canovaccio intriso di retorica buonista quando si parla di lui. Anzi, essere suoi estimatori è diventato quasi un vanto, una sorta di testa di cervo da esibire nel salotto di casa. Guardiola, che è stato suo giocatore nella miglior edizione della storia del Brescia, lo invita alle finali di Champions, lo omaggia appena possibile. Non si azzarda a dire che deve molto del suo calcio a quello che gli ha insegnato Mazzone.

 

Il presidente Corioni presenta l’altro grande acquisto, dopo Baggio: Pep Guardiola

 

Lo chiama “maestro” più per rispetto che per reale convinzione tecnica. Sembra quasi che questo sperticato apprezzamento lo renda più umano, e lo aiuti a sfumare la naturale antipatia che le vittorie attirano. Le sue squadre infatti sono l’esatto contrario della filosofia di gioco di sor Carletto, che di certo non ha mai lanciato i suoi terzini in ardite scorribande offensive, al contrario. Accade così per Amedeo Carboni ai tempi della Roma: “‘ndo cazzo vai”, gli grida Mazzone, quando lo vede intento all’avanzata.

 

Fuori dallo spettacolo del gioco, fuori da ogni motivazione tecnica, la gente ama Mazzone proprio per questa natura verace. Storpia comicamente i nomi dei suoi calciatori, in panchina è agitato e polemico, come potrebbe essere per ognuno di noi quando guarda la partita dal divano di casa. Sembra un tifoso prestato alla panchina più che un fine tecnico. Gli stessi tifosi della Roma lo adorano apertamente, anche se la sua gestione coincide con una “Rometta” senza capo né coda. Una squadra tutt’altro che debole, con una coppia d’attacco formata da Balbo e Fonseca, due dei migliori punteros arrivati in Italia negli anni Novanta. Con la regale solidità di Aldair in difesa, e con un Giannini prestato a precettore di un giovane Totti.

 

Una squadra che poteva ben altro, in un’epoca in cui anche una formazione in lotta per la retrocessione in Serie A era capace di spingersi sino alle finali delle coppe europee. Ma la retorica del provincialismo ti uccide. È stata proprio quella “Rometta” lo specchio più fedele della carriera di Mazzone allenatore. Buone potenzialità sacrificate sull’altare della modestia provinciale. Sor Carletto, insomma, più che mister Mazzone.