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Italia
28 Maggio

Sempre il solito Conte

Lorenzo Santucci

44 articoli
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Pochi mesi prima di separarsi, nel pieno dell’estate, Antonio Conte avvertiva la Juventus di come non fosse possibile «sedersi con dieci euro in un ristorante da cento». L’addio venne giustificato, quindi, con le poche ambizioni del club. Da quel momento in poi però i bianconeri vinsero altri sei campionati, cinque Coppe Italia, quattro Supercoppe e sfiorarono la Champions due volte. Le ragioni furono poi puntualmente svelate con l’emergere di chiare questioni (col)laterali: la non più famelica voglia di vincere e le più probabili diverse vedute con il presidente Andrea Agnelli – con il quale, appena avuta l’occasione, Conte si è beatamente mandato a benedire.

Motivazioni che ritornano, come un’onda, in queste ultime ore che hanno portato alla fine della sua esperienza sulla panchina dell’Inter. Meno di due anni dopo quel 2 giugno, giorno in cui l’allenatore leccese sbarcò a Milano tra i dubbi e le remore soprattutto di chi volgeva lo sguardo al suo passato, l’ambizione e le divergenze con la dirigenza hanno bloccato un progetto partorito tra mille dolori, ma che sembrava essere decollato dopo il trionfo di neanche un mese fa. Così non è stato, ma non si può dire che sia una sorpresa. Non più di tanto, perlomeno.

In poco meno di settecentotrenta giorni Conte ha riportato quel trofeo che in casa nerazzurra mancava da undici anni (e che da nove, soprattutto, veniva tenuto nella cassaforte bianconera). Il tutto per la cifra di poco meno di trecento milioni di euro spesi – ingaggi esclusi – dalla famiglia Zhang. Niente di strano, d’altronde: quando si invitano a cena fuori allenatori di un certo calibro si deve tener conto anche del coperto. In questo caso la richiesta ha riguardato calciatori funzionali al gioco, tanto criticato quanto vincente.


Niccolò Barella, Romelu Lukaku e Achraf Hakimi, su tutti, e via via gli altri. Un gruppo compattato dal (e attorno al) mister, che non si è curato di critiche, esaltazioni, voci di problemi societari – e non solo voci – che hanno accompagnato queste due stagioni. Il gruppo, appunto, che oggi piange Antonio Conte pubblicamente sui social. Una tra le vittorie più importanti del tecnico e che rischia di essere vanificata se, a causa del suo addio, altri lo seguiranno. Molto, tutto, dipenderà dai piani della società che assicura un organico con pochi ritocchi. Su questo solo la telenovela del calciomercato estivo, la serie tv preferita dagli italiani, saprà darci una risposta.

Ad ogni modo, gli ultimi due anni non sono stati facili per nessuno. Battibecchi continui, richiami al rispetto delle promesse, vertici estivi per riportare la calma. Ma prendere Antonio Conte – o meglio sedersi al tavolo con lui – comporta una serie di conseguenze ben precise: tra queste, lo sfogo che prima o poi esploderà. La necessità di tenere sempre alta la tensione, a volte anche arrivando allo scontro plateale, è d’altronde una caratteristica storica dell’allenatore leccese, che non scopriamo certo oggi.


«Questa retrocessione mi conferma cose che già sapevo. Si parla tanto di calcio pulito, poi accadono queste cose. Adesso sembra che i cattivi siano tutti fuori e che il calcio sia pulito. Evviva, siamo tutti contenti. Rispetto i tifosi juventini, ma ho poco rispetto per la squadra»

Antonio Conte

Questo ad esempio affermava dopo la retrocessione con l’Arezzo dovuta alla vittoria de Lo Spezia proprio contro la squadra che poi darà il (vero) via alla sua carriera in panchina: la Juventus. Quella volta tuttavia se la prese con altri, a differenza del suo rabbioso addio al Bari.

«Ho lavorato giorno e notte, ma mi sono sentito tradito e non volevo più essere preso in giro. La società era consapevole di cosa significasse sposare il mio progetto e sostenere la mia idea di calcio. Purtroppo è venuta meno la fiducia»

Polemica nata, neanche a dirlo, per i mancati acquisti (otto) arrivati solo dopo i saluti. Col senno del poi è troppo facile sostenere che una minor impulsività avrebbe aiutato, ma è pur vero che la realtà del campo ci restituisce una squadra raccolta da Giampiero Ventura e arrivata decima in campionato appena un anno dopo. Il sangue però è il sangue e, dopo saluti, (pochi) abbracci e un’incompresa esperienza a Bergamo (la prima in A), Conte migrò a Siena dove, in quel caso, il bersaglio furono i giornalisti:

«Gufi, pseudo intenditori che sparano cazzate. Noi in Serie A ci andremo e che nessuno salga su quel cazzo di carro»

La promozione venne raggiunta, la separazione regolarmente consumata. Quindi la Nazionale, con un gruppo caratterialmente rigenerato e un Europeo iniziato senza aspettative, ma giocato a testa altissima. L’esperienza durò tuttavia il tempo della campagna di Francia, poi l’animale da campo sentì irresistibile il richiamo del lavoro quotidiano.

Da qui l’approdo a Londra, lasciata neanche a dirlo due anni dopo con una Premier in saccoccia e la solita litania con la società, rea di non aver esaudito i suoi desideri di calciomercato – sempre per la cronaca del campo, l’anno dopo il Chelsea vincerà l’Europa League, con in panchina Maurizio Sarri. Le brame estive pare che includessero Romelu Lukaku, ritrovato poco tempo dopo a Milano: qui, al solito, arriva, vince, litiga e sbatte la porta. Una routine che è diventata ormai un’abitudine, e alla quale Conte – per un motivo o per un altro – non riesce davvero mai a sottrarsi.


Antonio Conte non cambia, questo è un dato. La continua insoddisfazione lo lascia in una lotta perenne con il mondo. Non sente il rumore dei nemici ma li vede ovunque, anche laddove non ce ne sarebbe bisogno. Nessuno nella società nerazzurra pretendeva una riconferma nella vittoria, fanno sapere, specie con le premesse di un ridimensionamento dovuto ai contraccolpi economico-finanziari della pandemia. Ma il logico proseguimento di un progetto su cui tutti, tifosi insorti in sede e club, vedevano del buono, quello sì.

Tutti tranne lui, a quanto pare, mai totalmente sincero nel confermare la sua permanenza e nell’allontanare le nuvole che, a replica dello scorso fine stagione, si addensavano su via della Liberazione.

L’arrivo di Zhang nelle ultime settimane era servito a cementare ancor di più la squadra, a cui era stato chiesto un ultimo sforzo per centrare un obiettivo troppo importante. Il resto sarebbe arrivato dopo, ma è chiaro che qualche parolina sul futuro sia stata detta. Poche, ma sufficienti a Conte per girarsi dall’altra parte: tagli per il 15% e introiti per almeno 80/90 milioni di euro. Un ridimensionamento che si aggira intorno ai 150 milioni, troppi per realizzare quanto promesso due anni fa, ma soprattutto per Antonio.

La sua richiesta era di non compiere alcun passo indietro, anzi solo balzi in avanti per migliorare ancora una rosa con un’ossatura – e una struttura – ormai formata. Eppure la nascita dell’Antonio Conte allenatore parte proprio da una cavalcata con una squadra blasonata ma da anni a secco di vittorie. Da quel momento di cose ne sono cambiate: tante, tranne l’approccio dell’allenatore salentino alle questioni interne dei club con cui lavora. Arriva, vince, litiga, sbatte la porta.

Tutto ciò si è ripetuto anche stavolta, con l’Inter costretta a virare prima su Max Allegri (pare), poi su Simone Inzaghi (definitivamente, che almeno troverà un 3-5-2 rodato e pronto all’uso). Il club comunque non ha cambiato gestione, malgrado abbia abbassato notevolmente i prezzi sul menù: la sfida è accogliere chi si presenterà con una banconota da dieci, pur con un’ambizione che rimane da cento. O almeno, così assicurano dalle parti di Appiano Gentile.

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